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La ’Ndrangheta tra la realtà detentiva e l’idealità organizzativa: una ricerca psicologico-clinica1
di Emanuela Coppola *, Serena Giunta **, Girolamo Lo Verso ***

Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere,
abbiamo a nostra disposizione il mondo [...]
 il mondo dato in blocco, senza né un prima né un poi,
il mondo come memoria individuale e come potenzialità implicita [...].
Ogni volta l'inizio è quel momento di distacco dalla molteplicità dei possibili:
 per il narratore è l'allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili,
 in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare.
Italo Calvino

Introduzione

La mafia è un fenomeno complesso, pervasivo, agghiacciante che ha scomodato intelligenze, competenze, professionalità le più disparate. La scienza, in particolare quella clinico-psicologica, non può sottrarsi dall’apportare il suo contributo conoscitivo, coadiuvando il lavoro di contrasto attraverso strumenti culturali e d’intervento clinico-sociale. È necessario compiere un’analisi contingente e rigorosa, composita e approfondita, contestuale e storicizzata delle manifestazioni psichiche connesse al fenomeno mafioso. Il primo compito della psicologia clinica, in questo senso, è valutare lo spessore psicologico del fenomeno, le proporzioni del disagio sociale che esso ha generato, favorendo chiarezza cognitiva, emotiva e culturale, anche quando ciò conduce a scomodare le coscienze e perturbare l’auto-valutazione della società civile: nella ricerca e nella pratica clinica, l’onestà dello sguardo rappresenta la precondizione indispensabile per il cambiamento. Si assiste spesso a telegiornali bidimensionali che propongono elenchi di nomi dimenticabili, scene di bossoli cerchiati col gesso e lenzuola sull’asfalto, corpi in qualche modo tutti uguali. Ma che uguali non sono. Le vittime hanno nomi e volti, le mafie hanno luoghi e città. I sistemi criminali del Sud presentano precise radicazioni antropologiche che sono corpus identitari su cui si organizzano le strutture interne, le regole, le attività criminali, la psiche stessa degli uomini mafiosi. Tenere saldo questo principio di non sovrapponibilità e di specificità, dal punto di vista degli scriventi, è centrale per comprendere il fenomeno poiché spesso l’ostacolo più subdolo alla comprensione è l’omogeneizzazione degli oggetti d’indagine, delle loro scaturigini, delle loro trasformazioni sociali (Carli & Paniccia, 2003). Nello studio dei sistemi criminali, senza una precisa collocazione e definizione di confini, si rischia di azzerare l’intelligibilità del fenomeno e venire psicologicamente schiacciati dalle abnormi proporzioni che esso sembra assumere. Appare evidente come la scelta metodologica di localizzare il nostro oggetto di studio risponde a due esigenze imprescindibili: una di matrice epistemologica che riguarda la delimitazione del fenomeno indagato per individuare la composizione del campo in cui esso si colloca (Ceruti & Lo Verso, 1998); l’altra di natura squisitamente psicologica che consente di smascherare le strategie di manipolazione emotiva adoperate dalle mafie. Compito del lavoro psicologico-clinico è cioè quello di distinguere, ridisegnare, ridimensionare, spezzare le suggestioni di onnipotenza delle mafie che alimentano nella popolazione paure e disfattismi. Per tale ragione, il nostro gruppo di ricerca ha scelto, negli ultimi anni, di muoversi sul registro della localizzazione psicoantropologica di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra, al fine di mettere a fuoco uno sguardo realistico nell’individuazione delle possibilità di fronteggiamento al crimine organizzato e di sviluppo del Meridione. Ciò, chiaramente, senza adombrare la maglia di connessioni simboliche e fattuali che lega le tre grandi mafie ma evitando inquietanti e fascinose gigantografie che colludono con il potere desiderante dei sistemi criminali. Nel corso dei nostri studi, il traghettamento da un paradigma macroscopico a uno microscopico ha riguardato in prima istanza Cosa Nostra, la cui complessità organizzativa conduce ad intessere un peculiare rapporto con ogni contesto territoriale in cui essa è radicata (Giorni, Giunta, Coppola & Lo Verso, 2009). Tale prospettiva di studio non poteva escludere un’attenzione psicologicamente, geograficamente e culturalmente mirata anche delle altre mafie. Nella consapevolezza della minore accuratezza delle osservazioni che guardano non ancora a realtà comunali (come è stato per le ricerche in Sicilia) ma conformazioni regionali, si sta tentando oggi di mettere a punto un primo inquadramento psicologico delle connotazioni di senso che i sistemi criminali assumono nelle altre regioni del Sud.

Il seguente lavoro si inserisce in questo, faticoso e complesso, progetto conoscitivo e aggiunge un segmento di sapere su una delle grandi organizzazioni criminali del nostro paese: la ‘Nrangheta. Proponiamo, qui, una lettura della mafia calabrese attraverso le informazioni emerse nel corso di una ricerca-intervento che ha avuto come campo d’indagine la struttura circondariale S. Pietro di Reggio Calabria, in cui sono detenuti soggetti con condanna pendente per associazione di stampo mafioso. Dopo una breve descrizione della struttura ‘ndranghetista, il contributo di ricerca propone una lettura dell’istituzione contenitiva, attraverso un apposito strumento di osservazione del setting che permette di contestualizzare le osservazioni dentro lo specifico campo d’azione. Asse portante del lavoro presentato, dal punto di vista teorico e metodologico, è l’analisi qualitativa dei gruppi di elaborazione clinico-sociali svolti con i detenuti che hanno rappresentato la principale fonte per ottenere nuovi dati di ricerca. Segnaliamo, infine, il carattere esplorativo di questo studio per l’assenza di una letteratura cui riferirsi.

‘Ndrangheta: l’organizzazione, la struttura, le peculiarità

    Il potere non si prende, si raccatta.
Charles de Gaulle

Cresciuta nel silenzio, oggi la ‘Ndrangheta è una delle organizzazioni criminali più temute, capace di camaleontiche metamorfosi che, in modo felpato e quasi impercettibile, giganteggia ovunque riuscendo bene ad adeguarsi alle nuove esigenze del mercato, senza mai venire meno alle proprie caratteristiche, alle proprie regole e ai propri valori, come il silenzio e il vincolo di sangue (Gratteri, Nicaso & Borelli, 2008). Essa non ostenta un sistema rigido e ideologico come Cosa Nostra, o ferocemente capitalistico come la Camorra, si mostra piuttosto come un mondo stregonesco, segreto, buio, appassionato sostenitore delle definizioni che la vogliono un’entità trascendente fin quasi al modello fantastico-leggendario. Ed è proprio in virtù di tale copertura mitico-antropologica, che la mafia calabrese si è potuta muovere indisturbata nel panorama internazionale dell’illegalità, cumulando oggi nel suo forziere un volume di denaro che si aggira sui 44 miliardi di dollari.

La ‘Ndrangheta è cioè tra le aziende più ricche, aggressive e invasive. Munita di elevato potere d’infiltrazione nell’economia e nelle istituzioni, con filiali in quasi tutte le regioni d’Italia e ramificazioni in Europa, Africa, Asia, America e Oceania, la ‘Ndrangheta è la preferita dai produttori di droga (Arlacchi, 2007). Essa è, infatti, la più affidabile delle mafie: non parla, né si pente. L’asfissia familistica che strangola le collaborazioni la rende invulnerabile alla permeabilità delle indagini giudiziarie (Badolati, 2005). Ciò ha permesso all’associazione mafiosa calabrese di crescere e diventare sempre più potente, imbastendo, soprattutto in virtù del preziosissimo riserbo, un estremo accordo tra i suoi interessi e quelli della classe politica locale e nazionale in modo da assottigliare e rendere sempre più irrintracciabile il confine tra reati di corruzione e di associazione mafiosa. Contributo sostanziale a questo quadro è, senza dubbio, il recente salto di qualità effettuato dalle consorterie mafiose che, conservando la ferocia di sempre, professano il materialismo come credo, bramano il potere come linfa e mostrano l’imprenditoria come volto. Sistemi che consumano le proprie terre con un ritmo spietato e amorale, solo per conservare se stessi: si muovono con agile spregiudicatezza fra il legale e l’illegale, gestendo ciò che gli altri non possono o non vogliono, fabbricando imperi criminali ai bordi dello Stato ma senza mai contrapporsi veramente ad esso.
La mafia calabrese mostra una fenomenologia organizzativa ed un’architettura criminale diversa dalle altre mafie. Il suo profilo, delineato solo di recente, si muove sinuoso da "San Luca a Duisburg: molecole criminali che schizzano, si diffondono e si riproducono nel mondo. Una mafia liquida, che si infiltra dappertutto, riproducendo, in luoghi lontanissimi da quelli in cui è nata, il medesimo antico, elementare ed efficace modello organizzativo... Alla maniera di Al Qaeda, con un'analoga struttura tentacolare priva di una direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica, è munita di una ragione sociale di enorme, temibile affidabilità. Il segreto per la 'Ndrangheta è questo. Tutto nella tensione fra un qui remoto, rurale e arcaico, e un altrove globalizzato, postmoderno e tecnologico" (Forgione, 2008, p.94).

La struttura della ‘Ndrangheta può essere così rappresentata:

Locale – entità territoriale di almeno 49 affiliati

Gerarchia della ‘Ndrangheta

La differenza con Cosa Nostra, dal punto di vista strutturale, è rappresentata dal fatto che la mafia calabrese ha una architettura orizzontale che si espande seguendo un andamento circolare e sotterraneo. Essa non ha mai avuto, a parte la Santa2, costituita nell’ultimo periodo, un organo supremo e centralizzato con poteri di controllo e gestione. La ‘Ndrangheta si articola su piccole unità locali, rappresentate dalle famiglie di sangue, che svolgono il ruolo di sentinelle ed esecutrici delle attività territoriali. Emerge qui un’altra sostanziale differenza con l’organizzazione siciliana, in cui la famiglia mafiosa non coincide con quella di sangue, laddove invece nella ‘Ndrangheta vi è l’assoluta sovrapposizione tra le due cellule. Si tratta di un elemento strutturale di cui la mafia calabrese ha largamente beneficiato per proteggersi dagli attacchi della Stato, poiché tale assetto scoraggia le collaborazioni con la giustizia che devono inevitabilmente passare attraverso il tradimento dei familiari. È possibile ipotizzare che questo sia il motivo principale per il numero così esiguo di collaboratori di giustizia ‘ndranghetisti. Inoltre, l’appiattimento familiare può giustificare l’assenza di personaggi di spicco dentro l’organizzazione. A differenza del personalismo criminale che si registra in Sicilia, in cui comunque l’appartenenza e l’obbedienza ad un capo carismatico saldano i legami e omologano il pensiero, in Calabria sembra regnare una sorta di socialismo del potere che invero, da un punto di vista psicologico, potrebbe dipendere da un minore investimento onnipotente sul Sé e ad un più contenuto impiego del potere come organizzatore identitario.
Similmente alla mafia siciliana, la ‘Ndrangheta è fortemente radicata nel territorio, ma, al contrario di questa, nonostante la chiusura e la radicazione territoriale, vive il contesto come sfondo chiaroscurato: un luogo di transito in cui i flussi economici e gli affari attraversano la regione parassitandola ma non si fermano nel luogo di origine. La radicazione non implica la presenza operativa. Questo modus di abitare il territorio potrebbe indicare una delle ragioni per cui la mafia calabrese è stata avvolta da una fitta coltre di mistero che l’ha resa invisibile agli occhi dell’opinione pubblica.
Gli ‘ndranghetisti sfruttano la Calabria ma non investono in questa regione i propri soldi. I capitali illeciti, una volta ripuliti, vengono investiti nel resto dell’Italia e all’estero. Si potrebbe ipotizzare che una tale strategia segua un ideale espansionistico, in virtù del quale i mafiosi calabresi tentano di creare solide basi per la costruzione di network economico-criminali in Europa e nel mondo. Congiuntamente sembra scarseggiare un vero interesse per l’investimento nella propria regione. Ciò potrebbe dipendere dalla scarsa fiducia nel territorio come contesto in grado di favorire la crescita di ricchezze o, di converso, potrebbe essere esito di un ideale protezionistico, a carattere psicoantropologico, che prescrive la purezza e la genuinità della produttività calabrese. Oppure ancora, e questa sembra la tesi più accreditabile, i due vettori contrapposti, avendo una forza uguale e contraria, si sostengono vicendevolmente. Da un lato la vocazione colonialista, spinge a guardare oltre i confini del proprio villaggio e a ricercare paradisi lontani, dall’altro il proprio contesto, letteralmente familistico, non viene intaccato e resta ancorato ad un modello bucolico che autoavvera l’impossibilità di speculazioni capitalistico-imprenditoriali. La Calabria, non a caso, presenta un’economia incentrata per lo più sull’agricoltura e sulla pesca, con un ristrettissimo margine di attività immobiliari e imprenditoriali, ovverosia quelle a cui mafia calabrese sembra essere maggiormente interessata, preferendo i mercati italiani e esteri e investendo su questi. Così facendo, la ‘Ndrangheta si attesta come una delle organizzazioni più presenti fuori dall’Italia, con affari che riguardano tutto il mondo. Il triste rovescio della medaglia per la sua internazionalizzazione criminale sembra essere il disfacimento economico in cui versa la Calabria: una delle regioni più povere del nostro Paese.

La ‘Ndrangheta in carcere: introduzione alla ricerca

Tentare di penetrare una maglia così intricata come quella del fenomeno ‘ndranghetista non è compito semplice, nemmeno per chi si muove oltre il paradigma dell’indagine giudiziaria e non è interessato a scoprire particolari inediti ma ad avviare una riflessione sistematica su fatti noti all’opinione pubblica. Spesso nelle ricerche scientifiche che guardano a fenomeni così impenetrabili bisogna ingegnarsi per trovare varchi di comprensione, scavare canali lì dove non ci sono e soprattutto curare una interlocuzione costante con le istituzioni e professionalità giuridiche. È il caso del lavoro di rete che ha preceduto l’avvio della ricerca nella Casa Circondariale S. Pietro di Reggio Calabria.

L’istituzione detentiva si è mostrata un prolifico campo di studio poiché ha permesso non solo la raccolta di dati di prima mano nell’incontro con i mafiosi ma ha consentito altresì di osservare il comportamento di questi ultimi dentro il contesto carcerario, dando corpo ad inferenze sul modo in cui la psiche ‘ndranghetista reagisce alla reclusione, alla condanna per associazione mafiosa, all’atteggiamento nei confronti della giustizia.
Il programma di ricerca ha previsto tre incontri di gruppo con in media 15 detenuti, quasi costantemente presenti ad ogni incontro, reclusi nella sezione “alta sicurezza3”. Il progetto è stato introdotto attraverso dei colloqui preliminari con la Direttrice della Casa Circondariale. Durante una sessione plenaria con i detenuti, l’equipe di ricerca dell’Università degli studi di Palermo ha sottolineato l’importanza del vertice psicologico e della possibilità di comprendere e conoscere il fenomeno criminale in Calabria. La costruzione dei gruppi ha seguito una modalità non strutturata, centrata sulla volontaria adesione dei detenuti, che hanno preso parte a tre sessioni gruppali, ciascuno condotto da un esperto gruppoanalista e da due osservatori partecipanti.

Metodi di ricerca empirica

Il lavoro di ricerca è stato realizzato a partire dall’analisi delle trascrizioni dei gruppi svolti con i detenuti di alta sicurezza. La complessità formale e contenutistica del materiale, nonché le dimensioni soggettive che lo compongono, ha richiesto il ricorso a un modello di ricerca qualitativo che ha fatto riferimento al paradigma epistemologico della complessità (Morin, 1986). Attualmente, la letteratura scientifica orienta maggiormente i ricercatori di questo settore verso l’uso di strumenti qualitativi in grado di trattare variabili così ampie. Tra di essi vi è la Grounded Theory (Glasser & Strauss, 1967), che prevede un’estesa e accurata raccolta di dati, attraverso diari, interviste, focus group ecc., e la loro codifica in categorie (Mantovani, 1997).

Il modello della Grounded Theory nasce nell’ambito della sociologia, dalla collaborazione di Glaser e Strauss (1967). Essi per primi sono riusciti a dimostrare con successo come teorie sociologiche e psicologiche possano fondarsi su dati di natura qualitativa e come tali dati abbiano un valore intrinseco e non debbano venire intesi unicamente come sostegno a dati quantitativi (Giorgi, Giunta, Coppola & Lo Verso, 2009). L’analisi dei dati avviene attraverso un processo definito come codifica che consiste nell’individuare un significato o categoria concettuale nel complesso dei dati che sia il più vicino possibile alle parole dei partecipanti. Confrontando sistematicamente le diverse categorie concettuali si è in grado di astrarre un significato più generale, che renda conto delle categorie evidenziate. In questo modo la codifica iniziale dei dati iniziali conduce alla formulazione di nuove ipotesi rispetto a quelle iniziali. Esse andranno a costituire la base di nuovi protocolli di intervista in modo tale che le fasi di formulazione delle ipotesi, raccolta e analisi dei dati coincidano. È chiaro come in questo processo diventi esplicito l’atto interpretativo del ricercatore.

Tale procedura è applicabile attraverso l’utilizzo di format gruppali quali il focus group e il gruppo di elaborazione clinico-sociale. Quest’ultimo strumento è stato da noi messo a punto a partire da quindici anni di ricerche sulla psicologia del fenomeno mafioso.

Gruppi di elaborazione clinico-sociale

Si tratta di gruppi a conduzione psicodinamica che consentono l’emersione di memorie, vissuti, emozioni, associazioni su un tema particolare; quest’ultimo non è semplicemente un argomento di discussione consapevole come avviene nei focus group, ma comprende un insieme di significati infinitamente estensibile, poiché i nessi e il senso sono ricercati più su un registro emozionale che su quello informazionale (Carli & Paniccia 2002; Giorgi, Giunta, Coppola & Lo Verso, 2009). Il tema, a differenza di quanto accade nel focus group, non è rigidamente precostituito, ma soltanto abbozzato, il che permette di andare oltre le razionalizzazioni e le altre strategie difensive che emergono quando si affrontano tematiche emotivamente difficili. Ciò non significa che all’interno del gruppo non è possibile parlare di temi estranei a quello ufficiale, ma che sono possibili oscillazioni fra diverse modalità di conoscenza della realtà e di espressione affettiva.
Gli interventi del conduttore sono per lo più di tipo connettivo e veicolano una funzione di raccordo atta a favorire la connessione tra i partecipanti (Di Nuovo & Lo Verso, 2005). Egli fa da collante stimolando l’attività associativa del gruppo perché custodisce quella coerenza tematica funzionale a contenere e a dare senso alle dislocazioni narrative e semantiche (Giorgi, Giunta, Coppola & Lo Verso, 2009). Il conduttore, che deve essere formato nella gestione di questa complessità relazionale, favorisce il manifestarsi molteplice delle dinamiche e dei contenuti emersi nel gruppo, centrando il suo focus attentivo sull’asse circolare individuo-interazione-gruppo (ibidem). Un ulteriore elemento importante di questo dispositivo gruppale riguarda un parametro che ha un’inevitabile ricaduta sulle determinanti strutturali e processuali: nel gruppo di elaborazione non è prevista una scrematura dei potenziali partecipanti, ma essi aderiscono volontariamente all’esperienza. Questo è un aspetto di fondamentale importanza, in quanto è indispensabile una quota personale di motivazione, che permetterà al singolo di investire se stesso all’interno del gruppo, avviando una vera e propria riconfigurazione emotiva di temi profondi, alcuni, come la mafia, radicati nelle pieghe del transpersonale etnico-antropologico. Nei gruppi le narrazioni che emergono processualmente sono portatrici delle emozioni, della personalità, degli atteggiamenti e dei vissuti dei partecipanti che, nell’incontro con le storie degli altri riattraversano le proprie, rendendole sempre più esplicite, più parlabili.

La Casa Circondariale S. Pietro di Reggio Calabria

Di seguito è presentata la Griglia di analisi del set(ting) (Giannone & Lo Verso, 1998) applicata alla ricerca effettuata presso la Casa Circondariale S. Pietro di Reggio Calabria. La griglia di analisi del sett(ting) è uno strumento essenzialmente qualitativo che, nella sua complessità, può aiutare, nell’osservazione, a inquadrare un po’ più ampiamente le variabili in gioco nella situazione terapeutica e a centrare o a ritagliare più consapevolmente le parti all’interno di un tutto molto più complesso, a ricercarne le connessioni (Ceruti & Lo Verso, 1998).
Con il termine set si indicano le caratteristiche, l’organizzazione strutturale, tutto ciò che è visibile, esplicitamente definito, il contesto organizzativo della situazione terapeutica.
Con il termine setting, invece, si intende l’impianto teorico-tecnico-personale del terapeuta, che sottostà alla creazione della situazione terapeutica. Ci si riferisce, con questo, all’impianto strutturante, invisibile, all’insieme dei presupposti, degli organizzatori sulla base dei quali tale campo di esperienza viene creato e che costituiscono la precondizione perché questo possa essere concepito, pensato, fondato.

Griglia di analisi del set(ting)

Obiettivi della ricerca

Come dicevamo, l’obiettivo generale della ricerca è quello di favorire la comprensione degli aspetti psicodinamici legati al fenomeno mafioso calabrese e, in particolare, approfondire l’analisi del funzionamento mentale dei soggetti in relazione alle specifiche sedimentazioni psico-antropologiche della cultura calabrese. La ‘Ndrangheta, a differenza di Cosa Nostra, non è stata ampiamente studiata ed essendo il fenomeno mafioso, fatta salva la sua significatività criminale, un fatto antropologico è imprescindibile una riflessione sulle proiezioni e radicazioni culturali. L’interrogativo principale che il gruppo di ricerca si è posto riguarda proprio in cosa differiscano queste due potenti organizzazioni criminali dal punto di vista strutturale e psico-antropologico.
Nello specifico, si è cercato di comprendere se i meccanismi alla base dello psichismo mafioso, tipico dei boss siciliani, come dimostrato da precedenti ricerche (Lo Verso, 1998; 1999; 2003), sia presente anche negli uomini d’onore ‘ndranghetisti. Lo sforzo euristico ha riguardato, inoltre, la rilevazione dei codici psicontropologici utilizzati e la loro influenza sul territorio in termini di potere e assoggettamento psicologico.

Analisi dei dati: mappe tematico-concettuali

L’analisi del processo gruppale è stata finalizzata alla definizione delle unità più adatte a inquadrarlo e interpretarlo, ovvero delle categorie tematiche. Vista la complessità delle narrazioni e dei temi estrapolati si è fatto ricordo alla visualizzazione dalle aree tematiche affrontate in gruppo attraverso delle mappe tematico-concettuali.
La scelta delle categorie di analisi più adatte a dividere in segmenti il materiale è avvenuta tramite un confronto tra tre osservatori indipendenti che hanno analizzato gli interventi dei soggetti nel gruppo; confrontati i risultati ottenuti, sono state selezionate le categorie di analisi. Da questo procedimento metodologico sono stati estratti i temi centrali su cui successivamente sono state costruite tre mappe tematico-concettuali che fanno riferimento ai tre incontri di gruppo che sono stati effettuati con i detenuti della Casa Circondariale S. Pietro di Reggio Calabria.
La funzione delle mappe è quella di esplicitazione, chiarificazione e visualizzazione forte degli elementi significativi ottenuti tramite i gruppi di elaborazione.
Di seguito verranno presentate le mappe di analisi tematica dei gruppi svolti in carcere.

Un primo aspetto da rilevare è l’entusiastica adesione e la partecipazione dei detenuti al gruppo: vari e numerosi sono gli interrogativi, le richieste, gli approfondimenti rivolti allo staff che fatica a moderare l’accavallarsi degli interventi e a far rispettare i tempi strutturali del setting (pause, restituzione, chiusura della sessione). La fervida curiosità espressa dai detenuti nei confronti della ricerca è inusuale rispetto a quanto rivelato nel mondo di Cosa Nostra. Le attese dei ricercatori infatti andavano nella direzione dell’indifferenza reticente e della chiusura comunicativa. In realtà, seguendo gli interventi dei partecipanti, l’esigenza di uno spazio dialogico sembra avere una funzione ben precisa: dimostrare che la mafia calabrese è un’utopia e aggredire la magistratura. La verbosità delle comunicazioni risulta contrappuntata dall’ostinato evitamento del tema “‘Ndrangheta” e la conversazione appare costantemente rivolta alla propria ingiustificata condizione di detenuti. Essi sembrano diffidare della buona fede dello staff lasciando trapelare la preoccupazione rispetto ad un interesse indiziario dei ricercatori volto a svelare le cause della loro detenzione. Tuttavia, il conduttore sortendo un effetto parzialmente deparanoicizzante, e in realtà coerentemente con gli obiettivi della ricerca, sottolinea che i “fatti” interessano più gli ambiti giudiziari mentre lo sguardo psicologico verte principalmente a comprendere i vissuti, le rappresentazioni, i pensieri e le emozioni connesse alla criminalità.

Di fronte all’esplicita esortazione di riferire emozioni e vissuti emerge la sfiducia dei detenuti nei confronti della magistratura, fortemente screditata rispetto all’espletamento delle sue funzioni. Velocemente, le dichiarazioni si estremizzano: la giustizia italiana li condanna per un reato che non solo non hanno commesso, associazione mafiosa, ma che non ha un corrispettivo nella realtà perché la ‘Ndrangheta non esiste. I partecipanti suggeriscono di indagare proprio dentro i comparti della legge ufficiale per saperne di più sulla mafia, come se si sottraessero con garbo al ruolo di testimoni privilegiati circa un sapere sulla ‘Ndrangheta e individuassero nei giudici i maggiori esperti. Secondo le dichiarazioni espresse dai detenuti in gruppo, le uniche informazioni in loro possesso sul fenomeno mafioso riguardano i fatti letti sui giornali o sui libri. Non solo la fallacia dell’accusa è ricercata ossessivamente, ma la stessa disgiunzione dal fenomeno mafioso è ribadita con tale tenacia da far traspirare la centratura cognitivo-affettiva sul tema in questione. Una logica stringente, paralizzante dal punto di vista verbale, tanto da non lasciare spazio ad altre argomentazioni, che tuttavia si contraddice quando un partecipante si lascia scappare che «chi è realmente dentro non parlerà mai dell’organizzazione per via del vincolo forte della segretezza». È un errore eclatante se si tiene conto dello sforzo profuso per dimostrare che la mafia calabrese è una leggenda. Questo sarà uno dei pochissimi spiragli, una delle impercettibili sviste psicologiche circa la tesi, proclamata con forza, della loro disgiunzione della Ndrangheta, distrazione che sembra porsi in connessione con l’atteggiamento di vaga disapprovazione nei confronti dei collaboratori di giustizia. Su questo tema le frasi si spezzano bruscamente, si cambia rapidamente argomento, spostando il focus dai collaboranti alle donne, come se potesse esserci una qualche associazione inconscia tra le due categorie. Ed in effetti sembra proprio così, dal momento che viene messa in risalto, tra tutte le possibili caratteristiche, la riservatezza delle donne di mafia, quasi a fronte della faciloneria e imprudenza verbale di alcuni collaboranti.
Si confronta la donna calabrese con quella siciliana, per entrambe si sottolinea la grande virtù della discrezione, mantenuta con indeformabilità anche nel caso di una diretta gestione delle attività criminali. Degradazione valoriale squisitamente calabrese, per i membri del gruppo, sembra essere l’attuale mancanza di rispetto per le donne, un tempo intoccabili, mentre adesso «diventano spesso bersagli per colpire qualcun altro».

Dalla fig. 2 emerge con ulteriore chiarezza e forza espressiva il tema della inesistenza dell’organizzazione criminale calabrese: una vera e propria negazione ontologica della ‘Ndrangheta. Il gruppo apre l’incontro interrogandosi su «cosa si intende per mafia» ed essa sembra essere una pesante etichetta costruita dalla giustizia «per incolpare dei poveri innocenti». L’unica vera mafia riconosciuta dai partecipanti è la «mafia delle toghe». I detenuti lamentano l’insensatezza della loro condanna e delle misure punitive a loro carico considerate eccessive rispetto ad altri reati più gravi come l’omicidio che invece «è trattato come un reato comune per cui lo si sconta in media sicurezza, mentre gli innocenti vengono reclusi nell’alta sicurezza e marchiati a vita».
Molti dei detenuti presenti sono accusati di aver gestito il traffico ‘ndranghetista di stupefacenti a livello nazionale e internazionale ma proprio il reato per spaccio di droga viene definito dai membri del gruppo «inutile» perché esso a «grandi circuiti non esiste», così come non esiste la criminalità organizzata. Tutti gli sforzi dei partecipanti sembrano tesi a minare alla base le accuse che hanno condotto al loro arresto. Le speculazioni sul traffico internazionale di stupefacenti mostrano un tentativo di occultare e banalizzare quella che in realtà, secondo le indagini, è la più importante fonte di lucro e di illecito della mafia calabrese.
L’accanimento negazionista, in alcun momenti, lascia il posto ad una depressiva preoccupazione per il futuro. In particolare, l’apprensione dei detenuti è connessa al mondo fuori dall’istituzione contenitiva, in quanto, secondo le loro dichiarazioni, il reato di associazione mafiosa resta marchiato addosso anche dopo aver scontato la pena con la conseguente decapitazione di ogni possibilità esistenziale, sociale e lavorativa una volta tornati in libertà. La paura per il giudizio sociale non concerne la carcerazione in sé: quello che spaventa, infatti, non è avere avuto dei problemi con la giustizia, ma il reato di cui vengono accusati. Ciò che risulta inconcepibile e intollerabile è l’essere considerati mafiosi.

L’aspetto interessante, da un punto di vista psicologico, è la sintassi simil-paranoide con cui i detenuti descrivono la loro condizione di vittime, martiri di un grande inganno che coincide con la costruzione di una fantomatica associazione criminale per deviare l’attenzione dalle macchinazioni del potere ufficiale. I detenuti trascinano così lo staff in un mondo capovolto, in cui i volti dei buoni e dei cattivi, dei giudicati e dei giudicanti, di chi gestisce e di infrange la legge si invertono. Una sensazione d’irrealtà, di mistificazione, di smarrimento pervade il clima di gruppo. È un’atmosfera che ricorda il vissuto controaffettivo, caro ad ogni operatore della salute mentale, sperimentabile di fronte ad un delirio sistematizzato a sfondo persecutorio. La psicologia ‘ndranghetista sembra avvalersi proprio di questo gioco confondente tra fantasia e realtà, tra la dubbia esistenza della mafia calabrese e la genuina immagine degli abitanti di questa regione, che lavorano onestamente e non ambiscono a potere e ricchezza. È un atteggiamento molto diverso dalla inquietante e sottile superbia degli uomini di Cosa Nostra che in fondo si percepiscono come eletti, come privilegiati, capaci di dialogare con il mondo solo da questa posizione ideologica rispetto a se stessi. Dentro Cosa Nostra, rinserrata nella sua autoreferenzialità psicoantropologica, non esiste alcuna devianza criminale perchè lo stile di vita seguito è perfettamente integrato all’ambiente originario, scientificamente calibrato su immanenti assi deontologici. In questo senso, non ci sono né vittime né carnefici. L’unico spartiacque che consente di categorizzare gli eventi è la verità organizzativa, la verità di Cosa Nostra. I detenuti calabresi, invece, si autodefiniscono come perseguitati, accusati ingiustamente e pur negandola con ogni mezzo, durante questo secondo incontro, parlano di mafia, la ricacciano nel mito ma la nominano costantemente.
Da un vertice strettamente gruppo analitico soggettuale, di fronte all’uomo d’onore siciliano si sperimenta la sensazione di trovarsi dinanzi al potere soverchiante e saturante dell’organizzazione criminale, di fonte agli uomini della ‘Ndrangheta, invece, si avverte qualcosa di invisibile come l’altra faccia della luna, qualcosa che ha sede in un altrove lontano, presente ma nascosto forse proprio nel sottosuolo della globalizzazione. I membri vicini a Cosa Nostra, come emerge da recenti ricerche (Coppola et al., 2008; Giordano et al., 2008) provocano, nei loro psicoterapeuti, risposte controtransferali di impotenza e sopraffazione4. Ciò sembra attribuibile allo spessore della matrice transpersonale che organizza la mente di questi pazienti. Gli ndranghetisti, di contro, difendono la loro invisibilità e mostrano una matrice psichica forse meno marcata dal Noi antropologico ma asservita ad una coercizione interna di riscatto e di rivincita che si tematizza nell’utopico tentativo di ribaltare la storia per mezzo di un ordito colonialistico, tessuto in gran segreto. L’imperativo sembra essere: riprodursi e diffondersi in altri luoghi e appiattirsi, adombrarsi il più possibile in Calabria.
Non è certamente un caso che la mafia calabrese è più visibile al nord e all’estero di quanto non lo sia nel suo territorio. Tale fenomenologia ha chiaramente a che vedere con aspetti psicoantropologici. Per i calabresi, infatti, ancor più che per i siciliani, la propria terra appare sterile e senza speranza: non esiste alternativa all’emigrazione (Arlacchi, 2007). L’emancipazione coincide con il viaggio, l’operosità può avere spazio solo in un altrove. La Calabria è l’eternamente sospeso luogo del ritorno, stagnante come le sue fiumare, infertile come le sue paludi. Il posto familiare in cui un giorno, una volta rimpatriati, si potrà godere insieme ai propri cari dei frutti raccolti in messi lontane.

Da un quadro così delineato scaturiscono numerosi interrogativi. Innanzitutto, che tipo di rapporto intreccia la ‘Ndrangheta con un sociale percepito secondo queste modalità? Come agisce sulla psiche ‘ndranghetista la svalutazione delle potenzialità del proprio territorio? Dipende da questo modo di concepire il sociale l’assunzione reificata del modello familiare a struttura criminale? La famiglia è forse l’unico contesto considerato vivibile? E di conseguenza, quale può essere la fisiologia e la qualità psicodinamica del rapporto tra Io e Noi nel mondo familiare ‘ndranghetista?
Se Cosa Nostra per costruire le sue cellule ha operato una riproduzione della matrice familiare in un nucleo sociale esterno al legame di sangue, in Calabria tale sforzo di clonazione non è stato necessario perché la famiglia d’origine coincide con l’organico criminale. Questo potrebbe significare che mentre in Cosa Nostra si è avvertita l’esigenza di estroflettere l’organismo mafioso nel sociale, contaminando e trasmutando le relazioni interpersonali in relazioni transpersonali assoggettanti5, nella ‘Ndrangheta non pare avvertirsi l’esigenza di fagocitare il sociale nel mondo mafioso, come se gli affiliati nutrissero un ideale di bastevolezza della famiglia biologica e il sociale, tanto quello vicino quanto quello lontano, extraregionale, rappresentasse semplicemente uno sfondo d’azione.

Gli studi gruppoanalitici condotti sulla mafia siciliana (Lo Verso, 1998; 1999; 2002; Giorgi et al., 2009) sostengono che lo psichismo mafioso6 preclude ogni processo critico indispensabile per la strutturazione identitaria perché nell’evoluzione personologica del mafioso non c’è accesso alla dialettica “Io-Noi” che costruisce l’identità soggettiva. Possiamo pensare, allora, che nella matrice ‘ndranghetista si sia strutturato un fondamentalismo mentale ancora più granitico, in cui verità biologica e antropologica si saldano agglutinando un transpersonale totalmente asfittico? Oppure al contrario lo sdoganamento criminale della ‘Ndrangheta all’estero, la sua accentuata vocazione internazionalistica, ha comunque allentato la saturazione psichica, domando in parte il dogmatismo mentale degli affiliati?

I nostri studi in merito sono ancora molto giovani e non ci consentono di rispondere a questi quesiti. Tuttavia, limitando l’analisi alle informazioni emerse nel gruppo di detenuti, possiamo ipotizzare che la preoccupazione pei i figli e per il futuro fuori dalla struttura penitenziaria possano rappresentare qualità soggettive che non sembrano essere proprie di un Io fondamentalista. Chiaramente l’ideazione soggettiva (e non soggettuale7) risulta frammista ad aspetti di rigidità psichica, rilevabili già nella perseverazione mentale con cui vengono trattati temi di dibattito.

L’etimologia stessa del termine ‘Ndrangheta, dal greco “uomo valoroso”, sembra preservare nel lemma aspetti di umanità che nella denominazione della mafia siciliana, Cosa Nostra, si dissolvono, inghiottiti dall’eccedenza psicologica del potere appropriativo e cosificato dell’organizzazione. Dunque, nello psichismo ‘ndranghetista, l’esacerbazione del modello familiare potrebbe non essere dovuta ad una più marcata saturazione psichica ma ad una elevazione ad ideale romantico del modello familiare. Laddove la struttura psichica di Cosa Nostra appare ideologica quella della Ndrangheta sembra attraversata da una vena idealistica: il sogno di espansione, l’idealizzazione del potere familiare, la lotta a viso aperto alla magistratura, la pretesa di rivedere la condanna, ne sono un chiaro esempio.

Durante questo terzo e ultimo incontro appare evidente la ricorsività delle argomentazioni trattate dal gruppo. Sembra esserci una sorta d’ideazione prevalente che spinge a piegare ogni spunto del conduttore e ricondurlo al potere discriminatorio del reato di associazione mafiosa. Si discute su quanto le proprie storie di vita possano essere state ereditate e sulla paura del trasmissione generazionale della condanna che potrebbe incidere sulla vita dei propri figli: «i pregiudizi si ereditano».
Attente sono le disamine sulla metodologia di cui si avvale una magistratura spietata che pronuncia sentenze, cosiddette «a cascata o a strascico», ostentando un’eccessiva discrezionalità nell’emettere i verdetti. Il rapporto con lo Stato è fortemente conflittuale, l’opposizione ferrea al potere legittimato viene verbalizzata dal sentimento di vergogna per l’operato dei sistemi giuridici, un vissuto che essi connettono causalisticamente all’appartenenza etnica, estendendola progressivamente all’essere calabresi, italiani e persino europei. È sorprendente come anche nella protesta compare una deriva internazionalistica, fondendo in un’unica amalgama l’appartenenza regionale, nazionale e continentale. Psicologicamente, si potrebbe ipotizzare che i confini e le appartenenze non siano internamente chiari o che vengano allucinati e frantumati da un’idea di controllo e potere su scala globale. In altre parole, sembra che nemmeno gli ‘ndranghetisti stessi abbiano chiaro chi sono e dove sono. Si muovono all’estero o in Italia? sono visibili o invisibili? Sono criminali o pionieristici esploratori del mondo? La sensazione di evanescenza, d’ineffabilità provocata nel sociale dalla ‘Ndrangheta si rintraccia in modo perfettamente speculare nel mondo interno dei membri del gruppo che appaiono decontestualizzati, internamente offuscati, tendenti al pensiero magico.
L’asperità emotiva e verbale rivolta all’istituzione giudiziaria ruota principalmente intorno al tema delle accuse infondate che costringono alla reclusione, contestate diplomaticamente e con arguzia psicologica mostrando l’evidente stridore tra la loro condizione di detenuti e un comportamento sereno oltre che integerrimo: la loro rappresentazione è quella di essere «ben educati, sani, seri e duri a resistere».
I partecipanti mostrano molta disinvoltura all’interno della struttura contenitiva. Infatti, la loro protesta non riguarda il carcere in senso stretto che piuttosto vivono, forse per mezzo di strategie deneganti, come se si trattasse di una qualsiasi istituzione. La questione che li anima è più paradossale e più radicale ed è tutta tesa a dimostrare la loro innocenza e l’assurdità della condanna: sono uomini rispettabili non certo delinquenti. Non a caso, alla convocazione per le sessioni di gruppo si presentano curati, vestiti con gusto, attenti nei modi e nei gesti. È come se stessero prendendo parte ad uno di quegli incontri che il fraseggio della vita quotidiana compone nei bar, nelle piazze, nei circoli politici. Come se non si trovassero in un’istituzione totale.
In questa cornice di normalizzazione parodiante del contesto c’è ampio spazio per le spinte progettuali, per i sogni, per le esigenze umane e affettive: il lavoro, la famiglia e i figli hanno la priorità nei loro desideri. Il mondo fuori appare vivido ed estremamente vicino, senza lucchetti, sbarre e muri di cinta. Il carcere subisce un’irrazionale messa tra parentesi e le attività, le competenze, gli impegni lasciati sulla soglia della Casa Circondariale possono essere ripresi lì dove si erano arrestati. Si avverte un inquietante incantamento che risana le fratture esperienziali inflitte della detenzione ed esita in un vissuto d’inverosimile continuità esistenziale (Napolitani, 1987). Solo il fardello dell’associazione mafiosa sembra risvegliare le coscienze dall’incanto e paralizzare fortemente le prospettive future. Nel momento in cui il gruppo torna su questo tema, l’esperienza sembra lasciare le parvenze di sogno e riprendere corpo nella vivacità emotiva dei partecipanti, nello spirito battagliero e polemico rispetto ad una condanna che deve essere rivista, riaperta e riscritta. Essi non si mostrano per nulla rassegnati al giudizio espresso dalle toghe.
Sono tutti arrabbiati, ma nessuno è disperato.
Con questo alone di baldanzosa irriverenza si chiude l’ultimo gruppo, lasciando nell’equipe una strisciante sensazione di mistero: forse esistono, meccanismi, stratagemmi oscuri, rovesciamenti psicologici, che sfuggono al nostro sguardo, per i quali le condanne e le sentenze emesse non hanno carattere definitorio.

Derealizzazione e deterritorializzazione: la mafia invisibile

Attraverso gli incontri effettuati in carcere e alcuni colloqui svolti con gli operatori della Casa Circondariale sono emersi importanti elementi che contribuiscono a delineare la matrice psichica degli ‘ndranghetisti e che attengono a modalità psicologiche derealizzanti e connesse al pensiero magico.
Mutuare dalla nosografia psichiatrica il termine derealizzazione, qualora si prescindesse dalle motivazioni per cui viene impiegato, sarebbe un errore epistemologico poiché i detenuti non presentano fenomenologie psicopatologiche di carattere dissociativo e d’altro canto l’intervento che l’equipe di lavoro intendeva implementare non aveva finalità psicodiagnostiche ma di ricerca. Tuttavia, utilizziamo questo termine, svuotandone le proprietà psicopatologiche, per sottolineare con forza la de-connotazione del contesto perseguita dai detenuti che ha provocato nell’equipe intensi vissuti d’irrealtà e di spaesamento.
Il primo aspetto derealizzante riguarda il modo in cui si presentano i detenuti al gruppo: tutti profumati, puliti e pettinati. Un’immagine completamente in contrasto con il luogo in cui si trovano. Il carcere non pare essere vissuto dai membri del gruppo con la prostrazione esistenziale di chi è privato della libertà, con la disperazione per l’immobilità e l’alienazione dal mondo. La maggior parte delle persone avrebbe grosse difficoltà a passare la vita in una cella. I detenuti mostrano serenità e scioltezza nel muoversi all’interno dell’istituzione, tale da agghindarsi a dovere nel momento in cui sono convocati per un appuntamento. Non sembrano carcerati ma i custodi e padroni del luogo in cui vivono.
La decontestualizzazione viene visualizzata in modo ancor più netto nel comportamento eccellente dei detenuti sia all’interno del carcere che all’interno dei gruppi stessi: sono, infatti, estremamente diligenti. Non creano problemi, li risolvono. Anche durante i gruppi, ad esclusione del primo incontro, si mostrano perfetti orchestranti del processo e delle regole: tengono il tempo, decidono chi deve parlare e quando. Tutti devono aspettare il proprio turno e non interrompere gli altri. Si può ipotizzare che questo estremo controllo sia dovuto alla volontà di essere uomini encomiabili anche dentro il carcere, boicottando così questa struttura e ribaltando le considerazioni stigmatizzanti connesse alla loro condizione. Si potrebbe parlare, seguendo un vertice psicodinamico, di un’ideazione magica a cui è sotteso il meccanismo dell’annullamento retroattivo8: se si è detenuti modello, non è necessario il controllo e la contenzione, dunque si annulla l’identità stessa di detenuto. L’auto-controllo vanifica l’etero-controllo.
L’annullamento e il controllo onnipotente sono meccanismi inconsci che psicodinamicamente attengono allo spettro ossessivo o psicopatico. In queste dimensioni personologiche la mente impiega tutte le sue energie per controllare il mondo esterno, scivolando in condotte spesso bizzarre o che possono arrecare danno agli altri. La sensazione di poter influenzare il mondo e produrre, con il proprio comportamento, degli effetti sugli altri sembra connesso ad una dimensione critica della stima (McWilliams, 1999). Dai nostri studi sulla mente mafiosa affiora,al di là delle apparenze, un radicale difetto di autostima ravvisabile nel fatto che il mafioso sente di essere qualcuno solo perché affiliato all’organizzazione, mentre come individuo singolo non esiste, non ha alcuno spessore sociale ed esistenziale (Lo Verso, 1998). Nel caso dei membri del gruppo l’uso di questi meccanismi plausibilmente potrebbe derivare dall’esigenza di sopravvivere nel contesto carcerario e risanare la contraddizione tra l’auto-rappresentazione di uomini d’onore e la connotazione sociale di delinquenti. Ristabilendo in carcere un ordine normativo di cui essi sono i detentori, si possono ricreare le condizioni per la sopravvivenza di un sistema identitario centrato sul potere e sulla conservazione della loro dignità di uomini. Contemporaneamente, l’annullamento spesso si attiva per aggirare vissuti di vergogna intollerabili (McWilliams, 1999). La stessa vergogna che i detenuti esprimono rispetto al reato di cui sono accusati. Pur negando l’esistenza del reato di associazione mafiosa, l’attivazione emotiva rispetto a questo tema tradisce una forte preoccupazione identitaria. La questione sembra ruotare intorno ad un radicale conflitto: la loro concezione di uomini d’onore è molto diversa da quella che ne dà il mondo. È come se in qualche modo questa contraddizione venisse percepita e provocasse sofferenza tale da scomodare potenti meccanismi difensivi. Laddove nella mente di altri mafiosi, come i membri di Cosa Nostra, non esiste alcun dubbio, alcun conflitto interno, nessuna contraddizione, nei membri del gruppo sembra rivelarsi maggiore consapevolezza della discrasia tra il mondo dentro l’organizzazione e quello fuori da essa. E forse proprio per tale ragione, il sistema organizzativo va difeso ad oltranza, ricreandolo in carcere, annullando il contesto, stabilendo regole che possano preservare la rispettabilità dei membri del gruppo, da cui deriva ad esempio la regola, emanata dal capo-gruppo dei detenuti ‘ndranghetisti, che prescrive a tutti i detenuti di indossare la biancheria intima durante le docce e di utilizzare l’anta dell’armadio come separè per cambiarsi gli indumenti. L’angoscia omofobica è tale da richiedere l’istituzione di rigorose norme di convivenza per sventare il pericolo che impulsi, debolezze, fantasie corrompano l’animo degli uomini d’onore.
In vero, antropologicamente, la promulgazione di ferrei regolamenti della condotta all’interno delle comunità scaturisce dalla realisticità e avverabilità della devianza che la norma vuole ammonire. Verosimilmente per i detenuti il rapporto omosessuale è talmente intollerabile quanto possibile e ciò significherebbe che la rigidità psichica non raggiunge i livelli di annichilimento della libido come tradizionalmente è stato riscontrato in Cosa Nostra, in cui la condotta omosessuale non solo non è accettata ma è internamente inconcepibile. È noto, infatti, che la sessualità anche quella eterosessuale nel mondo di Cosa Nostra non è molto significativa.

Il controllo, quale sorta di monitoraggio scientifico del comportamento, si ripropone anche quando deve essere determinato l’assetto del gruppo e l’assegnazione dei posti a sedere: nessuno prende posto vicino all’osservatrice donna. Il rispetto nei confronti delle donne è molto presente ed emerge varie volte durante gli incontri, il che indica l’estrema fedeltà di questi uomini ai codici morali tradizionali.
La perseverazione mentale dei membri del gruppo si evince dall’ostinato e trasversale ricorrere del tema giustizia durante tutti gli incontri. La magistratura viene screditata e accusata di corruzione. Secondo i detenuti bisogna indagare in questo settore per saperne di più, in quanto “è lì che c’è la malavita”. Di quale organizzazione criminale li stanno accusando? È solo un’ideazione immaginaria per incastrare dei poveri innocenti. È curioso come questo leit motive ritorni in tante forme e livelli di potere.
Tuttavia, questa tesi sembra invalidata da alcuni elementi contraddittori: la ‘Ndrangheta è un’invenzione, però esistono i capobastone. Le uniche conoscenze sono quelle relative ai fatti letti sui giornali e guardati in televisione, ma emerge che “chi è realmente dentro non parlerà mai dell’organizzazione per via del vincolo forte della segretezza”.
Ma la contraddittorietà viene subito placata e messa a tacere, alternandosi rapidamente a manifestazioni di rigidità psichica. Rigidi sono i codici a cui ci si deve attenere, i comportamenti che si devono attuare. Un controllo rigoroso che compare parzialmente anche in coloro che operano all’interno della Casa Circondariale.
È ovvio che, trattandosi di una struttura contenitiva e coercitiva, la nettezza di confini, di norme, la gestione prudente delle distanze sono aspetti connaturati alla vocazione e alla funzione sociale dell’istituzione. Eppure, sembra esserci da parte di qualche operatore un impegno cognitivo a misconoscere l’entità del reato commesso dai detenuti come a voler evitare di sapere. Come se coprendo, sulla scheda di riconoscimento, la didascalia che descrive il reato di cui quella persona si è macchiata, egli lo avesse commesso di meno o non lo avesse commesso affatto. Controllo, negazione, pensiero magico, compartimentalizzazione, sembrano essere meccanismi necessari per mantenere un funzionamento adeguato anche da parte degli operatori. C’è da chiedersi se questo ha a che vedere esclusivamente con il contesto carcerario o se può trattarsi di una connotazione psicoantropologica di cui la mafia calabrese si avvale, in particolare se si tiene presente la fenomenologia mistificatoria e la cultura dell’invisibilità che la ‘Ndrangheta è riuscita ad imbastire in Calabria.
Tutto in questa terra sembra essere nascosto, sommerso, annullato magicamente.
Evitando d’incorrere in facili generalizzazioni, si può supporre che ci sia una connessione di natura psicoantropologica tra l’organizzazione su base familiare della ‘Ndrangheta, il suo rapporto con il sociale, e i processi psicologici di annullamento e pensiero magico. La mancanza o la debolezza di un legame, riconosciuto dalla consorteria, con il sociale ne ha annebbiato la configurazione, coperto le tracce, producendo un effetto alone che le ha permesso di tessere in silenzio affari internazionali. D’altro canto, ciò potrebbe aver compromesso il riconoscimento territoriale e il prestigio sociale di cui, invece, gode ancora oggi, in alcuni contesti, Cosa Nostra. La mafia siciliana è presente nel territorio, usa scientificamente e strumentalizza spietatamente i sedimenti antropologici della sua cultura, connettendosi consciamente e inconsciamente con i gangli del sociale. La ‘Ndrangheta sembra invisibile tanto nel mondo interno quanto in quello esterno e per questo stesso motivo viene poco osteggiata. In Sicilia si è iniziato a parlare di mafia già da molto tempo. In Calabria no. In Sicilia, è sempre esistita una vocazione antimafiosa, che in molte occasioni si è rivelata decisiva per la lotta all’organizzazione. Nella regione Calabria l’antimafia è un fenomeno recente che sta iniziando a far sentire la sua eco soltanto adesso. Non si vuole fare qui riferimento esclusivamente all’antimafia presidiata delle istituzioni, ma anche ad una ribellione culturale per mano dei cittadini. In Calabria, per l’appunto, sembra diffuso un atteggiamento di convivenza passiva e silenziosa.

Molto probabilmente è esattamente a causa dell’estrema pervasività e dell’oscura alleanza che Cosa Nostra ha intessuto con il territorio che in Sicilia esiste un movimento antimafia di lungo corso. La contaminazione del sociale da parte della consorteria siciliana rappresenta, infatti, simultaneamente un elemento di enorme potere e di estrema vulnerabilità, perché l’esposizione implica visibilità che, nel caso siciliano, si è tradotta in connivenza e commistione su certi livelli e in consapevolezza, sdegno, indignazione e azione sociale su altri livelli. Per questo Cosa Nostra è molto potente in Sicilia ma anche molto odiata e combattuta. In Calabria la situazione sembra diversa e la fenomenologia criminale della ‘Ndrangheta può aiutare a comprendere tale differenza: la mafia calabrese è molto potente fuori dall’Italia, invisibile e silenziosa nella sua regione, strutturata su cellule familiari che depredano il sociale pur tenendolo a distanza. Ipotizziamo che la centralità strutturale e psicologica del familiare, nella mafia calabrese, sortisca inevitabilmente delle conseguenze sullo psichismo dei cooptati. Da un punto di vista gruppoanalitico, il potere familiare si muove sul registro dell’immaginario (Napolitani, 1987) riproponendo all’infinito una memoria desiderante ancorata al passato, incuneata nel sogno di eternazione della matrice. Ciò produce una sospensione, un arresto evolutivo del pensare che non incontra il reale-sociale e non produce progetto. La psicologia delle ‘ndrine sembra presentare questa sospensione oniroide nel mondo familiare, qui l’attesa familistica non schiude alla dimensione dell’imprevedibile; è un inganno temporale, uno slancio in avanti che ricade nel passato, nel conosciuto, nelle profezie autoavverantesi prodotte dalla matrice originaria che nega l’estraneità e attende fideisticamente un messia già incontrato. La sacralità del familiare è presente anche nella mafia siciliana ma, mentre nel caso di quest’ultima, l’impatto invischiante con il sociale ha prodotto un Noi-famiglia come modo di essere-nel-mondo che si è insinuato stabilmente nel contesto creando profonde connivenze inconsce con le comunità, nella ‘Ndrangheta l’incontro meramente strumentale con il sociale ha costruito un Io-famiglia capace di espandersi raggiungendo incommensurabili estensioni, piegandosi, assottigliandosi ma dovendo ritornare sempre alla sua microscopica forma originaria9. Il sociale non ha ispessito la matrice psichica della ‘Ndrangheta che, da un punto di vista psicoantropologico, sembra rimanere racchiusa dentro i ristretti confini della dimensione familiare, intrappolando la matrice organizzativa nell’incantamento del sogno. Ma il sogno, nonostante in questo caso sia destinato alla paralisi dell’utopia e dunque alla conservazione idealistica dell’ordine familiare, svela elementi relazionali, legami affettivi forti e auto-tutelantesi che nella disumanità dell’ideologia mafiosa sono generalmente forclusi.
Cosa Nostra a differenza della Camorra e della ‘Ndrangheta ha sempre avuto un organo centrale, che incarna l’organizzazione, interpreta un pensiero unico, totalizzante, omologante su cui le singole individualità si appiattiscono, i vincoli di sangue impallidiscono, gli affetti possono venire freddati se mettono a rischio l’organizzazione. In Cosa Nostra, il Noi elevato a ideologia fondamentalista viene prima di tutto: l’organizzazione prima dell’organigramma, la cosa prima della persona.
Forse la psiche ‘ndranghetista, pur nella sua efferatezza, ignominia e crudeltà, preserva aspetti di umanità che la rigida chiusura organizzativa su cui è saldamente incardinata Cosa Nostra sembra aver quasi totalmente azzerato.

 

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Note

* Dottoranda di Ricerca, Università degli Studi di Messina. Torna su

** Professore a contratto, Dottore e Assegnista di Ricerca, Università degli Studi di Palermo. Torna su

*** Professore Ordinario di Psicoterapia, Università degli Studi di Palermo. Torna su

1. Ricerca effettuata con il contributo del MIUR (PRIN 2006/2008). Si ringraziano la dott.ssa Longo M.C., direttrice della Casa Circondariale di Reggio Calabria, il dott. Campolo E., responsabile delle attività educative, gli agenti e tutti gli operatori che hanno collaborato alla ricerca. Un particolare ringraziamento va anche al collega Paolo Patricò, il cui contributo organizzativo e contenutistico si è rivelato prezioso per l’implementazione dell’intervento. Torna su

2. Forse ispirandosi alla Cupola di Cosa Nostra. Torna su

3. In questa sezione penitenziaria sono presenti soprattutto condannati con il 416/bis per associazione di stampo mafioso. Torna su

4. Dallo studio emerge che due delle risposte emotive espresse dagli psicoterapeuti siciliani, pur se apparentemente opposte, sembrano profondamente intrecciate, da un lato ritroviamo un controtransfert portatore di immagini salvifiche e protettive (“Genitoriale – Protettivo”) e dall’altro un vissuto controtransferale sconfermante e fonte di umiliazione (“Impotente – Inadeguato”). La letteratura psicopatologica sui disturbi di personalità, infatti, mostra come queste due risposte controtransferali si verifichino di frequente, e in co-occorrenza, nel trattamento di pazienti paranoici, confermando così l’ipotesi secondo la quale nella cura di pazienti appartenenti al mondo mafioso ci si attende soprattutto vissuti controtranferali paranoicizzati. Inoltre, queste due reazioni di controtransfert sono strettamente embricate perché entrambe attengono alla dimensione del famigliare, nello specifico a quella connotazione “onnipotente” che il familiare assume nelle culture fondamentaliste mediterranee. È evidente infatti che un atteggiamento del tipo “ proprio io ti salverò” e uno del tipo “nemmeno io riuscirò mai a salvarti” (rispettivamente “Genitoriale – Protettivo” e “Impotente – Inadeguato”) attengono ad una modalità onnipotente di entrare in relazione, in cui il terapeuta ha quasi potere di vita e di morte sul paziente, esattamente come l’organizzazione criminale possiede, psichicamente e fisicamente, tale facoltà nei confronti dei suoi affiliati.
Il transpersonale è l’impersonale collettivo che attraversa e connota una matrice relazionale biologicamente, etnico-antropologicamente e socialmente. Esso è fondativo per l’identità personale e culturale ma laddove le condensazioni tematiche non possono essere rielaborate dal pensiero critico soggettivo, esse s’impongono all’individuo assottigliando la sua potenzialità a rifondare il mondo. In Sicilia il transpersonale ha un grande potere di omogeinizzazione del pensiero poiché i suoi contenuti etnici e antropologici sono profondamente attraversati da codici materni connessi all’affettività garantista e alla continuità familistica. Si tratta di una modalità relazionale che spinge alla simbiosi, all’adesività, all’evitamento del conflitto. Cosa Nostra nasce in questo panorama di simbolizzazioni affettive (che diventano la sua ossatura organizzativa) in cui il familiare travalica i suoi confini e contamina il sociale che viene così declinato lungo gli assi semantici delle norme parentali. Tale processo non può essere ignorato poiché proprio in virtù della formazione ideologica e inflessibile di Cosa Nostra questi temi culturali vengono esasperati e re-immessi nel sociale che li incorpora parzialmente. Il vampirismo culturale esercitato da Cosa Nostra non è stato semplicemente appropriativo ma manipolatorio. Essa ha negoziato con il sociale i contenuti antropologici di cui si è servita strumentalmente. Tale negoziazione non è stata marcata da reciprocità ma da subdole obbligazioni che in Sicilia hanno via via cambiato il codice genetico delle modalità relazionali esitando in derive assoggettanti, costringenti, manchevoli di libertà emotiva, depaupernando la fiducia e l’autenticità delle relazioni interpersonali. Torna su

5. Il transpersonale è l’impersonale collettivo che attraversa e connota una matrice relazionale biologicamente, etnico-antropologicamente e socialmente. Esso è fondativo per l’identità personale e culturale ma laddove le condensazioni tematiche non possono essere rielaborate dal pensiero critico soggettivo, esse s’impongono all’individuo assottigliando la sua potenzialità a rifondare il mondo. In Sicilia il transpersonale ha un grande potere di omogeinizzazione del pensiero poiché i suoi contenuti etnici e antropologici sono profondamente attraversati da codici materni connessi all’affettività garantista e alla continuità familistica. Si tratta di una modalità relazionale che spinge alla simbiosi, all’adesività, all’evitamento del conflitto. Cosa Nostra nasce in questo panorama di simbolizzazioni affettive (che diventano la sua ossatura organizzativa) in cui il familiare travalica i suoi confini e contamina il sociale che viene così declinato lungo gli assi semantici delle norme parentali. Tale processo non può essere ignorato poiché proprio in virtù della formazione ideologica e inflessibile di Cosa Nostra questi temi culturali vengono esasperati e re-immessi nel sociale che li incorpora parzialmente. Il vampirismo culturale esercitato da Cosa nostra non è stato semplicemente appropriativo ma manipolatorio. Essa ha negoziato con il sociale i contenuti antropologici di cui si è servita strumentalmente. Tale negoziazione non è stata marcata da reciprocità ma da subdole obbligazioni che in Sicilia hanno via via cambiato il codice genetico delle modalità relazionali esistando in derive assoggettanti, costringenti, manchevoli di libertà emotiva, depaupernando la fiducia e l’autenticità delle relazioni interpersonali. Torna su

6. Il concetto di psichismo mafiosoconsente di leggere il fenomeno come una patologica modalità di organizzare la relazione tra il soggetto e la realtà, caratterizzata dal suo essere dogmatica e fondamentalista. Essere blindato in un fondamentalismo psichico è l’elemento centrale del pensiero mafioso, è la condanna psichicamente più severa che pesa sull’uomo d’onore. La sua identità non è sottoponibile a disorganizzazione alcuna, pena la perdita dei suoi aspetti definitori. Essere dentro una psiche fondamentalista equivale a non essere una persona, ma una sorta di replicante del mondo che lo ha “con-cepito”. Il mafioso automaticamente pensa solo ciò che Cosa Nostra autorizza a pensare. Prova persino emozioni ed affetti come gli è stato “in-segnato” dalla famiglia d’origine prima e dalla cultura e dall’organizzazione mafiosa poi. In questo modo l’organizzazione si conserva nel tempo. Torna su

7. Nella clinica gruppoanalitica la soggettualità esprime la natura relazionale dello psichico, riferendosi sia alla relazionalità interna alla persona sia a quella relativa ai campi mentali familiari. La soggettualità non può trovare spazio in nessun sistema antropo-criminale, poiché lo schiacciamento, anche solo parziale, delle soggettività da parte della matrice organizzativa non permette diritto di cittadinanza alle individualità e non consente loro di essere in relazione con le appartenenze interne ed esterne: quest’ultima, infatti, è la qualità psico-dinamica imprescindibile per l’emergere dalla soggettualità. La mente oggettuale è l’obiettivo cardine cui tende la clinica gruppoanalitica, inteso come processo di soggettivazione attraverso la messa in scena della relazionalità interna e l’articolarsi reale di quella esterna. Torna su

8. L’annullamento retroattivo è un meccanismo difensivo, frutto del naturale sviluppo del controllo onnipotente, ed identifica lo sforzo inconscio di controbilanciare un affetto, solitamente un senso di colpa o la vergogna, con un atteggiamento o comportamento che magicamente lo cancelli. Torna su

9. Stiamo chiaramente parlando di dimensioni psichiche e non sociologiche. Ad essere stimata, qui, è la volumetria della matrice psichica degli ‘ndranghetisti e non la proporzione del suo giro d’affari che come si è già sottolineato risulta molto ampia e annodata su network internazionali. Torna su