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Si sono da poco concluse le elezioni per il parlamento europeo. I risultati evidenziano, in tutta Europa, un calo della sinistra e un avanzamento del centro destra.
Questo dato sembra confermare uno spostamento a destra dei valori sui quali si fonda la convivenza nel nostro continente: marginalità della solidarietà e della tolleranza, incremento della paura per la sicurezza, timore per la stabilità del lavoro e ostilità per chi sembra insidiare il locale mercato del lavoro, intolleranza per le situazioni che deviano dalle norme attese, rifiuto della convivenza multietnica, aumento dei pregiudizi per la diversità sociale, in tutte le sue manifestazioni. L’Italia non è sola, in questa problematica.
Sottolineiamo la rilevanza di questo dato: lo spostamento a destra della cultura in cui viviamo interessa direttamente, in modo preoccupante, la professione psicologica. Ricordiamo che la domanda sociale rivolta agli psicologi è, prevalentemente, una domanda d’intervento in favore dell’integrazione tra diversità: integrazione tra cittadino e pubblica amministrazione, integrazione delle differenze di genere, di generazione, di abilità intellettive, motorie, culturali entro la scuola e la formazione, integrazione di competenze, culture, etnie entro il mondo del lavoro o nella convivenza, integrazione dei diversi credo religiosi entro la comunità sociale. Questi problemi comportano una competenza diversa e un’attenzione più ampia di quelle dedicate alla sola malattia mentale, alla sua diagnosi o alla sua cura.
Da circa trent’anni, con il nostro gruppo di ricerca, stiamo seguendo i cambiamenti nella cultura del nostro paese. Sino alla metà degli anni novanta questa cultura vedeva, contrapposte, due tendenze: l’una fondata sui valori dello sviluppo e della competenza, l’altra orientata all’appartenenza ai gruppi di potere e al familismo. Da circa quindici anni si è rilevata una progressiva prevalenza della seconda cultura, ove ai valori dell’egoismo individualista o familista si affianca una valorizzazione irrefrenabile del potere senza competenza, delle appartenenze che procurano privilegi, con la diffusa propensione a perseguire un benessere di facciata, una sorta di dilagante elitarietà di massa. I valori dello sviluppo e della convivenza sono relegati a una piccola minoranza.
Insieme a questa tendenza è cresciuta l’anomia, ovvero la mancanza di fiducia nel futuro e il sentimento di assenza di regole. A nostro avviso l’arroccamento nel familismo e nei gruppi di potere, come pure la richiesta che si aumenti il controllo di tutte le estraneità e devianze, sono in profondo rapporto con tale disorientamento, cui si risponde reattivamente e difensivamente invece che con un rilancio nella costruzione di significati e valori condivisi. Si ricordi, in questo senso, la drammatica afasia di due agenzie sociali rilevanti: la sinistra politica, gli intellettuali.
Tutto questo s’accompagna a una sempre più valorizzata cultura massmediologica, alla spettacolarizzazione degli eventi, alla connotazione semplificata della realtà entro dicotomie emozionali esasperate, ove tutto si traduce nella dialettica amico – nemico. Una sorta di manicheismo spettacolarizzato, diffuso e mortificante ogni forma di pensiero aperto alla problematizzazione e all’approfondimento di quanto si sta vivendo. L’ironia è sempre meno praticata, e ad essa si sostituisce il sarcasmo che accompagna l’intolleranza per ogni dissenso. Mala tempora currunt, si potrebbe ripetere. Ma anche, con Livio, tempus est etiam conari maiora.
Come reagisce la psicologia italiana a questa situazione culturale?
Un profondo conflitto sta attraversando la cultura e la prassi psicologica nel nostro paese. Un conflitto tra una psicologia basata sul potere e il conformismo e una psicologia orientata a promuovere pensiero e autonomia nello sviluppo. Descrivendo questo conflitto, stiamo prendendo parte tra le due posizioni. Pensiamo alla psicoterapia: l’orientamento alla diagnosi e alla terapia dei disturbi mentali configura la relazione psicoterapeutica sempre più chiaramente quale relazione ove lo psicoterapeuta rivendica a sé lo stesso potere del medico nei confronti del paziente. Con una differenza fondamentale: il medico utilizza il suo “potere professionale” per rendere possibile un suo intervento terapeutico, dalla prescrizione farmacologica all’anestesia generale. Lo psicoterapeuta, di contro, utilizza il potere professionale come strumento fine a se stesso, per cambiare nell’altro il modo di pensare, di agire, di vivere le relazioni. Questo intervento di potere viene giustificato dai risultati che si devono necessariamente dimostrare, per avere un consenso sociale su tale agito entro la psicoterapia. Di qui l’enfasi sulla ricerca circa gli esiti della psicoterapia, in tutte le sue declinazioni scientiste. Il potere, d’altro canto, è entrato prepotentemente nella formazione psicologica, ad esempio nella formazione aziendale così come nella prassi riabilitativa. Si tratta di una deriva lenta, ma apparentemente inarrestabile.
Una seconda manifestazione del potere in psicologia, è visibile nella perdita della prospettiva di medio o lungo periodo. Sembra che lo psicologo si viva solo nel breve: il cambiamento, tema caro agli psicologi e agli psicosociologi degli anni sessanta e settanta, è visto oggi come cambiamento immediato, di assetti cognitivi più che di assetti emozionali, riferito ai comportamenti contingenti più che alle modalità simboliche di elaborazione della propria esperienza. Lo psicologo sembra impaziente, propenso a sospingere al cambiamento, attento a verificare un rapido risultato, orientato a evocare la soddisfazione immediata nell’altro.
C’è poi una psicologia che si propone obiettivi di medio e lungo periodo: nella psicoterapia come nella formazione, nell’intervento psicosociale come nei processi riabilitativi e di reinserimento. La mediazione tra intervento e cambiamento risiede necessariamente nel pensare emozioni. E’ la dinamica della simbolizzazione emozionale che fonda il lavoro dello psicologo: la propria simbolizzazione della relazione come quella di chi condivide con lui la reazione professionale.
Individuo o relazione; successo o politica di medio periodo; visibilità personale o sviluppo della convivenza; correzione di deficit o promozione dello sviluppo; pensiero al servizio della ricerca o ricerca al servizio del pensiero; verifica al servizio del potere professionale o verifica al servizio del cliente; conformismo rassicurante o analisi conflittuale della relazione; adesione ai modelli vincenti o perseguimento di una specificità psicologica. Questi e molti altri i dilemmi in cui, a nostro modo di vedere, si dibatte la nostra psicologia, in particolare la componente clinica della psicologia italiana.
Per i prossimi anni il Comitato di Direzione della Rivista ha deciso di uscire con due numeri l'anno, a luglio e a dicembre.
Note
* Professore ordinario di Psicologia clinica presso la Facoltà di Psicologia 1 dell’Università “La Sapienza” di Roma”, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell'International Psychoanalytical Association. Torna su
** Professore associato presso la Facoltà di Psicologia 1 dell’Università di Roma “Sapienza”. Torna su
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