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Stili di scrittura e stili di pensiero della persona schizofrenica
di Gian Luca Barbieri*

Le analisi e le teorizzazioni relative al funzionamento mentale psicotico, che sono state elaborate in modo particolare a partire dall’esperienza clinica, possono arricchirsi di alcuni aspetti interessanti attraverso l’osservazione della scrittura di persone con sindromi di natura schizofrenica.
Si tratta di una prospettiva a nostro parere interessante soprattutto per la specificità del codice scritto che, rispetto all’oralità, impone modalità in parte diverse alla strutturazione del pensiero e introduce variabili significative a livello emotivo e contestuale.
Le osservazioni seguenti si riferiscono alle attività svolte all’interno di un “laboratorio di scrittura creativa” da noi coordinato presso il C.R.T. (Centro Residenziale di Terapie Psichiatriche e di Risocializzazione) di Cremona.

Il setting

Per quanto riguarda le modalità di conduzione del laboratorio, ci limitiamo a segnalarne alcuni aspetti.
Gli incontri, tenuti con cadenza settimanale, sono rivolti ad un gruppo aperto di 7-10 persone, disposte intorno ad un grande tavolo rettangolare che rende possibile la comunicazione interpersonale, pur salvaguardando la dimensione individuale, necessaria nell’attività di scrittura. Si è cercata una mediazione e una integrazione degli aspetti gruppali con quelli individuali; da un lato ciò ha consentito di potenziare le dinamiche relazionali ed emotive insite nel gruppo come contenitore delle ansie connesse ad una pratica, quella della scrittura, che diversi partecipanti inizialmente connettevano ad un contesto scolastico e quindi vivevano come una pratica infantilizzante e legata ad una valutazione; dall’altro ha contribuito a far sì che ogni membro del gruppo fosse il protagonista della sua avventura creativa, con la conseguente positiva ricaduta narcisistica personale.
Il conduttore, che siede allo stesso tavolo senza segni evidenti di distinzione di ruolo e condivide le attività, propone un argomento, sul quale il gruppo si confronta oralmente per poi passare alla fase di redazione dei testi. Si evita la scrittura a tema “libero”, perché questa possibilità è percepita come una dimensione mentale senza confine che crea una sensazione ingestibile di agorafobia psichica, inconciliabile con la formazione del pensiero. L’indicazione di un argomento invece dà sicurezza, limita la valanga delle emozioni, costituisce un contenitore al cui interno si possono riversare le proprie esperienze, i propri pensieri e gli affetti connessi. Inoltre il tema fissato e condiviso mette in comunicazione le menti dei membri del gruppo, che avvertono l’argomento come un riferimento comune di pensiero e di esperienza.
Al termine ciascuno, se è d’accordo, legge il proprio testo al gruppo. Ciò consente di transitare dall’espressione alla comunicazione e di sviluppare aspetti gruppali terapeutici quali la socializzazione, cioè la condivisione e il ridimensionamento del dolore; l’universalità, ovvero la riduzione della convinzione dell’unicità dei propri problemi; l’altruismo, ossia l’aiuto reciproco e l’aumento conseguente dell’autostima (Bloch & Crouch, 1985; Yalom, 1970). È successo solo un paio di volte che un partecipante abbia chiesto di non leggere personalmente il proprio testo, affidando il compito al conduttore: non si è trattato dunque propriamente di un desiderio di non condividere con il gruppo i propri pensieri e le proprie emozioni, ma si è preferito affidarli a una voce diversa, quasi per poterli osservare dall’esterno, ad una debita distanza.

La costruzione del testo

Nel laboratorio sono prodotti testi sia poetici sia prosastici.
La scrittura, in particolare in riferimento alla poesia, è concepita come un gioco e come un “fare”, come un processo dinamico articolato intorno ad un testo manipolabile e modificabile. I testi sono realizzati infatti attraverso una successione di interventi che, usando le parole come cose, portano allo spostamento, alla sostituzione, all’eliminazione di unità lessicali, al cambiamento della struttura di una frase, alla spezzatura di un verso andando a capo e così via.
Si parte da un abbozzo in prosa delle idee che l’autore desidera esprimere, senza prestare attenzione agli aspetti formali. In questo modo si scindono implicitamente i contenuti dallo stile e dalla struttura del testo e si facilita così il superamento della barriera costituita dalla superficie bianca del foglio.
Successivamente il conduttore suggerisce la possibilità di apportare alcuni interventi sui testi, da lui indicati con segni di matita leggeri e appena percettibili tracciati sul foglio di ciascun autore. Questi segni non hanno la funzione né l’aspetto di correzioni, e sono fruiti come semplici proposte per trasformare l’abbozzo iniziale in qualcos’altro, in una poesia, appunto, senza modificarne i contenuti, ma semplicemente con piccoli aggiustamenti formali. E così si suggerisce che alcune parole potrebbero venire eliminate, si indicano i punti in cui si potrebbe andare a capo per rendere meno lineare e più originale e imprevedibile il ritmo della frase, si segnala la possibilità di modificare la disposizione, l’ordine di alcune espressioni e così via. I suggerimenti poi spesso vengono integrati, corretti, personalizzati dall’autore.
Alla fine il testo ottenuto è di fatto ancora quello precedente, ma risulta anche in parte nuovo, e l’autore rimane profondamente colpito dal risultato di questo gioco, ricavandone una piacevole sorpresa, una positiva ricaduta narcisistica e un incremento dell’autostima: “Ma questo l’ho fatto proprio io!”.

La viscosità del linguaggio verbale

Tralasciamo gli aspetti già analizzati dei testi prodotti all’interno di questo laboratorio (Barbieri, 2000, 2001, 2007), per concentrare l’attenzione sul linguaggio scritto usato dalla persona con funzionamento mentale prevalentemente psicotico.
Ad un primo sguardo si ha l’impressione che la parola poetica e la parola prosastica si distinguano per un differente grado di viscosità.
Le parole della poesia si presentano come unità espressive da un lato dotate di una carica semantica ed emotiva potenziata rispetto al loro uso quotidiano, dall’altro come monadi lessicali tendenzialmente isolate, o comunque aggregate in brevi segmenti di frase che producono una frantumazione, talvolta una disintegrazione dell’andamento sintattico fluente della prosa.
Le parole della prosa invece sono meno cariche dal punto di vista polisemico ed emotivo, e appaiono invece reciprocamente invischiate in una relazione inestricabile, quasi legate intimamente in una corrente verbale alla quale nessuna si può sottrarre.
Osservate in questa prospettiva, le caratteristiche evidenziate non acquisirebbero un valore particolare, in quanto ciascuno dei due statuti verbali sarebbe spiegabile in buona parte come riflesso del particolare contenitore testuale, prosastico e poetico, che impone, benché in misura variabile, determinate regole strutturali e logiche che si rifletterebbero sull’uso della parola e quindi sulla costruzione della frase e del testo.
La realtà però, ad un’osservazione più attenta, è diversa. Ci si trova infatti di fronte a due modalità espressive, o meglio a due modi di strutturazione del pensiero, che appaiono trasversali alla prosa e alla poesia e indipendenti dal genere testuale. Inoltre, non necessariamente ciascuna di esse appartiene ad un autore come sua caratteristica espressiva unica ed esclusiva: certo, in ognuno tende a prevalere una delle due forme, ma a volte si manifestano entrambe nella stessa persona, in relazione a testi diversi e a stati d’animo specifici.
Il discorso scritto assume talvolta l’andamento di un fiume in piena, è simile ad un fluido in cui i singoli elementi si fondono e si perdono nella totalità di cui fanno parte; in altri casi, invece, appare costituito da un numero limitato di parole, ciascuna delle quali si caratterizza per la sua pregnanza emotiva, tanto che la singola cellula lessicale finisce per essere la vera protagonista, il fulcro dell’organismo testuale.
È su questi aspetti che si centrerà l’attenzione, cercando riferimenti esplicativi e chiavi di analisi in due ambiti: nella linguistica e nella psicoanalisi. Ma prima è opportuno soffermarsi ancora su qualche questione preliminare.

Il medium, il testo, il gruppo

Viene spontaneo chiedersi perché queste modalità di organizzazione del pensiero e della frase appaiano ben più evidenti nel testo scritto che nella comunicazione orale. Crediamo che sia opportuno a questo proposito tenere in considerazione tre aspetti relativi alla produzione di queste scritture: il medium utilizzato; il processo di elaborazione dei testi; il gruppo.
a) Il medium è, come detto, la parola scritta che, rispetto a quella orale, presenta caratteristiche quali i tempi lenti connessi al suo uso, la permanenza del segnale e la correggibilità. Si tratta di aspetti che attivano la mente secondo modalità diverse da quelle consuete legate all’oralità quotidiana, poiché impongono un differente rapporto con le emozioni e facilitano, se possibile, la trasformazione degli elementi beta in elementi alfa (Bion, 1963).
La lentezza è connessa al gesto della mano che traccia i segni sul foglio, e il pensiero in tal modo può strutturarsi, almeno in linea di principio, secondo modalità meno automatiche, più elaborate, meno caotiche, maggiormente strutturate, favorito in ciò anche dalla geometrizzazione imposta dai segni linguistici, allineati l’uno accanto all’altro e disposti sulla pagina in righe parallele.
La permanenza del segnale può avere una ricaduta emotiva ambivalente, infatti da un lato il testo scritto, che non svanisce subito dopo essere stato prodotto come quello orale, può venire vissuto alla stregua di uno specchio che riflette parti di sé che l’autore preferirebbe non vedere, come una realtà materiale, concreta che non si può ignorare; dall’altro lato però il testo, come prodotto del proprio pensiero, può venire ripercorso, osservato, valutato, criticato e ristrutturato attraverso interventi di varia natura (correggibilità). L’immagine di sé dell’autore, in altre parole, rimane e non può venire cancellata, ma può essere modificata: aspetto evidentemente assai importante.
Quanto notato finora può autorizzarci a ipotizzare che la scrittura, ancor più del linguaggio orale, favorisca la simbolizzazione dei codici analogici del mondo interno. A questo proposito nei testi si possono notare tendenze progressive ed evolutive legate all’elaborazione del simbolo (Jones, 1918; Klein, 1930; Segal, 1957) insieme ad altre orientate in senso difensivo e regressivo (Freud, 1899). Così il dolore, attraverso la parola scritta, è stato in alcuni casi esorcizzato ed eluso, in altri reso almeno in parte pensabile.
b) Il processo di elaborazione dei testi. Se la scrittura (Barbieri, 2003, 2004; Ferrari, 1994) ha un’intrinseca funzione riparativa, questa appare particolarmente potenziata dalle modalità di costruzione graduale dei testi descritte in precedenza. Il testo come entità non definitiva ma aperta e modificabile introduce l’idea che anche la realtà che vi è sottesa, i contenuti e le emozioni non siano definitivi, statici, dati una volta per sempre, ma possano acquisire una duttilità che favorisce la funzione riparativa della scrittura stessa. L’oggetto guastato può così essere recuperato e riparato attraverso la parola scritta.
Non va poi dimenticato che, mediante l’attività di modificazione formale dei testi, la scrittura contribuisce ad allontanare e a raffreddare i contenuti della mente quanto basta per poterli contemplare da una distanza emotivamente rassicurante, rendendoli maggiormente elaborabili. Senza peraltro dimenticare che tale distanza, se accentuata, può al contrario costruire delle rigide barriere difensive nei confronti degli stessi contenuti mentali.
c) Anche le dinamiche gruppali hanno un’importanza rilevante. È vero che far parte di un gruppo in una struttura psichiatrica può portare ad individuare nell’altro aspetti di sé ritenuti negativi, con la conseguenza di vedere l’altro come uno specchio in cui si riflettono e si amplificano le proprie debolezze, le angosce, i conflitti, il senso di insicurezza, la diversità e la solitudine. Ma ciò accade anche indipendentemente dal gruppo di scrittura, nelle quotidiane relazioni interpersonali all’interno dello stesso luogo. Piuttosto si nota che la condivisione dei contenuti e delle componenti affettive dei testi fa dialogare le menti e favorisce la formazione del pensiero, anche grazie al contesto ludico e non giudicante in cui si agisce.
Dunque il codice scritto, le modalità di costruzione dei testi e le dinamiche di gruppo introducono nel processo di elaborazione del pensiero (e del testo) alcune componenti importanti che favoriscono una mentalizzazione e una comunicazione più consapevoli, sottraggono in buona parte la formazione del pensiero alla casualità, alla confusione, all’ansia e permettono alle dinamiche mentali di manifestarsi in modo più chiaro, meno automatizzato, meno caotico. Il codice scritto, la gradualità dell’elaborazione dei testi e il gruppo fungono da validi contenitori delle emozioni e favoriscono il riorientamento delle “trasformazioni proiettive” in una direzione meno deformante, più vicina alle “trasformazioni a moto rigido”, che sono alla base della comunicazione condivisa (Bion, 1965).

Monadi verbali e fiumi di parole

Le due realizzazioni stilistiche osservate derivano da una stessa matrice psichica, caratterizzata da un mondo interno scisso e frammentato, che stenta ad organizzarsi in modo coeso.
Nei testi in cui si evidenzia un’elevata viscosità verbale (per richiamare un modello letterario, possiamo pensare all’ultimo capitolo dell’Ulisse di Joyce, pur con alcune differenze), il tentativo di superare le scissioni e di dotare di una certa organicità la propria mente pare affidato alla sintassi, alle relazioni tra le unità verbali, mentre nei testi in cui prevale una realizzazione monadica della parola (il riferimento in questo caso può essere costituito dall’Allegria di Ungaretti) si può notare che è proprio la facoltà magica e suggestiva dell’unità linguistica a costituire il fulcro del tentativo di armonizzazione dei contenuti della mente e delle emozioni a loro connesse.
Le due modalità espressive riflettono due tipi di funzionamento mentale che nella dimensione non psicotica si integrano e si sintonizzano automaticamente, mentre nell’individuo schizofrenico tendono a scindersi. La scrittura centrata sulla frantumazione in monadi verbali riflette un funzionamento della mente basato prevalentemente su dinamiche schizoparanoidi, mentre nei testi in cui prevalgono le connessioni sintattiche e il flusso verbale, traspare una modalità di tipo depressivo. Nella scrittura dello psicotico si noterebbe dunque l’utilizzazione selettiva e alternativa di una delle due possibilità di organizzazione dei contenuti mentali (rispettivamente la scissione e l’integrazione delle parole e dei concetti) che invece, come detto, nel discorso-pensiero non psicotico convivono e si integrano.
Da un lato si privilegia la parola monadica, l’oggetto lessicale, la condensazione semantica ed emotiva; dall’altro la connessione sintattica, il legame, l’elaborazione secondaria.
Bisogna però approfondire i problemi accennati. A tale proposito, dato che, come sostiene Sapir (1957), il linguaggio in quanto struttura costituisce lo stampo del pensiero, analizziamo i fenomeni ora descritti usando una doppia bussola ed attingendo ad alcune teorizzazioni nel campo della linguistica e ad altre di ambito psicodinamico.

Saussure

Ferdinand De Saussure (1916) ha evidenziato come tratto fondamentale del segno linguistico la sua arbitrarietà, ovvero il nesso puramente convenzionale tra il significante e il significato, legame non naturale, non giustificato da alcuna relazione analogica.
Un altro aspetto della teoria di Saussure interessante per il nostro ambito di osservazione è che i segni della lingua sono indipendenti dagli individui che li utilizzano, hanno un’esistenza propria e autonoma. In questo snodo si colloca la distanza che separa la langue dalla parole, intese rispettivamente come il codice precostituito, dotato di una serie di significati convenzionali che si trovano nei dizionari, e l’appropriazione del codice stesso effettuata dai singoli parlanti. La parole è il risultato di un atto individuale di volontà e di intelligenza, mentre la langue è acquisita passivamente ed è una facoltà di fatto inconscia, o forse meglio preconscia.
I due principi teorizzati da Saussure si prestano ad essere utilizzati anche in relazione all’espressione verbale delle persone con funzionamento mentale prevalentemente psicotico.
Il codice linguistico, come si è visto, esiste virtualmente di per sé, ma di fatto ha bisogno di un parlante per passare dalla potenza all’atto, per esistere effettivamente. L’individuo ha un compito che può sembrare semplice solo in relazione all’abitudine, alla pratica, all’automatizzazione dovuta all’uso; se ci si pensa, però, è un’operazione tutt’altro che banale e scontata, infatti egli deve appropriarsi del codice vivificandolo, proiettandovi parti di sé per dare esistenza effettiva sia al codice che alle parti di sé in questione, e anche naturalmente per rendere possibile la comunicazione.
In altre parole, la funzione fondamentale e primaria dell’espressione verbale del pensiero prevede che gli individui condividano una significazione arbitraria e convenzionale, quindi indipendente da loro, utilizzino un codice opaco preesistente per rendere comunicabili (pensabili) i contenuti del proprio mondo interno. Gli aspetti più intimi, privati, carichi affettivamente possono esistere, essere pensati e venire eventualmente comunicati solo se vengono sottomessi ad un codice estraneo, preformato, altro da sé. Non è un’impresa da poco, soprattutto per una persona schizofrenica, in cui le tendenze alla scissione prevalgono di gran lunga su quelle all’integrazione e in cui gli automatismi mentali sono spesso particolarmente precari. L’arbitrarietà del segno verbale e l’indipendenza-autonomia del codice linguistico possono essere vissuti come un dato fortemente destabilizzante, come un doversi rapportare con un oggetto tanto inevitabile quanto estraneo, quindi come un’ulteriore strategia alienante da se stessi.
A questo proposito, va anche precisato un aspetto spesso trascurato del pensiero di Saussure: il segno linguistico non si gioca all’interno di un rapporto tra un nome e una cosa, come apparirebbe ad uno sguardo superficiale, ma si articola sulla relazione meno meccanica e ben più complessa tra un concetto e un’immagine acustica: come dire che la significazione e la comunicazione si realizzano in un ambito sfuggente e inafferrabile, più centrato sulle dinamiche interne che sulla realtà esterna.

Hjelmslev

Anche nella teoria di Hjelmslev (1953) si trovano osservazioni applicabili al nostro oggetto d’indagine. Il segno linguistico ha un carattere relazionale, tanto che la comunicazione verbale è paragonata al gioco degli scacchi, in cui ogni pezzo riceve il suo valore dal posto che di volta in volta occupa sulla scacchiera rispetto agli altri pezzi. A questo proposito Hjelmslev ha introdotto l’idea che il linguaggio sia un’entità articolata su due assi, quello sintagmatico e quello paradigmatico. All’asse sintagmatico si riferiscono gli aspetti relazionali del linguaggio: esso riguarda le combinazioni tra le unità lessicali (e tra gli elementi del testo). Sull’asse paradigmatico invece si trovano i dati differenziali, la selezione, le scelte alternative tra vari lessemi. In altri termini, una frase nasce da un processo di selezione tra elementi potenzialmente alternativi (aspetto paradigmatico) che poi vengono combinati (aspetto sintagmatico) con altri elementi linguistici, a loro volta selezionati, secondo determinate regole e linee di senso.
Si tratta di un meccanismo ambivalente, che da un lato vede il segno linguistico come un dato a sé, dotato di indipendenza, ma dall’altro annulla questa sua illusoria autonomia in una dimensione relazionale.
Dato che il linguaggio e il pensiero sono legati a filo doppio, si tratta di pensare il proprio pensiero linguistico come un processo dinamico che parte dalla semantica del singolo lessema ma che può esistere di fatto solo a patto di travalicare i suoi nuclei unitari di significato per creare reti semantiche relazionali. Nello psicotico però pare che la centratura sulla singola parola e quella sul discorso come sistema di significazione complesso non trovino un punto di conciliazione e di reciproca compenetrazione.
Da una parte infatti, nelle scritture da noi osservate, c’è la parola-monade che assume su di sé il peso emotivo della significazione e può potenziarlo indipendentemente dalle sue relazioni co-testuali. Dall’altra parte c’è la rete lessicale, il flusso linguistico, che tendono a porre in secondo piano le potenzialità polisemiche della singola parola a vantaggio delle sue connessioni con gli altri segni verbali.
La parziale e problematica elaborazione del pensiero da parte dello psicotico può essere pensata sullo sfondo della concezione del linguaggio di Hjelmslev. La frammentazione del mondo interno può essere (in parte) elaborata verbalmente in due direzioni, entrambe dotate di un forte effetto saturante: si può usare la parola come monade (aspetto paradigmatico) potenziandone gli aspetti di autosufficienza semantica ed emotiva, in modo da rendere compatta e inattaccabile la realtà rappresentata a cui la parola aderisce, in modo da non lasciare alcuno spazio possibile ad una diversa elaborazione; oppure si può ipervalutare la dimensione relazionale dei segni (aspetto sintagmatico), affidando la ricerca di coesione e la costruzione del senso alle connessioni tra le parole.
Ancora Hjelmslev distingue tra livello dell’espressione e livello del contenuto di un testo. Più in particolare si può distinguere la sostanza dell’espressione (la fonetica concepita in senso fisico e la sostanza grafica) e la sostanza del contenuto (i significati come entità mentali); la forma dell’espressione (le regole fonologiche e sintattiche, la combinazione tra i significanti) e la forma del contenuto (la strutturazione dei contenuti, dei significati nel testo). Inoltre, più in profondità rispetto al livello della forma e della sostanza dell’espressione e del contenuto, si trovano la materia dell’espressione e la materia del contenuto, da intendere rispettivamente come la fonetica da un lato e la semantica dall’altro in quanto realtà extralinguistiche non ancora strutturate, amorfe, prive di qualsiasi organizzazione.
Va anche considerato che tra la materia, la sostanza e la forma sia dell’espressione che del contenuto si trovano importanti scarti logici e discontinuità che non sono superabili automaticamente e senza problemi nel modo di funzionamento psicotico della mente. Inoltre in questa tripartizione di livelli sono percepibili interessanti nessi con la teoria bioniana del pensiero che viene descritta nel paragrafo successivo.

Bion

Osservando in prospettiva bioniana e post-bioniana la nascita del pensiero, troviamo interessanti connessioni con quanto notato nel campo della linguistica. Alla base di ogni attività di pensiero si trovano esperienze emotive e impressioni sensoriali non ancora elaborate. Se questi nuclei emotivi e sensoriali vengono filtrati dalla funzione alfa (una componente della personalità che trasforma le emozioni e le sensazioni in direzione della loro pensabilità), allora danno origine ad elementi alfa, immagini inconsce che costituiscono la prima tappa verso la formazione del pensiero. Gli elementi alfa non sono ancora pensieri veri e propri e vengono utilizzati nei sogni, nei ricordi e nel pensiero onirico della veglia.
Dalle emozioni e sensazioni primarie e dagli elementi alfa, non conoscibili, partono le trasformazioni che conducono a quelli che Ferro (1996, 1999), nel contesto della relazione tra paziente e analista, ha definito “derivati narrativi”, frammenti di narrazioni pronunciati dal paziente in base alla regola delle associazioni libere. In tutti gli altri contesti non analitici in cui si producono testi, orali o scritti, il derivato narrativo nella sua essenza frammentaria non viene espresso, non viene comunicato, ma rimane nella mente ad un livello latente e potenziale come “derivato narrativo interno” (Barbieri, 2005, 2007; Barbieri & Bozuffi, 2006). Si tratta di una porzione di una storia possibile, di una tessera di un mosaico narrativo virtuale, che resta in attesa di venire attivata e collocata all’interno di una narrazione reale. Solo in un secondo tempo, quindi, i derivati narrativi interni possono venire connessi reciprocamente e ordinati in modo da essere dotati di coerenza semantica e logica, dando origine a un testo.
Il pensiero dunque si articola su una serie di trasformazioni che partono da emozioni e sensazioni, danno origine a elementi alfa, a derivati narrativi interni e infine a narrazioni.
Va notato che queste ultime impongono ai contenuti della mente, alle emozioni e sensazioni primarie quel necessario distacco che favorisce la tolleranza della frustrazione e del dolore insiti in alcuni dei fatti narrati e rende possibile la simbolizzazione.
La materia dell’espressione e la materia del contenuto di cui parla Hjelmslev si collocano allo stesso livello degli elementi beta, delle emozioni e delle sensazioni non ancora elaborate. La sostanza del contenuto (e in parte la sostanza dell’espressione) è sintonica al livello degli elementi alfa. La forma dell’espressione e la forma del contenuto si realizzano a livello nucleare e potenziale nei derivati narrativi interni, e si manifestano poi in maniera organizzata nel testo.
Ancora Bion (1965) presenta un’interessante teorizzazione delle trasformazioni. Se riprendiamo quanto sostiene Saussure a proposito dell’arbitrarietà e dell’indipendenza del segno linguistico e quanto abbiamo osservato a proposito di questi aspetti, possiamo inquadrare le difficoltà di strutturazione del pensiero linguistico dello psicotico come difficoltà che si riscontrano nelle trasformazioni da O (la verità profonda e inconoscibile che appartiene al mondo interno dell’individuo) a (il risultato della trasformazione, quindi la verbalizzazione, la scrittura) passando per (il processo di trasformazione). Il testo verbale () rappresenta la realizzazione dell’incontro tra due realtà di livello logico radicalmente diverso e inconciliabile: la O, che anche nelle sue ipotetiche manifestazioni di superficie appartiene ad un codice analogico (Watzlawick, Beavin & Jackson, 1967), e il linguaggio verbale, codice per definizione digitale, la cui opacità (l’arbitrarietà del rapporto tra significante e significato di Saussure) determina la problematicità dei processi di trasformazione . Ed è appunto in che si manifestano le difficoltà di armonizzazione tra aspetti paradigmatici e sintagmatici (Hjelmslev) del segno linguistico e tra langue e parole (Saussure).
La scrittura dello psicotico è dunque un banco di prova da cui emergono le difficoltà di proiettare parti di sé nel codice verbale per dar esistenza effettiva al codice e per portare specularmente alla pensabilità e alla comunicabilità le stesse parti di sé.
Non va dimenticato inoltre che, se il processo avviene sui parametri dell’identificazione proiettiva patologica, la parola è equiparabile ad un oggetto bizzarro e quindi appare inadeguata non solo a comunicare, ma anche a dar vita al pensiero. Va però precisato che gli autori dei testi considerati si trovano in una condizione non acuta, ma di cronicità, che rende possibile una relativa attivazione della funzione alfa, e quindi la presenza dell’identificazione proiettiva patologica e degli oggetti bizzarri è fortemente contenuta, benché in misura variabile rimanga come un’ombra di cui non si può non tenere conto.

La narrazione

Nelle narrazioni prodotte all’interno del laboratorio di scrittura creativa del C.R.T. di Cremona si nota un altro aspetto interessante, che va connesso a quanto osservato in precedenza. Le relazioni tra i personaggi e tra gli eventi raccontati presentano spesso, se considerate all’interno dell’economia tematica e logica del testo, evidenti incoerenze strutturali. Si ha l’impressione che il mondo che regge queste narrazioni sia costituito da un accostamento di “isole narrative” di dimensione variabile, ciascuna dotata di una relativa coerenza interna, ma priva di precisi e rigorosi nessi logici con le altre. Per usare un’immagine di Meltzer (1986), è come se ci trovassimo di fronte a mattoncini di Lego non isolati l’uno dall’altro né organizzati in un edificio completo, ma parzialmente assemblati in piccoli raggruppamenti che alludono alla forma della costruzione complessiva, che però non è stata realizzata del tutto. Meltzer collega tale stato mentale a quella che Bion definisce “trasformazione in allucinosi”. Essa deriverebbe da un’iniziale attivazione della funzione alfa, che però si è interrotta e non ha portato a compimento la sua opera di trasformazione delle emozioni grezze; queste hanno iniziato ad essere sognate e pensate, ma poi il processo si è bloccato o addirittura rovesciato, e così il mondo rappresentato appare frammentato in tanti blocchi di narrazione che non riescono ad armonizzarsi in maniera completa e soddisfacente.
Nel caso degli autori di questi testi, che hanno superato la fase acuta della psicosi, si può pensare ad un’attivazione intermittente della funzione alfa che ha dato origine a diversi frammenti di narrazione in parte coerenti, i quali però, a causa della discontinuità del processo di trasformazione delle emozioni e delle sensazioni in direzione della pensabilità, non si sono integrati reciprocamente a sufficienza.
Se la scrittura e la trama di un racconto rappresentano normalmente la cristallizzazione di dinamiche mentali che sulla pagina trovano una sistemazione stabile, nel caso di una persona schizofrenica ha luogo una cristallizzazione solo parziale di isole narrative che già nella mente sono costruite intorno ad un nucleo saturo e immodificabile di senso e che, di conseguenza, non riescono a trovare reciproca armonia sulla pagina scritta.
La narrazione è di solito un’attività di riordinamento, di chiarificazione, un’operazione che favorisce, in prospettiva bioniana, il passaggio da PS a D, ovvero da uno stato di frammentazione ad uno di integrazione psichica. Nei testi narrativi prodotti all’interno del laboratorio, invece, D non viene raggiunto se non in parte e lo stato di disgregazione di PS oppone una resistenza continua all’unificazione dei materiali narrativi in un disegno coerente (Barbieri, 2007). Il testo in sostanza appare costellato di quelli che, in riferimento ad altra tipologia testuale, abbiamo definito “residui beta” (Barbieri, 2005).

Osservazioni conclusive

In conclusione aggiungiamo qualche osservazione, che non ha naturalmente alcuna pretesa di esaustività, ma ci può aiutare ad espandere la nostra comprensione di alcune dinamiche sottese al funzionamento mentale psicotico.
Come già evidenziato, le due modalità espressive rilevate nei testi riflettono due corrispondenti dinamiche psichiche, ed è questo l’aspetto su cui centriamo la nostra attenzione.
Ci aiuta in questo senso la concezione del linguaggio di Loewald (1977), il quale non condivide la teoria freudiana di un processo primario privo di linguaggio e di un processo secondario in cui il linguaggio fa la sua comparsa. Il linguaggio è fondamentale fin dall’inizio della vita, quando il bambino, la cui mente funziona in base ai parametri del processo primario, si trova immerso in un flusso fonetico nel quale percepisce i suoni e i ritmi delle parole come aspetti dotati di una carica sensuale e affettiva. In una fase successiva, il bambino, in relazione al nuovo assetto mentale determinato dal processo secondario, dà priorità agli aspetti semantici delle parole. La comunicazione adulta efficace si gioca sulla distanza ottimale tra gli aspetti sensuali-emotivi e quelli semantici del linguaggio.
L’espressione verbale che emerge dai testi scritti di persone con funzionamento mentale prevalentemente psicotico evidenzia un mancato raggiungimento di questa distanza ottimale, dato che il polo sensuale-emotivo e quello ritmico che caratterizzano il linguaggio del processo primario hanno un peso ben più rilevante di quanto accada nella comunicazione verbale della persona non psicotica. In quest’ultimo caso, le regole semantiche non vengono poste in secondo piano, ma convivono dinamicamente con la componente ritmica e con quella affettiva del linguaggio. Gli aspetti ritmico-sintattici e quelli affettivi, nella comunicazione non psicotica, vengono integrati nel livello semantico, in modo da vivificarlo e renderlo emotivamente pregnante; nella comunicazione psicotica, invece, conservano una certa priorità, o comunque mostrano un peso decisamente superiore rispetto a quanto si nota nei consueti contesti comunicativi.
Si può notare che la parola-monade è centrata sulle componenti emotive e sensuali caratteristiche del linguaggio del processo primario, mentre la parola assorbita nel flusso verbale e messa in secondo piano dai legami che costituiscono il discorso come totalità si focalizza maggiormente sulle componenti ritmiche del linguaggio del processo primario.
Rifacendoci alle teorie di Nikolaidis (1984), possiamo inquadrare le due modalità stilistiche e di pensiero che stiamo indagando sullo sfondo delle due tendenze da lui individuate nel linguaggio dello schizofrenico: la prima orientata verso un polo narcisistico (che consente all’autore di non perdersi), la seconda verso un polo oggettuale (che lo aiuta a mantenere il contatto con il mondo). L’aggrapparsi da un lato alle componenti soprattutto emotive e sensuali della parola-monade e dall’altro alle connessioni tra i segni lessicali all’interno del flusso verbale può essere considerato come un segnale della tendenza narcisistica che si oppone all’angoscia di perdersi, tendenza che trova poi un punto di forza nell’aggancio alle componenti semantiche del linguaggio (polo oggettuale), che non vengono trascurate in quanto costituiscono la condizione dell’attivazione delle stesse componenti narcisistiche ora osservate. Sono modalità espressive che, direbbero Meltzer, Bremmer, Huxter, Widdel e Wittenberg (1975), tendono ad esorcizzare la percezione (o il timore) di “essere aperto”, di essere privo di una capacità sfinterica che apre e chiude l’individuo verso il mondo.
L’ “avantesto immaginario” (Anzieu, 1994), ovvero ciò che si trova nella mente dell’autore prima di intraprendere la scrittura del suo testo, la “fase visionaria originaria” (Anzieu, 1994), nel momento in cui viene trasposta nel testo, si struttura secondo varie possibilità in relazione al modo in cui utilizza gli aspetti narcisistici e quelli oggettuali del segno linguistico. Nella scrittura della persona con funzionamento mentale prevalentemente psicotico, agli aspetti narcisistici è riservato uno spazio superiore rispetto al consueto.
È sempre in questo snodo che si gioca l’orientamento del simbolo in una direzione che può essere regressiva-difensiva oppure progressiva-creativa; in quest’ultimo caso il linguaggio può assumere una funzione riparativa nei confronti dell’oggetto e autoriparativa (Giaconia & Racalbuto, 1990).
Crediamo che una parte non secondaria in questo processo sia rivestita dalla possibilità di giocare con le parole e di modificarle nella fase di elaborazione del testo. Pensiamo a questa procedura come a una sorta di handling (Winnicott, 1965) linguistico; come l’handling materno conduce all’acquisizione dello schema corporeo da parte del bambino, così questo handling sulle parole può favorire un’elaborazione dei contenuti della mente e l’organizzazione di uno schema di pensiero.

La scrittura, al di là dei generi, è uno strumento che può far dialogare la parte psicotica con quella non psicotica della mente, incrinando e sbloccando l’equilibrio statico patologico che ha strutturato l’organizzazione mentale del paziente. I testi rappresenterebbero una condizione analoga allo “spazio senza” (Lo Verso & Papa, 1995), in cui il vecchio non c’è più e il nuovo non c’è ancora; condizione precaria, provvisoria, che consente però di andare alla ricerca di un nuovo equilibrio.

 

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Note

* Ricercatore al Dipartimento di Psicologia dell'Università di Parma. Torna su