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Premessa
Ogni testo o discorso presenta un contenuto esplicito, consistente in ciò che si intende comunicare; contiene anche un contenuto latente, riferibile alle dinamiche emozionali trasmesse tramite la co-occorrenza, nelle frasi in cui è possibile scomporre il testo stesso, di parole emozionalmente sature o parole dense1. Il contenuto emozionale di un testo può dare informazioni sulla dinamica collusiva che, nello scrivere un testo o nel pronunciare un discorso, l’autore evoca in chi lo legge o lo ascolta. Dinamica collusiva che può essere diversa, a volte distante da quanto si intende comunicare con l’articolazione narrativa, vale a dire con la struttura discorsiva, fondata sul senso compiuto e sullo stabilirsi di relazioni compiute nella stesura di un testo scritto o nel costruirsi di un testo parlato. Non mi dilungo ulteriormente su queste premesse fondanti la metodologia di analisi emozionale del testo.
Il 5 settembre 2010 Gianfranco Fini, Presidente della Camera, ha pronunciato un discorso importante, a mio modo di vedere, per la storia della recente situazione politica italiana. Vale ricordarne brevemente i precedenti: dalla primavera del 2009, più volte Fini precisa la propria posizione politica e culturale, in dissenso con quella ufficiale del governo Berlusconi e del Popolo della Libertà, partito politico del quale era stato di recente co-fondatore, assieme allo stesso Silvio Berlusconi. I temi del contendere concernono differenti temi politici: ad esempio il voto agli immigrati, la bioetica, i rapporti con la Lega, soprattutto la riforma della giustizia.
Ricordiamo alcune date: il 18 novembre 2007 Berlusconi parla, alla fine di una manifestazione politica a piazza san Babila, a Milano, dell’intenzione di fondare un nuovo soggetto politico (il partito del predellino); il 27 febbraio 2008 (due mesi prima delle elezioni politiche tenute nell’aprile 2008) il Popolo della Libertà viene costituito quale federazione di partiti politici: Forza Italia, Alleanza Nazionale e altre forze politiche minori; il congresso fondativo del partito viene celebrato nel congresso del 27-29 marzo 2009. Questa fondazione ebbe in Fini un polemico interlocutore di Berlusconi; la confluenza di AN nel Popolo della Libertà venne così giustificata, dallo stesso Fini, in una dichiarazione al quotidiano Libero del 16 febbraio 2008: “è cambiato il patto politico. Ero e sono contrario a confluire in un partito deciso unilateralmente da Berlusconi, della serie: prendere o lasciare. Così non è, mi creda. Tutto quello che stiamo costruendo e che costruiremo fa parte di un progetto condiviso assieme. Il Popolo della Libertà che stiamo proponendo agli italiani non nasce a San Babila, sul predellino o ai gazebo: nascerà nell'urna il 13 e il 14 aprile.”.
Fini, in altre parole, intende il Popolo della Libertà come un partito ove siano possibili confronti tra posizioni politiche e culturali differenti: le sue frequenti prese di posizione, distanti da quelle ufficiali del governo e da quelle di Silvio Berlusconi in particolare, vengono riprese e sottolineate dalla stampa e dai media. Si arriva così alla prima Direzione Nazionale del partito, il 21 aprile 2010, ove Berlusconi, durissimo, chiede a Fini di lasciare la Presidenza della Camera se vuol continuare a fare politica (minoritaria) entro il Popolo della Libertà. Fini, provocatoriamente, risponde: "Altrimenti che fai? Mi cacci?". Alla fine di luglio 2010 si costituisce il gruppo parlamentare autonomo dei finiani, sia alla Camera che al Senato, con il nome “Futuro e Libertà. Per l’Italia”. Negli stessi giorni l’Ufficio di Presidenza del PdL espelle Fini dal PdL, seguendo quanto previsto dall’art. 6 dello Statuto del partito (Perdita della qualità di aderente e di associato); articolo che nel comma 3 così motiva il decadimento: “per espulsione, inflitta in seguito a provvedimento disciplinare”.
L’estate del 2010 presenta un forte e accanito attacco dei due quotidiani “berlusconiani” (Libero e Il Giornale) alla persona di Fini, accusato ripetutamente, meglio dire quotidianamente, per l’affaire “casa di Montecarlo”. Ma la formazione politica Futuro e Libertà ottiene consensi tra i parlamentari eletti nelle liste del PdL e si profila determinante, almeno alla Camera, nel caso di un voto di fiducia o di votazioni importanti per la tenuta del governo.
Arriviamo così al 5 settembre 2010 e al discorso di chiusura della Festa Tricolore, pronunciato da Gianfranco Fini a Mirabello, il paesino del ferrarese ove la festa si tiene tradizionalmente. Un discorso che, tutti prevedono, annuncerà la nascita di una nuova forza politica, ponendo fine all’apporto di Fini e dei finiani al Popolo della Libertà. Discorso importante, dal nostro punto di vista, perché tratta del possibile conflitto di idee e di analisi entro il partito politico della destra italiana; quel partito che ha vinto le elezioni del 2008 e che ha espresso il governo, in carica da poco più di due anni. Importante perché sottolinea i temi del conflitto o del conformismo, del dissenso o dell’assenso uniformante, entro un sistema politico e più in generale entro un sistema sociale. Importante perché a sostenere il diritto al dissenso è il leader della destra tradizionale italiana; quella destra che, politicamente, si è espressa dal dopoguerra nel Movimento Sociale Italiano, nel MSI-Destra Nazionale e, dal 1993, in Alleanza Nazionale. Importante perché le ripetute posizioni di Fini sembrano essere le uniche in grado di opporsi efficacemente a Berlusconi; evocando un qualche fascino, se non un assenso, in molte persone. Pensiamo che l’analisi emozionale del testo ci possa aiutare a cogliere le dinamiche emozionali, collusivamente comunicate da Gianfranco Fini.
Metodologia
Il testo del discorso di Fini è stato tratto dalla sua edizione integrale, pubblicata dal Secolo d’Italia on web del 5 settembre 20102. Il testo, confrontato con la registrazione video, è risultato utilizzabile per la nostra analisi, in quanto trascritto letteralmente.
Il testo è stato disambiguato e preparato per il trattamento con il programma informatico ALCESTE, al fine di realizzare l’Analisi Emozionale del Testo. Sono state preliminarmente individuate le “parole dense” sulle quali effettuare l’analisi. L’analisi procederà partendo dalla parola densa il cui valore di chi quadro è il più elevato nel cluster, quindi la parola che si situa nella posizione centrale nel cluster. L’ipotesi che regge l’analisi prevede che le parole dense successive, nel loro incontro co-occorrente con quelle che le precedono, riducono la polisemia delle singole parole via via considerate, costruendo un senso che non sta nella narrazione del testo, ma deriva dalla progressiva riduzione della polisemia insita in ciascuna parola densa.
Analisi Emozionale del Testo
L’analisi ha evidenziato cinque cluster o raggruppamenti di parole dense, così disposti nello spazio fattoriale:

Il cluster 3 si situa sul primo fattore. Al polo opposto, sempre sul primo fattore, troviamo i cluster 2 e 5.
Il secondo fattore vede la contrapposizione dei cluster 1 e 4.
I cluster 2 e 5, al polo di sinistra del primo fattore, si contrappongono tra loro sul terzo fattore.
A fianco dei cluster vengono riportate le parole dense caratterizzanti i cluster stessi; sulla sequenza di queste parole, elencate per ordine di rilevanza e centralità nella costruzione del cluster, si fonda l’analisi dei differenti repertori culturali.
Il cluster 3
Partito è la prima parola del raggruppamento, quella a valore più elevato di chi quadro, quindi la più centrale nel cluster. Deriva dal latino partio-partitum-partire ma anche da partior-partitus sum-partiri. Dal doppio significato di partire e dividere in parti. Va ricordato che se-partiri significa separare sé dall’origine, quindi allontanarsi, separarsi, quindi prendere una parte diversa. Il partito politico, accezione della parola densa individuata nel testo, è un’associazione di persone che prendono parte, quindi capaci di assumere una precisa posizione entro lo schieramento delle diverse parti. Di quale partito parla Fini? Del Popolo della Libertà, seconda parola del cluster: il suo prendere parte è quindi caratterizzato dall’essere all’interno del Popolo della Libertà.
Segue la parola densa: critica; l’origine etimologica deriva dal greco krités che vale giudice, da cui la kritiké (sottinteso tekné) che significa arte del criticare, la “critica” di Platone. Critica rimanda quindi a un sentirsi giudicati da un giudice e, per certi versi, ad un sentirsi condannati. Ma anche ad un criticare come giudicare e condannare.
Le parole dense che seguono sono: grande, liberale, massa, democrazia. Rimandano alle connotazioni riferite a un partito, il Popolo della Libertà, che intende ricalcare i grandi partiti della prima Repubblica, la Democrazia Cristiana e il PC, partiti che hanno difeso e realizzato la democrazia; nella rappresentazione simbolico emozionale di Fini, peraltro, il Popolo della Libertà è anche un partito che si rifà al liberalismo di Montesquieu in Europa, a quello della democrazia italiana negli anni venti, al liberalismo di Giolitti, di Croce, di Einaudi. C’è inoltre un riferimento alla massa, all’insieme popolare che racchiude e ingloba, come nel fare la pasta (etimo: dal greco maza che vale pasta, pane d’orzo, che a sua volta viene da masso, impastare; da questo etimo, ad esempio, masseria), le diversità dei singoli e dei gruppi entro un raggruppamento di grandi dimensioni, popolato di un insieme che si riconosce entro grandi ideali, entro una condivisione di valori.
Segue la parola densa dubbio, che deriva dal latino dubius (duo) a significare un pensiero che oscilla tra due posizioni, evenienze. Infine stillicidio, che deriva dal latino stilla (goccia) e cadere, che vale cadere ma anche cader morti, uccidere, distruggere (si veda ad esempio il termine genocidio). Gutta cavat lapidem, dicevano gli antichi a ricordare come un trauma anche leggero, come quello provocato da una goccia che cade, può intaccare e distruggere anche le cose più dure e resistenti. Il dubbio e lo stillicidio, a ben guardare, hanno una duplice valenza: quella delle osservazioni che Fini, in qualità di co-fondatore del Popolo della Libertà, ha portato a Berlusconi e al governo da lui presieduto; ma anche gli attacchi che Fini ha ricevuto dal PdL e dal governo, come dai giornali di casa berlusconiana, nel periodo estivo che ha preceduto il discorso di Mirabello.
In sintesi, in questo cluster si rileva il riferimento di Fini a una grande partito, un partito liberale e di massa, che il Presidente della Camera ha contribuito a fondare. Interessante il duplice riferimento al liberalismo da un lato, che non si è mai qualificato come “di massa”, bensì broghese ed elitario, e quello alla massa dall’altro; riferimento, quest’ultimo, che discende direttamente dai partiti (DC e PCI) che hanno sostanziato la “repubblica dei partiti”, per parafrasare Pietro Scoppola; lo storico recentemente scomparso ricorda, nel suo lavoro3, la diatriba tra Ferruccio Parri e Benedetto Croce sulla nozione di democrazia, nell’autunno del 1945: Parri, allora Presidente del Consiglio e appartenente al Partito d’Azione, parlando alla Consulta nazionale4 disse come la democrazia italiana fosse appena agli inizi, non potendosi definire conme democratici i regimi precedenti al fascismo. Croce, intervenendo il giorno successivo nella stessa Consulta, rese omaggio all’azione svolta da Parri nella lotta antifascista ma precisò anche che l’Italia era stato uno dei paesi più democratici d’Europa nel periodo prefascista, dal 1860 al 1922. Il tema era quello della contrapposizione tra liberalismo e democrazia. Una democrazia che, nel nostro paese, venne sempre più identificandosi con il regime politico guidato dai grandi partiti popolari, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Con una conventio ad excludendum nei confronti di quest’ultimo, che ebbe fine soltanto con i governi di solidarietà nazionale e l’opera politica, pur diversa nelle ispirazioni, di Enrico Berlinguer e di Aldo Moro.
Gianfranco Fini sembra voler integrare il liberalismo, i partiti popolari e di massa5 e l’ispirazione democratica entro la grande forza partitica rappresentata dal Popolo della Libertà.
Le parole dense: “critica – dubbi – stillicidio” rimandano a una messa in discussione di questa convinzione: rimandano al continuo prendere le distanze di Fini dalla leadership del PdL, sia prima delle elezioni che in seguito, dall’alto dello scranno di Presidente della Camera dei Deputati, circa la reale democrazia di chi guida il partito e milita nel Popolo della Libertà; il dubbio rimanda alla contrapposizione tra due visioni del partito, quindi alla critica quale giudizio che le due parti, mai integrate sui temi della democrazia e del liberalismo, hanno svolto e svolgono; con il rischio della distruzione lenta ma inesorabile (stillicidio) del partito stesso. In questo cluster sembrano contrapporsi, nell’emozionalità di Fini, l’ideale di un grande partito politico e gli ostacoli incontrati nella sua realizzazione; remore dovute alla dualità di intenti e di riferimenti ideologici presenti nei due co-fondatori, ripetutamente ricordate da Fini sin dal periodo di costruzione del partito e di trattativa sulle condizioni di confluenza entro tale forza politica unitaria. Fini, in altri termini, sembra rappresentare con parole esaltanti il PdL, dichiarando esplicitamente la sua appartenenza a questo grande partito che vuol riassumere in sé le contraddizioni delle esperienze politiche precedenti, quelle per intenderci della prima Repubblica: la democrazia, il liberalismo e il radicamento idelogico della politica entro le masse popolari. Questa appartenenza, d’altro canto, prevede inevitabilmente la critica, quindi la possibilità di sostenere entro un dibattito interno al partito posizioni e visioni diverse circa i grandi temi della società italiana. Il dubbio di Fini è fondato sulla convinzione che questo dibattito interno non sia possibile: chi manifesta posizioni non concordanti con la leadership, sembra dire Fini, viene lentamente ma ineluttabilmente distrutto. Se ciò avviene, evidentemente, il PdL rimane un grande partito di massa, ma perde le sue connotazioni democratiche e liberali. In questo cluster, quindi, Fini esprime un giudizio ambiguo sul PdL e sulla sua appartenenza ad esso: come a sottolineare che si tratta di un’esperienza entusiasmante ma anche di un’occasione mancata.
Il cluster 2
Come si è detto, si tratta del primo tra i due cluster che si contrappongono a quello appena analizzato, sul primo fattore. Qui Fini si rivolge direttamente agli interlocutori del suo discorso, intavolando un dialogo con loro: uomini, donne, gente, noi. Val solo la pena ricordare l’etimo di gente, dal latino gens inteso quale complesso di più famiglie, legate tra loro da comunanza di origine, di nome, di costumanza religiosa e culturale. Gente deriva dalla radice gene quale generare, la stessa radice di genere, gentile (che appartiene alla gens). Gli uomini e le donne della gente finiana sono il “noi” che Fini integra in un gruppo coeso. Qui, per Fini, l’appartenenza non ha più “dubbi”, come nel caso dell’appartenenza al PdL; nel cluster 2 il Presidente della Camera parla ai suoi, agli uomini e alle donne della sua gens, e allora si può capire il rimando ad Alleanza Nazionale e ai parlamentari che sono rimasti con lui dopo la fallita “fusione” con Forza Italia. Perché questo “noi”, coesivo, a reggere la dinamica emozionale del raggruppamento culturale in esame? La parola densa intimidazione ci aiuta a capire: dal latino in (illativo) e timidus, che spinge verso la paura (timeo). La posizione classica della coesione difensiva: un nemico esterno induce ad un raccogliersi emozionale attorno al “noi”: noi che siamo uniti e ci differenziamo da chi pensa o spera di farci paura e di sottometterci, grazie alla minaccia intimidente. Ecco apparire i giornali, quella minaccia giornaliera, quotidiana, inesorabile che vuole piegare attraverso l’intimidazione. La difesa? La parola densa “popolare”, dal latino populus, il popolo quale comunità politica (senatus populusque romanus) che protesta per l’attacco intimidatorio sferrato al gruppo coeso di uomini e donne. Se si vuole, qui Fini contrappone il potere dei mass media al potere del popolo, di una comunità politica che si fa gente di Fini, della destra di Alleanza Nazionale; gente che ripropone il suo orgoglio e riprende la sua identità di comunità fondata su una precisa idea politica. Una idea politica che si contrappone al PdL, al partito di massa, liberale e democratico, la cui realizzazione è stata distrutta dalla pretesa intimidente dei mass media e del loro padrone indiscusso. Se nel cluster 3 si parlava del sogno di un grande partito, qui la difesa dall’intimidazione fa emergere la gente e i parlamentari fidati, quel “noi” che non si fa intimidire e è capace di protestare (attestare pubblicamente) la propria coesione e l’orgoglio delle proprie origini.
Il cluster 5
Si tratta di un’area culturale interessante, che si contrappone al cluster 3 (l’idea di partito PdL) ma anche al cluster 2, appena analizzato; quest’ultima contrapposizione si situa sul terzo fattore, mentre sul primo fattore il cluster sta dalla stessa parte del cluster 2.
La prima parola densa del raggruppamento è Berlusconi. Al Presidente del Consiglio segue la parola: governo. Ed ancora: legislatura e sacrosanto. Berlusconi non è più il padrone dei media che tentano di intimidire Fini e la gente che sta con lui; non è nemmeno il fondatore, assieme a Fini, di un partito (PdL) che ha deluso le aspettative di Fini evocando forti dubbi sulla fattibilità di un partito che si voleva democratico e liberale; qui Berlusconi è il capo del governo che ha il diritto sacrosanto di portare a termine la legislatura. La parola densa che segue è: amici. Non la “gente” e il “noi” del cluster precedente, ma comunque un termine (dal latino amicus che deriva dal verbo amare) impegnativo emozionalmente, che sembra voler ricordare come Fini non si senta per nulla solo nel garantire (le successive parole dense sono: azione, garantismo) la prosecuzione della legislatura e quindi l’azione del governo.
Ma torniamo alla parola densa “sacrosanto”: dal latino sacer e sanctus, con etimi diversi. Sacer, dalla radice sak, vale “ciò da cui si deve stare lontani”, ad indicare il luogo che sta tra il dio e gli uomini, il luogo dei sacerdoti e dei misteri; sanctus deriva dal verbo sancio – ire che significa fissare irrevocabilmente, sancire appunto. Questa parola densa ha una valenza emozionale importante nel cluster: indica come il diritto a governare, che Fini attribuisce a Berlusconi, non discenda dallo stesso Berlusconi quanto da un patto inviolabile, irrevocabile e collocato nel sacello del voto, che il PdL ha stipulato con gli elettori: patto del quale Fini si sente parte ineliminabile e di grande rilievo. Si può allora comprendere la parola densa “garantismo”: dal gotico “werjan” e dal francese “garant”, vale l’atto del difendere e proteggere. In altri termini, Fini sta proponendo una differenza fondamentale tra Berlusconi, cui è affidata l’azione di governo, e se stesso quale garante, protettore del patto sacrosanto con gli elettori.
Le parole dense che seguono sono: fermare, concreto, mai, patto, contro.
Fermare, dal latino firmare, che fa riferimento a firmus, fermo, stabile, significa rendere stabile, assicurare. Ma anche stoppare, bloccare le azioni che non sono stabili, o se si vuole non stabilite nel patto con gli elettori. Anche concreto, dal latino concretus che vale denso, coagulato e che deriva dalla stessa radice di crescere, sembra indicare la garanzia, assicurata da Fini, all’azione di governo. Mai e contro sono un avverbio e una preposizione volte a escludere e ad avversare, nell’azione di governo, ciò che si allontana dal patto di cui Fini si sente e si dichiara garante. Si tratta di parole dense che evocano una sorta di minaccia nel confronti di chi si allontana dal patto: una minaccia riferita alla funzione di garanzia, quindi conseguente a un venire meno al patto da parte del governo e di Berlusconi. Quest’ultimo, come abbiamo visto, ha suscitato dubbi sulla gestione del PdL, ha attaccato il Presidente della Camera con intimidazioni venute dai suoi giornali e più in generale dai mass media che controlla totalmente. La risposta di Fini, nella dinamica del discorso di Mirabello, si fonda sul patto con gli elettori del quale Fini si ritiene garante; garanzia necessaria, nella dinamica emozionale del testo in analisi, vista l’inaffidabilità di chi evoca dubbi e minaccia intimidazioni. Berlusconi ha attaccato direttamente Fini; quest’ultimo propone una triangolazione tra sé e Berlusconi, identificandosi con il garante dell’azione di governo. Berlusconi trasforma gli eventi in dinamiche personali, che bypassano le istituzioni e fanno riferimento alla sua figura, più importante e preminente delle cariche istituzionali proprie e altrui. Fini si propone quale figura attenta alle istituzioni, forte anche dell’appoggio dei suoi, della sua gente, dei suoi amici e della tradizione che la sua figura evoca; una tradizione che poggia sulla parola densa Alleanza Nazionale.
Il secondo fattore
Su questo fattore si contrappongono i cluster 1 e 4. Il secondo fattore interseca il primo nella sua parte centrale, quindi si situa “a metà” tra i dubbi sul PdL da un lato, le intimidazioni alla gente di Fini e la funzione di garanzia sul governo dall’altra. Che ci possiamo aspettare in questa posizione intermedia, situata tra un passato prossimo (il PdL) e un presente di difesa e di attacco nei confronti del minacciante Berlusconi? Nel mezzo, evidentemente, ci sono i temi del contendere, le aree della politica e i problemi che Fini utilizza per definire la sua posizione, per smarcarsi, differenziarsi da Berlusconi. Da un lato, nel cluster 1, emerge un impegno per i giovani e la proposta di una speranza per il futuro; dall’altro, nel cluster 4, la dinamica emozionale fa riferimento alla giustizia, tallone d’Achille di Berlusconi; ma anche al rapporto tra destra e Lega Nord, in particolare sul tema del federalismo: l’altro punto debole di un Berlusconi troppo accondiscendente nei confronti delle richieste leghiste e ambiguo nel sorridere alle pretese “secessioniste” della Lega, nello smarcarsi di fronte al “razzismo” leghista e ai pregiudizi che sostanziano la pretesa diversità del Nord del paese.
Come si vede, siamo ancora al confronto tra Fini e Berlusconi: questa volta su tematiche che Fini ha più volte ricordato quali punti deboli del governo e della linea politica di Forza Italia, di quella parte politica che si pretende egemone entro un PdL ormai superato e criticamente considerato dal Presidente della Camera.
Il cluster 1
La prima parola densa è “politica”: Fini sembra dire basta ai dubbi, alle minacce e alla polemica con chi lo vuole attaccare, in nome della aconflittualità fondata sulla leadership indiscussa del capo. Fini sembra dire: occupiamoci di politica, delle cose che concernono i cittadini e la politeia, la comunità e il contenuto del governare, la sua implicazione nella vita dei cittadini. La seconda parola densa è: “impegno”. Dal latino pignus, che vale pegno, garanzia ma anche ostaggio, testimonianza, è una parola interessante nella sua valenza emozionale: Fini, in politica, propone impegno, quindi si propone quale ostaggio volonteroso del volere dei cittadini, non autore onnipotente delle loro aspettative . Fini si propone come diverso da Berlusconi, nella sua pretesa immagine di garante dei risultati certi, del successo e dell’eccellenza senza precedenti. Fini, al contrario di Berlusconi, propone solo di impegnarsi nell’azione politica. Segue la parola densa “capace”: dal latino capere vale contenere, indica quindi la possibilitàdi contenere, la competenza a svolgere il proprio compito. La capacità comporta competenza, non qualità taumaturgiche, sovrannaturali.
Seguono le parole dense: giovani, paese, comunità. La parola giovani rimanda emozionalmente al problema del lavoro e del precariato, del disinteresse da parte della politica per intere generazioni costrette a lavori ripetitivi e mal pagati, ove impera la provvisorietà, la mancanza di opportunità di carriera, di sviluppo della competenza, di sicurezza economica e sociale per il futuro. Il lavoro, peraltro, non è un problema solo dei giovani ma dell’intero paese, della comunità.
Seguono le parole dense futuro e desiderio, ma anche preoccupazione, problemi, basta. Ecco ancora la problematicità ambigua del discorso finiano: si indica il desiderio (dal latino de come allontanamento e sidera, le stelle da cui si allontana lo sguardo, quindi mancanza di ciò che si desidera) come aspirazione a ciò che si vuole ma non si possiede; aspirazione che può essere oggetto di una creazione (futuro, dalla radice bhewe – in latino fu – vale creare), di una realizzazione; dall’altro la preoccupazione6 per i problemi e l’affermazione tranchant “basta”, imperativo del verso bastare (finiamola), che sembra auspicare una fine dei problemi che concernono i giovani e il loro desiderio frustrato.
Cluster 4
Se il cluster 1 inizia con la parola densa politica, qui s’inizia con la parola “riforme”; la seconda parola densa è “giustizia” e rimanda alla vexata quaestio sulla necessità di garantire una immunità a chi governa, al fine di sottrarlo alle persecuzioni di una magistratira in gran parte schierata contro la figura del Presidente del Consiglio. La seconda problematica che Fini affronta è quella del Nord, che vuole un federalismo atto a dare potere di varia natura alle regioni (le parole dense sono: Nord, federalismo, regioni, cittadini, generazionale, fiscale, legge ad_personam, lavoro, processo_breve, mondo). Qui Fini pone a confronto il lavoro per i giovani alle leggi ad personam, perseguite a più riprese da Berlusconi, e alla deregulation fiscale a favore delle regioni, voluta dal Nord e da Bossi in particolare. Due aree entro le quali si è sovente manifestato il dissenso di Fini dalla politica di Berlusconi: dissenso dal bisogno ossessivo del Presidente del Consiglio di ottenere immunità necessarie in ordine alle sue disavventure giudiziatrie; ma anche dissenso nei confronti della sua acquiescenza, interessata, nei confronti di un federalismo voluto dalla Lega Nord e certamente non prioritario rispetto ai problemi del paese.
Anche sul secondo fattore, in sintesi, evidenziamo una contrapposizione tra il Fini preoccupato e impegnato per i problemi politici dei giovani, del futuro del paese e il Fini polemico con Berlusconi e con le sue ossessioni per la riforma della giustizia; polemico anche con il federalismo fiscale, ossessione dei leghisti. Un Fini garantista dell’impegno politico e un Fini che denuncia Berlusconi e la sua sfiducia nel Capo del Governo.
Conclusioni
Senza alcun dubbio, il messaggio emozionale rilevante di Fini, con il suo discorso di Mirabello, consiste nel ribadire la sua appartenenza alla destra, quale luogo della sua identità politica e morale. Il discorso di Mirabello è un discorso di destra. Di una destra storica, che si propone quale garanzia nei confronti del patto con gli elettori e quale giudice, a volte severo, nei confronti dell’azione di governo. Fini è dubbioso e critico circa il sogno, condiviso con Berlusconi, di un grande partito di destra. E ravvisa l’ostacolo, che ha frenato e dissolto questa impresa, nella dimensione egocentrica e accentratrice di Berlusconi. Un leader, Berlusconi, che ha mal sopportato le critiche e i rilievi di Fini e della sua gente, che ha risposto con la minaccia intimidatoria alla possibile messa in discussione della sua leadership assoluta. In sintesi, Fini parla alla gente di destra, agli elettori che hanno votato il PdL nell’attesa di un governo di destra capace di affrontare, con tale visione della realtà, i problemi del paese. Fini si propone quale garante di questi elettori; al contrario di Berlusconi che cede alle richieste ossessive dei leghisti e che pensa prioritario risolvere i propri problemi giudiziari.
Per capire il senso di questa posizione emozionale di Fini è importante ricordare su cosa si presume sia fondato il potere berlusconiano. Accenno appena al momento della discesa in campo del Cavaliere: era un momento di crisi dei partiti in Italia, ma soprattutto di crisi della politica nel mondo. Era diffuso il vissuto emozionale di una profonda impotenza, attribuita alla politica, nel confronto con i problemi posti dalla globalizzazione e dalla trasformazione dei sistemi produttivi in sistemi finanziari multinazionali. Berlusconi ha conquistato il potere politico in Italia approfittando di questo vissuto di impotenza e di un conseguente, diffuso disgusto per la politica, il suo teatrino e i suoi uomini. Berlusconi si è proposto come l’antipolitico e al contempo come l’unico politico che, per la sua provenienza da una esperienza di successo imprenditoriale e finanziario, poteva ridare fiducia nel potere della politica. Il potere del “fare”, dell’iniziativa concreta volta al cuore dei problemi “reali” della gente, estraneo ad ogni ideologia, ad ogni vincolo morale, ad ogni legame fondato sull’appartenenza. Berlusconi si è proposto come appartenente a tutti i gruppi della vecchia politica, ha preteso di impersonarne i tratti salienti: cattolico, e ricordiamo appena la zia suora o l’amicizia con personaggi importanti della chiesa cattolica; comunista, e ricordiamo il Berlusconi operaio o l’amicizia con Putin; libertino, nelle sue più accentuate, spudorate e goliardiche espressioni; laico, perché non vincolato da alcun credo ideologico condiviso; opportunista sino all’inverosimile, ad esempio nell’affermare una cosa per negarla esplicitamente il giorno seguente; razzista, e vale appena ricordare le affermazioni sull’Islam e la superiorità della civiltà occidentale; difensore della famiglia, ma anche irridente ai legami familiari; ecumenico e capace di universali rapporti internazionali; distaccato, entro un mondo impenetrabile di ricchezza e di cattivo gusto, ma anche vicino alla “gente” alla quale ama parlare per convincerla su come va veramente il mondo. Potrei continuare a lungo nel delineare le connotazioni di questa pretesa identità, ove si vuole assommare tutto e il contrario di tutto. Tale poliedricità d’immagine è stata creata, sostenuta e diffusa capillarmente dal ferreo possesso dei media, che Berlusconi ha utilizzato magistralmente. E’ nei media che le contraddizioni svaniscono, che si può realizzare sistematicamente quella coincidentia oppositorum ricordata da Nicola Cusano e che con Matte Blanco sappiamo essere la connotazione fondamentale del modo di essere inconscio della mente, quindi di quell’emozionalità che satura la comunicazione mediatica.
Berlusconi ha occupato un luogo dell’immaginario italiano, l’illusione di poter contare su un politico potente, proprio quando la politica aveva lasciato un traumatico vuoto di potere: vuoto di potere programmatico e di progetto, vuoto di potere nella mobilitazione popolare, vuoto di potere d’immagine e di credibilità, vuoto di potere nella legittimazione di quella repubblica dei partiti, demolita da “tangentopoli” e da “mani pulite”, come dagli eventi che seguirono a questo pubblico processo alla politica. La connotazione del potere berlusconiano, d’altro canto, ha avuto e ha una caratteristica emozionale importante: quella di sostituirsi a ogni problema reale dei cittadini e del paese, quella di esaurire nella sua immagine ogni dibattito politico, ogni riferimento a dinamiche economiche, civili, sociali, idelogiche, culturali, mondane, spettacolari, di politica estera o di riferimento familiare. Il potere allo stato puro ha avuto nella figura, nell’immagine di Berlusconi il prototipo esemplare. Un’immagine che richiede popolarità e contraddizione; il Cavaliere impersona l’esempio più lampante del detto: parlate sempre e solo di me, anche male, anzi malissimo, purchè ne parliate. E da anni non si fa che parlar di Berlusconi, seguendo provocazioni, stimoli e pettegolezzi artatamente comunicati affinchè questo parlar di Berlusconi sostituisca ogni altro interesse di chi segue i media e ne subisce l’effetto catastrofico.
Fini si è messo nell’impresa, dettata dalle condizioni vessatorie della vigente legge elettorale, di fondare un partito assieme a Berlusconi. Il discorso di Mirabello è la pietra tombale che chiude questo breve tentativo. Ma esprime anche il bisogno di ribadire che esiste una destra in Italia, e che Fini rappresenta questa destra. Fini è di destra perché Berlusconi non è situabile in alcuna parte degli schieramenti politici possibili: la pretesa di Berlusconi è di rappresentare, al meglio, tutte le parti politiche pensabili dal cittadino italiano. Senza alternativa. D’altra parte, nell’ambito berlusconiano sono confluite pressochè tutte le componenti politiche della prima repubblica: dai liberali ai socialisti, dai democristiani ai repubblicani, dai verdi ai radicali. Solo i comunisti (con qualche eccezione) e i leghisti non si sono mai confusi con il coacervo berlusconiano. Ricordiamo, per incidens, che tra i molti candidati della sinistra che si sono misurati con Berlusconi e che hanno perso la contesa elettorale (Occhetto, Rutelli, Veltroni) solo Prodi, cattolico, ha riportato due volte la vittoria: con l’Ulivo nel 1996 e con l’Unione nel 2006.
Nel discorso di Mirabello Fini rivendica la sua identità politica e si definisce garante del patto con gli elettori; si tratta evidentemente degli elettori che hanno votato a destra. Garante nei confronti delle azioni di governo e di Berlusconi. Il governo berlusconiano ha il diritto sacrosanto di governare, si comunica nel discorso di Mirabello; ma Berlusconi lo farà, d’ora in poi, sotto la supervisione e il controllo di Fini e dei suoi. Fini è “vincolato” a destra, ma ritaglia per sé e per la destra storica (il “noi” che proviene da Alleanza Nazionale) un ruolo nuovo: quello di porsi quale “terzo” tra Berlusconi e gli elettori, di garantire che l’azione di governo non abbia deviazioni inutili, dovute alle ossessioni di Berlusconi o ai sue multiformi e imprevedibili vincoli con le varie forze presenti nel paese, per affrontare i problemi “veri” del paese. Fini, d’altro canto, sa esplicitamente che questa sua funzione non sarà mai accettata da Berlusconi e dal governo. Questa è la provocazione paradossale che Fini lancia a Berlusconi nel discorso di Mirabello: la necessità di dover fare i conti, anche ad litteram, con una funzione di limite e di controllo che, se accettata, potrebbe segnare la fine dell’immagine berlusconiana. Una provocazione che ha connotazioni emozionali, prima ancora che politiche, espressamente di destra: non ci faremo intimidire. Da Mirabello ci si aspettava una presa di posizione di Fini, la fondazione di una nuova forza politica, il rifiuto di un sistema, quello berlusconiano, che lo aveva attaccato sul piano personale e familiare, cercando di delegittimarlo agli occhi degli italiani e del mondo. Fini non risponde attaccando formalmente Berlusconi, prendendo le distanze dall’ex alleato, cercando nuove collocazioni politiche come alcuni speravano. Nulla di tutto questo. La risposta di Fini è molto più “minacciante” per Berlusconi: il Presidente della Camera si propone, con la forza parlamentare di Futuro e Libertà, di garantire l’azione di governo e di controllarla, di diventare il garante degli elettori. Berlusconi ha agito per anni un potere senza vincoli e senza limiti; Fini si propone quale vincolo e limite all’immagine di Berlusconi. I temi del controllo sono ben delineati da Fini: federalismo, giustizia, lavoro giovanile. Tre temi che pongono limiti a Berlusconi nei confronti delle sue preoccupazioni giudiziarie, del suo rapporto con la Lega, della sua relazione che si vuole privilegiata con gli industriali e i commercianti, garantendo forza lavoro giovanile a basso costo e con contratti facilmente reversibili. Fini sembra richiamare berlusconi ad un vero e proprio esame di realtà; un esame il cui esito è incerto.
Un ultimo interrogativo: questa sfida non prevede mediazioni, perché avviene tutta all’interno della destra. E’ una sfida “vera” all’immagine berlusconiana, perché non è fondata su attacchi al Presidente del Consiglio che, come abbiamo visto, ne potrebbero rafforzare l’immagine onnipotente. E’ una sfida vera perché propone limiti politici e morali a Berlusconi, entro un’alleanza di governo che Fini non intende mettere in discussione. C’è da chiedersi quali siano i poteri che motivano e fondano questa sfida.
Allegato – Il testo di Gianfranco Fini a Mirabello
Care amiche e cari amici di Mirabello, ogni volta che ho avuto modo di prendere la parola in questo piccolo paese della provincia di Ferrara che mi è caro per tante ragioni; ogni volta che in questi anni ho avuto modi di rivolgermi al popolo prima della destra e poi del centrodestra, ho sempre provato una certa emozione. Per ragioni note, perché qui affondano le radici di una parte della mia famiglia, perché qui, tanti anni fa, un uomo certamente capace di guardare innanzi, indicò al suo popolo, quello che allora era il popolo del Movimento sociale, la necessità di un salto di generazione. E credo che la presenza qui, insieme a tanti, di un uomo come Mirko Tremaglia sia la più bella dimostrazione di quella ideale continuità. Mirabello come luogo, per me e tanti, delle emozioni, emozioni che nel corso del tempo, si sono rinnovate qui. La destra italiana qui ha vissuto dei momenti importanti. Fu qui, con Pinuccio Tatarella, che anticipammo quella che poi divenne Alleanza nazionale. E fu ancora qui che, insieme con tanti altri, preconizzammo quell'ulteriore svolta - così la chiamarono i giornalisti - che portò alla nascita del Popolo delle libertà. Ogni qualvolta, per queste e altre ragioni, mi sono rivolto da questo palco a coloro che ascoltavano e più in generale agli italiani, ho provato una grande emozione. Ma, credetemi, l'emozione di ieri e dell'altro ieri non è nulla rispetto all'emozione che provo in questo momento. Credo che mai, mai, mai nel mio cuore ci sia stata un'emozione forte come quella che avverto in questo istante. Un'emozione che deriva dal fatto che questo appuntamento, questa festa del 2010, è diventato, com'è ormai a tutti noto, un appuntamento rilevante per l'intera politica italiana, non soltanto per le sorti del Popolo delle libertà, del centrodestra, della destra italiana. Mirabello è diventata, ed è, per un giorno la capitale della politica italiana. E credo, caro Vittorio Lodi, che questo sia il regalo più bello che ti potevamo fare e diventa un regalo per chiunque segua le vicende politiche nazionali.
Un ringraziamento sincero, quindi, a Vittorio, alla famiglia, a tutti coloro che in questi giorni hanno dato vita ai dibattiti, un ringraziamento alle tante donne e ai tanti uomini che hanno raggiunto Mirabello, molte volte per la prima occasione, provenienti da ogni parte d'talia. È quella mobilitazione spontanea di popolo, cui facevano riferimento Bellotti, Raisi, Moroni, di un popolo che non è qui perché precettato, un popolo che è qui perché sente profondo il desiderio di partecipare, di ritrovare un orgoglio, un'appartenenza, un desiderio che è quello di un impegno politico all'insegna anzitutto di alcuni valori, di precise idealità. Un popolo di donne e di uomini che si ritrova, in alcuni casi dopo molti anni, in altri casi, si ritrova dopo poche settimane. E allora spero che questa piazza, che mi dà forza, e vi ringrazio, in questa fase di difficoltà possa esser l'occasione da parte mia per dare un contributo di chiarezza su quello che è accaduto e su quello che accadrà. Che cosa è accaduto in questo tormentato periodo estivo? Non lo si comprende, care amiche e cari amici, se non si torna indietro al giorno in cui tutto è cominciato. Un giorno che non è lontano, calendario alla mano, ma che sembra ormai sepolto, il 29 di luglio. Quando l'ufficio politico del Pdl, il massimo organismo di vertice del partito, dopo una riunione durata un paio d'ore, in mia assenza, ha decretato di fatto la mia espulsione da quel partito, un partito che ho certamente contribuito a creare, non in ragione di quel che potevo rappresentare come persona, ma in ragione di quel che rappresentava quella grande comunità politica che era ed è la destra italiana. Una riunione al termine della quale è stato approvato un documento in cui si scrive testualmente che la mia posizione, e la posizione dei cosiddetti finiani, rappresentava uno stillicidio di dissenso, una critica demolitoria, un atteggiamento di opposizione permanente spesso in sintonia con posizioni e temi della sinistra, una - e questa veramente è da ridere - una partecipazione attiva al gioco al massacro delle procure e, quindi, - questa era la conclusione - Fini è assolutamente incompatibile con i principi ispiratori del Popolo della libertà. Il 29 di luglio. E, allora, per cominciare a fare chiarezza, non c'è stata alcuna fuoriuscita, non c'è stato alcun tipo di scissione, non c'è stato alcun atteggiamento volto a demolire il Popolo della libertà. C'è stata di fatto la mia estromissione dal partito che avevo contribuito a creare con un atto profondamente illiberale, con un atto autoritario, con un atto che nulla ha a che spartire con quel pluralismo che rappresenta una delle garanzie, una delle condizioni perché un partito sia autenticamente un partito liberale di massa. Nessuna follia, nessuna scissione. Un atto, non ho difficoltà a dirlo, che forse è stato ispirato da quel libro nero del comunismo che ci fu consegnato quando demmo vita ad Alleanza nazionale. Un atto in perfetto stile stalinista quello di essere messi alla porta senza alcun contraddittorio. Quel documento fu una brutale repressione della dialettica interna, prima che del dissenso, fu il tentativo di annullare ogni tipo di diversità. E, allora, ragioniamo, chiediamoci se nel Popolo della libertà, il partito liberale di massa, in quello che un po' enfaticamente fu definito "partito dell'amore" era ed è possibile fare delle critiche, esprimere dei dubbi, indicare delle prospettive? Per fare qualche esempio, non c'è ombra di dubbio, e chi ha seguito la politica negli ultimi mesi sa bene, che da parte mia ci sono state in alcune occasioni delle critiche, dei dubbi, ma aprendo prospettive, facendo delle proposte. Credo che sia più che naturale quando si sta all'interno di un grande partito che vuole essere liberale e di massa. È possibile avanzare delle critiche e dire, ad esempio, che a fronte di un governo che per molti aspetti aveva ben operato contro la crisi finanziaria. Non è vero che siamo a priori contro l'azione dell'esecutivo, sarebbe ridicolo. Ci sono amici del Popolo della libertà, esponenti di Futuro e libertà che sono nel governo Berlusconi. Un governo che ha ben operato contro la crisi finanziaria, forse poteva modulare in modo diverso alcuni interventi. Poteva ad esempio evitare quei tagli lineari alla spesa, vale a dire tagliare ciò che era superfluo e inutile e contemporaneamente tagliare ciò che era essenziale, taglia che hanno determinato, per citare solo due casi, due clamorose proteste. Proteste di gente che lavora, di donne e uomini che potevano essere qui, e in alcuni casi sono qui. Mi ha ferito quando a Venezia ho visto le forze di polizia costrette a manifestare il proprio dissenso.
Credo che meriti rispetto ogni dirigente, ogni cittadino italiano colpito da quei tagli che non andavano fatti. E penso anche ai tagli ai fondi alla scuola, causa della protesta dei precari che ancora non sanno se fra qualche giorno, quando ricomincerà l'anno scolastico, ci sarà una cattedra per loro. Non è una critica demolitoria nei confronti del governo. È la constatazione del fatto che quando si interviene occorre intervenire sapendo perfettamente quali possano essere le conseguenze. Allora, è lecito avanzare critiche, esprimere dubbi? Come quelli non sul federalismo fiscale, ma sui suoi costi effettivi, sui suoi tempi di attuazione, perché non c'è dubbio che il federalismo fiscale può essere una grande riforma per tutta l'Italia, ma in alcuni momenti è parso che così non fosse. È lecito pensare che nel Pdl le prospettive non siano condivise da tutti. Per esempio, quando si parla di lotta all'immigrazione clandestina, ed è sacrosanto, si deve indicare anche la prospettiva dell'integrazione dell'immigrato onesto. E ancora, la questione più spinosa, il garantismo è un principio sacrosanto, ma mai e poi mai può essere considerato una sorta di impunità permanente: garanzia dell'imputato, certo, ma i processi si devono svolgere. Tutto questo è eresia, è disfattismo? È stillicidio polemico ribadire che la magistratura italiana è un caposaldo della nostra democrazia? Non si può a causa di qualche mela marcia contestare quello che rimane il presidio della nostra Repubblica. È uno stillicidio dire che noi siamo un grande partito nazionale e che, proprio perché deve avere a cuore gli interessi di tutti, da Vipiteno a Lampedusa, non può appiattirsi sulle posizioni di un alleato certamente importante come la Lega che però ha soltanto una dimensione regionale? Quando si dice che non è stato un grande atto di lungimiranza da parte del Pdl, per dar ragione a Bossi, accontentare un migliaio di produttori di latte che sforavano le loro quote a scapito di tanti agricoltori onesti? Il Pdl doveva essere un grande partito nazionale, un grande partito occidentale, con valori di riferimento precisi: libertà, rispetto e dignità della persona umana. E se non fossi stato espulso dal Pdl avrei detto quello che dico adesso, dopo aver visto lo spettacolo poco decoroso di Gheddafi a Roma, un personaggio che non ha nulla da insegnarci. Da ex ministro degli Esteri conosco le ragioni della realpolitik, posso anche arrivare a dire che ci possa essere una quota di realpolitik dettata da un legittimo calcolo di interessi, da una logica di tipo finanziario. Ma questo non può portare a una sorta di genuflessione.
E allora, continuando, è possibile dire all'interno del Pdl, come ho detto in passato, che c'è un preciso dovere per chi ha responsabilità istituzionali, quello di rispettare le altre istituzioni? Quando il premier chiede che gli venga riconosciuto il rispetto dovuto, lui deve riconoscerlo agli altri, in primis al capo dello Stato che rappresenta la Costituzione. E si deve rispettare il Parlamento, che non è una dependance dell'esecutivo. E non lo dico da presidente della Camera, ma perché devono essere equilibrati i poteri. È stillicidio dire che governare è una nobile e ardua impresa ma non può mai significare comandare? Sì, perché governare significa comprendere le ragioni di tutti e garantire equilibrio. E sempre per essere chiari: era stillicidio, provocazione, boicottaggio, ribadire che il Pdl doveva essere la garanzia della possibilità di portare a termine le grandi riforme di tipo costituzionale, economico, sociale? È vero, la crisi è stata un ostacolo. Ma perché non si parla più della necessità di una grande riforma, a partire da quella della carta costituzionale, che possa davvero porre fine a questa interminabile transizione e far nascere davvero l'alba di una nuova repubblica? Non avevamo concepito il Pdl per mantenere l'esistente, ma come forza di vero e autentico cambiamento.
E, ancora, è stata dimostrazione di preconcetta ostilità ribadire che in questa fase di crisi - in cui è ancora più indispensabile l'impegno per una politica volta a garantire un miglior passo di giustizia sociale. Negli ultimi due anni, da questo punto di vista è cambiato poco. E quella grande rivoluzione basata sul merito, con cui si riempivano le piazze in occasione della campagna elettorale deve diventare il prima possibile non soltanto un impegno ma un atto politico conseguito giorno per giorno con tutti gli interventi volti ad aiutare chi è più capace. E ritengo di avere diritto di porre alla mia comunità politica anche quesiti scomodi e questo non credo che meritasse il gesto infastidito e stizzito di chi ha detto che è incompatibile con il Pdl. Il presidente del Consiglio, lo dico senza ironia, ha tanti meriti, ma anche qualche difetto: innanzitutto quello di non capire che in una democrazia liberale non può esserci eresia perché non ci può essere l'ortodossia. Gli siamo tutti grati per quello che ha fatto nel '94, per aver battuto la cosiddetta macchina da guerra, ma la gratitudine non implica che non possa esistere il confronto, che i distinguo debbano essere accusati di lesa maestà: perché non siamo un popolo di sudditi. Io gli ho contestato la sua attitudine a confondere la leadership con quello che è l'atteggiamento di un proprietario di azienda. Proprio perché il Pdl ha aperto orizzonti di grandi speranze, non può essere derubricato a contorno del leader, ma deve essere una fucina di idee, un polmone che respira e dà ossigeno all'intera nazione. Rivendicare la possibilità di esprimere opinioni, di avanzare proposte, critiche, fare valutazioni non può essere boicottaggio ma democrazia interna, fisiologia di un partito liberale di massa, non teatrino della politica. È possibile che la sola volta in cui si sia riunita la direzione del Pdl abbia segnato il momento di avvio del processo che ha portato al 29 di luglio? Giorno che considero lesivo non della mia persona, ma di un grande partito che è il Pdl e si fonda sulla democrazia.
Continuare in questa dialettica interna non significa tradire gli elettori perché ci sono tanti, tanti elettori del Pdl autenticamente moderati che non si accontentano dell'affermazione "siamo il partito dei moderati". Ci sono per davvero tanti elettori del Pdl convinti che la ragione prima della politica sia garantire l'interesse generale, il bene comune, della polis, l'interesse della comunità, nazionale, non l'interesse di una parte. C'è gente che non capisce perché il Pdl anziché lavorare per unire, lavori per dividere, per alzare gli steccati, per determinare scontri.
Ecco il Pdl autenticamente nazionale. Certo, questi elettori del Pdl sono in molti casi donne e uomini che hanno votato Alleanza nazionale, ma non solo. Sono elettrici ed elettori di altre tradizioni politiche. E ne abbiamo avuto la riprova dopo l'espulsione, quando si sono costituiti i gruppi di Futuro e libertà. Si sono uniti uomini e donne che non avevano avuto niente a che fare con quella tradizione politica.
Il ringraziamento che voglio fare è a quei parlamentari che non erano mai stati a Mirabello. Fli non è An in sedicesimo. Chi lo pensa non ha capito assolutamente nulla. Qui c'è il tentativo difficile ma doveroso di non disperdere quel sogno. Dobbiamo dare risposte alle tante donne e ai tanti uomini che nemmeno leggono più le pagine della politica, che nutrono fastidio per telegiornali e giornali che, salvo rare eccezioni, sembrano essere quasi fotocopie. Nel Paese sta crescendo il distacco nei confronti della politica, di quella degli steccati. Fli deve essere punto di riferimento di tanti elettori che nelle ultime elezioni magari si sono astenuti o che nelle prossime amministrative, senza un'alternativa, si asterrebbero. Sono elettori che ci dicono di andare avanti, di cercare di difendere non solo le nostre buone ragioni ma i principi originari, più autentici del Pdl, che ci chiedono di dar vita a una buona politica, che è l'unico antidoto alla sfiducia crescente nelle istituzioni. Quando tante persone perdono fiducia nella politica è la vigilia di momenti che possono essere più problematici. Il Pdl, come lo avevamo concepito e voluto, è finito il 29 luglio perché è venuta meno la volontà di dar vita a quel confronto di idee che è il sale della democrazia. Il Pdl non c'è più, ora c'è il partito del predellino. Per certi aspetti il Pdl è Forza Italia che si è allargata con qualche colonnello o capitano che ha soltanto cambiato generale e magari è pronto a cambiarlo ancora. E il fatto che il Pdl non c'è più è la ragione per la quale è facile rispondere alla domanda: cosa accadrà? Ed è molto più facile rispondere se si ragiona, piuttosto che se ci si fa prendere dai desideri o dalle paure. Fli non può rientrare in ciò che non c'è più, non accadrà. Non si entra in ciò che non c'è più, si va avanti con le nostre idee, con il nostro impegno, con la nostra elaborazione politica. Non ci ritiriamo in convento, né erriamo raminghi in attesa del perdono.
I gruppi parlamentari non possono essere trattati - Berlusconi è un uomo di spirito e non se la prenderà - come se fossero dei clienti della Standa, che se cambiano il supermercato dove fino a quel momento si sono serviti ottengono poi il premio di fedeltà. I parlamentari che stanno con noi hanno voglia di far politica, di parlare con la gente. Si va avanti con le nostre idee, con le nostre proposte, si va avanti senza farsi intimidire da quello che è stato definito il "metodo Boffo", messo in campo nell'ultimo mese da alcuni giornali che dovrebbero essere il biglietto da visita del "partito dell'amore". E se questo è l'andazzo, immaginate se non fossero stati amorevoli che cosa poteva succedere. Non ci facciamo intimidire, perché di intimidazioni ne abbiamo vissute ben altre, in anni in cui i pericoli per la destra erano ben altri. Non ci facciamo intimidire da campagne paranoiche e patetiche. Paranoiche perché indecenti, e patetiche perché non si rendono conto del disprezzo che sta montando nella gente.
Noi attendiamo fiduciosi che sia la magistratura a chiarire quali e quante calunnie, quali e quante diffamazioni, quali e quante insinuazioni, quali e quante volgarità, quali e quante azioni volte a dar vita a un'autentica lapidazione di tipo islamico. Altro che valori della libertà. È stato un atteggiamento infame, non perché rivolto alla mia persona, ma alla mia famiglia, ed è tipico degli infami. Si va avanti e lo si fa per tenere fede allo spirito delle origini, si va avanti per non tradire lo spirito del Pdl, si va avanti per evitare che il governo commetta altri errori, si va avanti - e se lo tolgono dalla testa - senza cambi di campo, senza ribaltoni e tatticismi, perché da questo punto di vista le polemiche sono indice dello scarso livello del comprendere. Si va avanti convinti, come siamo, della necessità di portare a termine il patto scritto con gli elettori, senza dimenticare nessuna parte del programma e senza aggiungerne qualcuna che nel programma non c'era e poi diventa un'emergenza di fronte alla quale tutto si deve fermare. Si va avanti anche quando il presidente del Consiglio presenterà il nuovo patto per i prossimi anni della legislatura, i famosi cinque punti - la riforma della giustizia, il Mezzogiorno, il federalismo, il fisco e la sicurezza - è di tutta evidenza che i nostri capigruppo parleranno chiaro e forte e parleranno senza distinzioni tra falchi e colombe, perché a noi non interessa l'ornitologia. Siamo appassionati di dibattito politico e a differenza di altri ci confrontiamo.
E ci mancherebbe altro: i parlamentari di Futuro e libertà, se vogliono ridare dignità e spirito di attuazione a quello che era il progetto del Pdl, possono opporsi ai capisaldi del programma? E allora sosterremo da donne e uomini liberi questo programma. Ma credo che non possa essere negato, a noi come a nessun deputato o senatore della maggioranza, di chiedere come si declineranno questi obiettivi del programma. Con spirito costruttivo chiederemo come si vuole dare vita a questo programma. Fli non rema contro, ma rappresenta l'azione politica di chi vuol far camminare veloce il governo in modo proficuo ristabilendo anche un buon rapporto con la pubblica opinione (perché c'è qualche segnale di stanchezza, amici miei, sondaggi o non sondaggi). Cercheremo di dare vita a un patto di legislatura, dunque, per riempire di fatti concreti gli anni che ci separano da quando andremo a votare. È un "interesse nazionale", e per questo riteniamo che sia avventurismo politico minacciare un giorno sì e l'altro pure le elezioni, magari per intimidirci e magari per regolare i conti con qualcuno. Governare è fatica, confidiamo nel senso di responsabilità di tutti, nessuno escluso. Perché il fallimento di questa legislatura sarebbe un fallimento per tutti: per me, per Fli, per Berlusconi. E credo che ne sia cosciente, Berlusconi. Perché al di là di tante espressioni polemiche, quando si ottiene una fiducia talmente ampia e si ottiene una maggioranza parlamentare come mai era capitato nella storia della Repubblica, la prima cosa da fare non è mettere alla porta il dissenso o chi magari è antipatico, ma governare. Siamo certi che un patto di legislatura possa garantire la legislatura. E credo che ne siano consapevoli anche Bossi e la Lega. Bossi capisce gli umori della gente, è un leader popolare. Abbiamo polemizzato spesso, è vero. Solo chi non conosce la storia, oltre che la geografia, può pensare che la Padania esista per davvero! Bossi ha capito che quella bandiera che ha alzato per primo anni fa, anche raccogliendo l'ironia e lo scetticismo di molti, il federalismo, può essere una bandiera da alzare, che determinerebbe il compimento di quella missione storica che Bossi ha dato al suo movimento. Ma il federalismo è possibile solo se è nell'interesse di tutta l'Italia. Bossi è uomo concreto, sa che il nord ha bisogno del federalismo a condizione che sia nel nome dell'interesse generale. E potrei tranquillamente dire che nella commissione bicamerale con trenta componenti per il federalismo fiscale, il nostro senatore Baldassarri è determinante. Allora, discutiamo assieme a Lega e a Forza Italia allargata di che significa federalismo equo e solidale. È una grande questione che non si riduce al rapporto tra Calderoli e Tremonti. Si può realizzare a patto che si stabiliscano i costi standard.
Il Meridione ha tutto da guadagnare da una riforma in senso federalistico, nella quale è indispensabile valutare i costi standard delle regioni, perché nessuno può obiettare il fatto che i costi in Emilia Romagna non sono la stessa cosa di quelli in Calabria. Nessuno difende la spesa storica, quella in base alla quale le amministrazioni si vedevano pagare le loro spese a pié di lista, ma la definizione dei parametri di spesa non può non essere discussa, come si deve discutere dei tempi del federalismo o di cosa voglia dire fondo perequativo. Tanto più che, con questa riforma dobbiamo essere all'altezza di una ricorrenza, quella della celebrazione dei 150 anni di unità italiana, che non deve essere solo ricostruzione degli eventi storici, ma occasione per una riforma nazionale, che non lasci indietro alcune regioni, che non sia espressione di egoismo di parte ai danni di tutti. L'Italia una e indivisibile è non solo interesse del Sud, ma anche del Nord. E basta vedere cosa accade fuori dalla nostra nazione per accorgersi che se la crisi della Grecia fa tremare la Germania, la Padania non può certo sopravvivere alla crisi di un solo paese europeo o che si affaccia nel Mediterraneo. L'Italia ha il dovere di confermare la sua unità e di mettersi in competizione con gli altri paesi. Ha il dovere di fondare un nuovo patto di legislatura, che non sia più un tavolo a due gambe, né un accordo gestito con quiescenza.
Ma che fine ha fatto nel programma quel punto con il quale si pigliavano gli applausi relativo all'abolizione delle province? Che fine ha fatto quel punto del programma che prevedeva la privatizzazione delle municipalizzate? È stato sufficiente capire che in alcune aree diventavano i tesoretti di un partito per allineare la Lega alla sinistra italiana. Il nuovo patto di legislatura non è più soltanto tra Berlusconi e Bossi, ma nell'interesse di tutti, della Lega ma anche di Silvio Berlusconi. Sono convinto che nel suo realismo e pragmatismo metterà da parte l'ostracismo, anche perché non ci fermiamo. È inutile che dicano "facciano quello che vogliono", perché lo faremo. Non servono a nulla gli ultimatum anche perché non ci spaventano. Silvio Berlusconi ha il sacrosanto diritto di governare, perché è stato scelto in modo inequivocabile dagli elettori e non ho alcuna difficoltà a dire che pensare a scorciatoie giudiziarie per toglierlo di mezzo, rappresenterebbero un tradimento del volere democratico. Nessuno è contrario al lodo Alfano o al legittimo impedimento. Siamo convintissimi che occorra risolvere la questione relativa al diritto che Berlusconi ha di governare senza che vi sia l'interferenza di segmenti iperpoliticizzati della magistratura che vogliono metterlo in fuorigioco. Affidarsi al dottor Stranamore - che è l'onorevole Ghedini - è incomprensibile. La soluzione non si trova mai e il problema si acuisce. Non va fatta una legge ad personam che danneggi parte della società, ma una legge a tutela del capo del governo, del capo dello Stato che esiste in molti paesi d'Europa.
Il che non vuol dire impunità, non vuol dire cancellare i processi, ma la sospensione degli stessi. E dobbiamo farlo cercando di avere in mente che alcune riforme sono giuste: come si fa a essere contrari al processo breve? Si deve lavorare per quello e dobbiamo ricordare a proposito che l'Ue ci ha condannati più volte per la loro eccessiva durata, spesso occorrono anni per sapere come va a finire. Ma la cosa inaccettabile è il rischio che, nel momento in cui tante vittime aspettano di sapere il destino del processo, poi rimangano con un pugno di mosche in mano. La riforma va fatta per garantire i cittadini. La riforma della giustizia non può essere fatta contro la magistratura, che certamente non ha il compiuto di interferire con il Parlamento. E allora discutiamo in Parlamento, di come garantire a Berlusconi il diritto di governare, discutiamo anche con le parti più responsabili dell'opposizione: una dimostrazione su questo punto l'ha data Casini. Discutiamo anche delle proposte che derivano dall'opposizione, senza che i solerti consiglieri del principe le straccino subito. E penso anche alle proposte avanzate da giuristi come Pecorella, Consolo e dall'attuale vicepresidente del Csm, Vietti. Facciamo la riforma della giustizia senza per questo determinare però un perenne cortocircuito tra il potere politico e la magistratura. È un impegno gravoso, difficile, che comunque dobbiamo portare avanti. Se la sovranità appartiene al popolo, la sovranità si esprime in tanti modi. Qui vogliamo rilanciare una proposta, una di quelle per le quali dicono: "Fini dice cose che lo avvicinano alla sinistra". La sovranità popolare significa anche che la gente ha il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Se la sovranità è popolare credo che la gente abbia il diritto di scegliere anche questo. Federalismo e giustizia: sono grandi questioni, ma non possono essere i soli temi del dibattito. Perché l'attenzione degli italiani non è rivolta solo alla giustizia: oggi tanti italiani sono preoccupati per le condizioni economiche.
Gli italiani, al nord come al sud, sono preoccupati per le condizioni economiche e sociali e per il lavoro: non è propaganda, né demagogia, né "fare il verso" all'opposizione. Sono i problemi delle famiglie. Fli deve fare tutto per affiancare ai due temi del federalismo e della giustizia gli altri temi che davvero interessano i cittadini. Teniamo presente quello che hanno detto il capo dello Stato, le imprese, i lavoratori. Possibile che nei cinque punti non ci sia nulla per far ripartire l'economia e renderla competitiva? C'è un'Italia preoccupata. E Berlusconi ha ragione quando parla di ottimismo, ma non può essere ottimismo solo verbale, deve diventare azione concreta. Perché, fermata la crisi (e il nostro governo ha operato bene in questo senso), oggi dobbiamo far ripartire l'economia. Non possiamo accontentarci che le entrate siano garanzia dell'economia. Serve il coraggio politico di ridare vita a quelle riforme che erano nel programma originale del Pdl e di cui non sento parlare: per esempio, il superamento dei due miti fasulli del Novecento, la lotta di classe e il mercatismo. È arrivato il tempo di dare vita a una sintesi, a nuovo patto tra capitale e lavoro: significa mettere i produttori di ricchezza dalla stessa parte della barricata. Una proposta che feci in occasione di quella direzione nazionale e che è caduta nel nulla, è una riforma del mondo del lavoro. Serve una politica che comprenda le esigenze del nostro mondo produttivo. I piccoli imprenditori lo sanno meglio di tutti. È importante ricordare che il tessuto produttivo è diverso da altri paesi, si basa su imprese medio piccole. Si tagli il superfluo, ma non si lesini in infrastrutture, in ricerca, in produzione di eccellenze di avanguardia. Viviamo in una fase in cui i giacimenti culturali valgono più - nella globalizzazione - dei giacimenti petroliferi. Dobbiamo investire, anche se è evidente che la coperta è corta. Sarebbe facile dire "il governo tiri fuori le risorse". Ma dobbiamo passare dallo scontentare tutti a dire che c'è un settore su cui si deve investire, ed è il settore connesso a ciò che può dare competitività al nostro sistema produttivo. Soprattutto per le nostre imprese che esportano: non basta pensare alla delocalizzazione delle imprese, ma bisogna attrarre capitale e mettere chi vuole nelle condizioni di investire e di poterlo fare.
Vuol dire dare attuazione ai punti qualificanti del programma del Pdl. Non voglio affondare il coltello nel burro ma nonostante il "ghe pensi mi", vi sembra possibile che ancora non si conosca il nome ministro allo Sviluppo economico, in quale altro paese sarebbe possibile?
È chiaro che deve essere un ministro capace di ragionare e lavorare con il ministro dell'Economia. Ed è chiaro che serve una politica capace di liberalizzazioni, una politica che riesca a dare vita al patto generazionale. Perché credo ci sia un altro grande campo in cui un governo di centrodestra che ha a cuore il governo nazionale non deve risparmiarsi: è il contesto giovanile, infatti non esiste genitore degno di questo nome che non sia disposto a fare un sacrificio personale per il futuro dei propri figli.
La questione giovanile è centrale, e mi piange il cuore che tra i giovani ci sia un disoccupato su quattro. C'è chi contrabbanda la flessibilità, che è invece necessaria per l'economia e per le imprese, con la precarietà permanente: dimenticano che in Germania ci sono sì molti contratti a tempo determinato, però lì le buste paga non sono certo leggere come da noi, ma spesso più corpose di quelle dei contratti a tempo indeterminato. E dobbiamo renderci conto che il patto generazionale è importante come quello tra Nord e Sud se abbiamo a cuore il governo nazionale. Perché non è giusto che serva l'aiuto del nonno per far vivere più sereno il nipote: si è completamente ribaltato il mondo, prima spesso era grazie al lavoro del nipote che si sosteneva il nonno.
Poniamoceli questi problemi. Chiediamo ai ragazzi un impegno e quando dico andiamo avanti e non ci fermiamo, lo dico anche perché in queste settimane abbiamo visto come siano i più giovani a dirci "provateci, non vi fermate, siamo con voi". Credo che sia estremamente bello vedere anche qui questa sera tante ragazze e tanti ragazzi che vogliono ancora credere in una politica capace di costruire il loro futuro. Il futuro della libertà. E la prima libertà è metterli nella condizione di far vedere ciò di cui sono capaci. Che fine ha fatto la rivoluzione meritocratica? Preoccupiamoci delle condizioni sociali. Credo che debba destare preoccupazioni in tutti leggere che nell'ambito della cosiddetta spesa sociale il nostro paese è uno degli ultimi paesi in Europa. Ecco perché andrà avanti Futuro e libertà, perché sono servite le fondazioni che hanno riempito un vuoto. È doveroso chiedersi, visto che la società è profondamente cambiata, se la spesa sociale deve essere rivolta a quelle categorie tradizionalmente più deboli o non è il momento di investire su quella famiglia che rimane il luogo in cui da sempre si dà vita alla trasmissione di valori, si crea la condizione per la quale ci si sente figli di una comunità. Serve un welfare delle opportunità per i giovani, basato sulle esigenze della famiglia, soprattutto quella monoreddito. Oggi, il centrodestra deve saper tradurre in realtà ciò che era stato inserito nel programma di governo.
Intervenire con politiche a sostegno delle famiglie vuol dire anche che se nei cinque punti c'è la riduzione del carico fiscale non possiamo annunciarlo e basta ma si deve assume l'onere di fare delle proposte. E noi queste le abbiamo fatte: interveniamo, ad esempio, sul cosiddetto quoziente familiare, che faccia sì che chi ha a casa più figli o un disabile abbia poi un carico fiscale diverso dagli altri. Ed è necessario che di tutto ciò ne parliamo in Parlamento, e mi fa piacere che lo abbia fatto ad esempio il ministro Tremonti. E facciamolo cercando di coinvolgere anche le opposizioni, se hanno delle idee per capire anche se il concetto di interesse nazionale ha fatto breccia anche da quelle parti. Una maggiore giustizia sociale sta a cuore a tutti, un governo grande sa prendere una buona idea anche se viene dall'opposizione. Prendiamo a raccolta questa Italia che lavora. L'Italia che lavora, che poi equivale all'Italia onesta, che quando sente parlare di etica del dovere non ha l'atteggiamento di chi alza le spalle e dice: "È ragnatela del passato". È l'etica che il padre insegna al figlio, e la politica deve sentire il dovere di praticarla.
Il senso civico, il senso di appartenenza. Basta con questo egoismo diffuso, con questa Italia parcellizzata che non si fa più carico del disagio del vicino. Una politica nazionale non ha timore di parlare di legge come garanzia per il più debole. Perché da che mondo a mondo si dice che "la legge è uguale per tutti" perché la garanzia serve ai più deboli, non ai più potenti, a chi riesce a piegarla ai suoi interessi. Questo è il centrodestra. Se crediamo in queste cose, non stanchiamoci di ringraziare chi fa il suo dovere per lo Stato: è gratitudine, è senso civico. Essere servitori dello Stato, nell'Italia che sogniamo, deve essere motivo d'onore. Non si può dire che "sono poveretti che non sanno che altro fare e allora decidono di entrare nelle forze dell'ordine": significa servire il nostro popolo, la nostra patria. E ancora più convinti di prima, portiamo avanti la lotta contro ogni forma di criminalità, compresa quella dei colletti bianchi, dei furbetti del quartierino, di chi pensa che il garantismo è impunità. Continuiamo la lotta per la legalità, rilanciamo il decreto anticorruzione: cosa costa rimetterlo al centro dell'attenzione del Parlamento? Discutiamo sull'opportunità di stabilire un codice etico per chi ha cariche pubbliche. Stabilendo ciò che è legale e ciò che no, ma anche ciò che è opportuno e ciò che non lo è. Su questi temi e su altri, lavoriamo per unire non per dividere. Su queste questioni cerchiamo di dare vita a una politica che segni un salto di qualità. Gli italiani sono stanchi di questa perenne campagna elettorale che non finisce mai, di questo trionfo della propaganda, di questa ordalia quotidiana. Fli guarda a un futuro per unire, siamo convinti che su queste questioni, con un'azione politica che parta dal centrodestra si possano ritrovare anche altri. Gli italiani sono stanchi di muri e di risse, smettiamola con gli insulti, con gli appelli che cadono nel vuoto. Diamo vita a una politica che sia capace di uno scatto di orgoglio, di un colpo di reni, in nome di ciò che è giusto, non di ciò che è utile. Sapete, in molti mi hanno detto: "Chi te lo fa fare? Ma aspetta, sei più giovane!". Ma io credo che se vogliamo ridare all'Italia quella passione che merita.
Basta con l'utilitarismo, basta con il calcolo del farmacista, basta con il meglio attendere domani. Bisogna buttare il cuore oltre l'ostacolo, bisogna dare un senso alla politica e bisogna farlo nel nome delle nostre idee e della nostra concezione politica. Ricordando quello che avevamo nel cuore a 18-20 anni, quando nessuno di noi pensava all'ingresso in Parlamento o a cariche istituzionali e nessuno era mosso dall'utilitarismo, né c'era qualcuno che diceva: «Aspetta non ti conviene, sai è permaloso». Tenendo bene a mente, come ci piaceva dire da giovani, che se un uomo non è disposto a lottare per le proprie idee o non valgono niente le sue idee o non vale niente lui come uomo. Allora, in nome di un centrodestra autenticamente liberale, nazionale, riformatore, sociale, europeo, avanti con Futuro e libertà per l'Italia!
Note
* Professore ordinario, Facoltà di Psicologia 1, Università di Roma “Sapienza”. Torna su
1. Per un approfondimento della nozione di “parola densa” o dell’intera teoria che fonda l’Analisi Emozionale del Testo (AET) si veda: Carli R., Paniccia R. M. (2002), L’analisi emozionale del testo. Uno strumento psicologico per leggere testi e discorsi, FrancoAngeli, Milano. Torna su
2. In allegato il testo oggetto della presente analisi. Torna su
3. Scoppola P. (1997), La repubblica dei partiti, Il Mulino, Bologna. Torna su
4. Organo consultivo del governo sui problemi generali del paese e sui provvedimenti legislativi, istituito nell’aprile del 1945 e al quale partecipavano personalità antifasciste segnalate dai partiti. Torna su
5. Ricordiamo ancora Pietro Scoppola e la sua affermazione circa il pontificato di Giovanni XXIII: “Era venuta meno, con Giovanni XXIII, la progettualità forte che aveva caratterizzato il pontificato del predecessore [Pio XII]; alla mobilitazione di massa il nuovo papa sostituisce l’appelo alla coscienza popolare; la massa, oggetto della mobilitazione comunista e anticomunista, torna ad essere popolo” cit., pp. 412-413. In questo passaggio Scoppola definisce in modo chiaro la differenza tra popolo e massa nella dinamica dei partiti politici del dopoguerra in Italia: la massa quale insieme di persone mobilitate da un assetto collusivo organizzato attorno ad una contrapposizione idelogica ove l’altro, il diverso è “nemico” contro il quale coalizzarsi, fare massa d’urto; il popolo quale sistema di adesione ad un parttito in funzione della sua capacità di cogliere e affrontare i problemi economici, culturali e sociali che caratterizzano un insieme di persone. IL passaggio dal partito di massa al partito popolare (originaria dizione della DC, peraltro) avviene, per lo storico, in concomitanza con eventi e cambiamenti di portata mondiale che concernono politica, religione, economia, visione del mondo nei suoi aspetti più profondi. Torna su
6. Si veda sulla preoccupazione quale neoemozione : Carli R., Paniccia R. M. (2003), Analisi della domanda. Teoria e intervento in psicologia clinica, Il Mulino, Bologna. Torna su
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