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Parole-chiave per (non) confondere le idee a chi studia psicoterapia
— 1. NOMI, COSE. Trappole e trucchi del pensiero concreto
di Pietro Stampa *
Dovevo illustrare il teorema di Pitagora a un corso di geometria. Disegnai sulla lavagna un triangolo rettangolo, costruendovi i quadrati su ipotenusa e cateti, e dissi: «Ovviamente il quadrato costruito sull’ipotenusa ha un’area di superficie superiore a quella di ciascuno dei quadrati costruiti sui cateti. Supponete ora che tutti e tre fossero fatti di oro laminato, e che voi aveste la possibilità di scegliere fra quello grande o i due piccoli insieme. Quale scegliereste?» Curiosamente, circa metà della classe optò per il quadrato più grande, e l’altra metà per la coppia di quadrati più piccoli. Ne scaturì una discussione vivacissima, ed entrambi i gruppi rimasero stupiti quando rivelai loro che non c’era alcuna differenza.
Raymond Smullyan 1

 

 

 

 

 

 

 

Nei capitoli IV e V del racconto dedicato ai suoi viaggi staordinari, il capitano Lemuel Gulliver si trova nella terra di Balnirabi, la cui capitale Lagado si onora di una prestigiosa Accademia. Fra gli strampalati studiosi che vi si riuniscono, alcuni si ingegnano di migliorare la lingua del Paese, sperimentando la soppressione del lessico come soluzione definitiva di ogni problema di espressione e di comunicazione.

Fu dunque suggerito che, dato che ogni parola è semplicemente il nome di una cosa, sarebbe più conveniente a chiunque portarsi addosso tutte le cose necessarie a esprimere i particolari affari di cui vuol parlare.
[…} parecchi fra i più dotti e i più saggi hanno aderito a questo nuovo modo di esprimersi attraverso le cose; unico suo inconveniente è che, se dobbiamo trattare affari complessi e di vario genere, siamo costretti a portarci sulla schiena una montagna di oggetti, a meno che non si possa disporre di due gagliardi servitori che ci aiutino. Ho spesso visto un paio di questi saggi quasi sommersi nel cumulo dei loro fagotti come i nostri merciai ambulanti; quando si incontrano per via, metton giù il loro carico, aprono i sacchi e chiacchierano per un’ora; poi ripongono ogni cosa, si aiutano a vicenda a rimettersi in spalla il fardello e si salutano.
Ma, per conversazioni brevi, si possono portare i vari oggetti in tasca o sottobraccio; e in casa propria, poi, nulla può mancare. Per questo, le sale in cui si radunano coloro che praticano questo sistema son piene di cose messi lì sottomano e pronte a fornir materia a questa sorta di conversazione artificiale.
Altro gran vantaggio è che l’invenzione può servire come linguaggio universale, che può esser capito in tutte le nazioni civili le quali usano in genere suppellettili e utensili dello stesso genere o molto simili, così che facilmente si può capire il loro significato.2

Ora, se Swift intendeva prendersi gioco dello scientismo inglese coevo, e delle attività accademiche che vi corrispondevano, la filosofia del Novecento non è stata esente dai paradossi di Lagado. Quel che qui ci interessa è l’imprinting nascosto — se così possiamo chiamarlo — derivante da tali paradossi nella riflessione psicologica, e segnatamente nella formazione alle psicoterapie: tanto più insidioso, appunto, in quanto non riconosciuto e non pensato dalle istituzioni preposte.

In una ricerca condotta anni addietro sui questionari attraverso i quali gli Istituti di formazione privati si candidavano al riconoscimento ex art. 3 della L. 56/89 (Lombardo et al., 1991), emergeva con chiarezza come un elevato numero di questi ritenesse di possedere un proprio modello “originale” di psicoterapia, costruito quale elaborazione di uno o più matrici teoriche e tecniche “di scuola” riconducibili alla tradizione delle comunità scientifico-professionali di settore; elaborazione che, a seconda dei casi, si sarebbe poi potuta definire “X-derivata”, “post-X”, “neo-X”, oppure integrata, eclettica o sincretica (Villegas, 1990).

Chiunque abbia seguito le vicissitudini della formazione in psicoterapia — anche, e meglio, da prima della Legge professionale degli psicologi — sa bene quanto pesante e violenta sia stata l’incidenza di questo modo di pensare nella costituzione di una mentalità fortemente in controtendenza rispetto all’esigenza obiettiva e ovvia della costruzione di una comunità scientifico-professionale degli psicologi clinici e degli psicoterapeuti (Stampa, 1991, 1992a, 1992b, 1993a, 1993b, 1993c, 1994, 1995a, 1995b, 1996; Carli, Cecchini, Lombardo & Stampa, 1995)

La mentalità “di scuola”, o meglio “di micro-scuola”, attraverso la quale numerosi Istituti hanno scimmiottato a modo loro la storia del movimento psicoanalitico — anche non condividendone in alcun modo né i riferimenti teorici, né le prassi — ha reso a volte grottesca la rigidità delle loro vicissitudini non meno che delle loro attività promozionali.

Ecco così prender corpo, nell’affermazione chiusa di princìpi decontestualizzati e assolutizzati, lo strumento ideologico con cui si realizzava questa perversione istituita, funzionale a una fantasia di potere culturale che — nella vagheggiata liquidazione della concorrenza — avrebbe poi avuto la sua brava ricaduta commerciale: avremmo sentito ripetere, per anni e fino a tutt’oggi, nei media e nei salotti buoni della psicologia, che per gli “attacchi di panico”3 non c’è altro che la terapia cognitivo-comportamentale, e che per i “problemi della coppia” non c’è di meglio che l’approccio sistemico-relazionale — e altre, tante altre simili arroganti interessate idiozie. Le accomuna l’idea implicita che l’oggetto sia solidale alla denominazione prescelta, se addirittura non ne discenda secondo la sequenza: (a) viene studiato un metodo per affrontare taluni specifici problemi delle persone, basato su un costrutto che lo definisce; (b) questo costrutto viene trasformato in un principio di carattere generale atto ad affrontare quei problemi, così che il metodo connesso risulti il più idoneo — se non il solo idoneo — a trattarli; (c) tutti gli altri costrutti con i quali vengono affrontati i medesimi problemi divengono oggetto di svalutazione, in nome del costrutto. Un temerario ribaltamento epistemologico, funzionale a un disegno — come dicevo sopra — di potere culturale, che si gioca tutto sull’inversione del rapporto logico nomi/cose. Così, per esempio, nella storia dell’origine e diffusione della terapia familiare: una volta assunto che tutti i problemi psicologici aventi origine nell’infanzia, hanno per definizione origine nelle relazioni in seno alla famiglia, si è studiato un metodo di intervento sulla famiglia; poi, da parte di alcuni — non tutti!— i gruppi di studio e di pratica della psicoterapia familiare si è cominciato a sostenere che per quei problemi non vi fosse alternativa clinica alla psicoterapia familiare. Ci sarà bene un motivo, se quell’approccio si chiama così!...

* * *

Torniamo però al tema generale del rapporto tra i nomi e le cose.
Anche se l’aristocratica ascendenza che ora citerò non attenua minimamente la consistenza del problema, merita comunque che la si esplori nella sua Begriffgeschichte, la storia dell’idea.
Il problema, infatti, viene da lontano: e precisamente dalle Confessioni di Agostino di Ippona. Opera di incomparabile profondità e bellezza, nella quale l’autore si interroga su tutta la propria esperienza, dall’infanzia all’età adulta.4 Ma anche, almeno per quanto ora in discussione, fonte remota di una suggestione entrata nel senso comune, di cui compiace la dimensione di pensiero concreto, a spese di quella riflessiva, critica, di pensiero simbolico.

Vediamo di che si tratta.
Scrive Agostino, a proposito del proprio apprendimento del linguaggio (I, 8):

Del modo come appresi a parlare mi resi conto solo più tardi. Non mi ammaestrarono gli anziani, suggerendomi le parole con un insegnamento metodico, come poco dopo per la lettura e la scrittura; ma fui io stesso il mio maestro con l’intelligenza avuta da te, Dio mio, quando con gemiti e molteplici grida e molteplici gesti degli arti volevo manifestar i moti del mio cuore, affinché si ubbidisse alla mia volontà; ma ero incapace di manifestare tutta la mia volontà e a tutti coloro che volevo. Afferravo con la memoria: quando i circostanti chiamavano con un certo nome un cero oggetto e si accostavano all’oggetto designato, io li osservavo e m’imprimevo nella mente il fatto che, volendo designare quell’oggetto, lo chiamavano con quel suono. Che quella fosse la loro intenzione, lo arguivo dal movimento del corpo, linguaggio, per così dire, comune di natura a tutte le genti e parlato col volto, con i cenni degli occhi, con i gesti degli arti e con quelle emissioni di voce, che rivelano la condizione dell’animo cupido, pago, ostile o avverso. Così le parole che ricorrevano sempre a un dato posto nella varietà delle frasi, e che udivo di frequente, riuscivo gradatamente a capire quali oggetti designassero, finché io pure cominciavo a usarle, dopo aver piagato la bocca ai loro suoni, per esprimere i miei desideri.5

Dunque, Agostino è iscritto d’ufficio all’Accademia di Lagado, Istituto di lingue. Ha osservato a riguardo, in un celebre saggio dedicato a “Antropologi e linguisti” (1963 [1966, p. 21]) Roman Jakobson:

Sarebbe difficile parlare per mezzo di cose di “una balena”, più imbarazzante ancora parlare delle “balene” e praticamente impossibile comunicare qualsiasi cosa su “tutte le balene” o su “le balene assenti”. Supponendo anche che si riesca miracolosamente a raccogliere tutte le balene del mondo, come esprimere per mezzo di cose che esse ci sono veramente tutte?

Nella ricostruzione che Agostino fa della propria esperienza, manca dunque una decisiva dimensione categoriale: quella del pensiero simbolico. Non vi è, in definitiva, alcuna spiegazione della modalità in cui apprendiamo il modo di funzionare di operatori logici come “se/allora”, e ancor più semplicemente: “ma”, “alcuni”, “nessuno”, “a condizione che” etc.

È qui fantasticato un apprendimento di tipo ostensivo, cioè basato esclusivamente sul mostrare, indicare, evocare attraverso la significazione generica dell’oggetto. Non che la parola venga fatta fuori: all’ostensione si può ben accompagnare la denominazione generica, decontestualizzata, un memorandum puramente tecnico. Io posso indicare là, davanti a noi, una persona che tiene in mano un lungo laccio alla cui estremità è visibile un’altra creatura vivente, a quattro zampe, coperta di peli e con una coda perennemente in movimento, e dire: «guarda!». Cosa intendo? L’uomo, il cane, l’uomo con il cane, l’animale con l’uomo, o la coppia? O forse il guinzaglio? La fedeltà, suprema virtù del cane? O il fatto che il cane è fulvo, o che l’uomo porta la barba? O che l’insieme mi sembra buffo? O…? Il repertorio (aperto, e potenzialmente infinito) degli Esercizi di stile di Raymond Quénau (1947, 1969 [1983]) mostra con geniale umorismo quanto si possa arzigogolare sulla più banale delle osservazioni, se questa non ha una freccia direzionale, un obiettivo di significazione che ne orienti l’intenzionalità.

Il dibattito filosofico sul tema è antico e talmente vasto da non potersi qui riassumere nemmeno per grandi linee. Quel che ora interessa sotto il profilo dei metodi di insegnamento e della loro congruenza — limitatamente ai concetti teorici, teorico-tecnici e operativi della psicologia clinica e della psicoterapia —, è ben sintetizzato da A. Musgrave (1993 [1995, pp. 68 ss.]):

[…] le esperienze in sé stesse non sono altro che accadimenti e non possono essere le premesse di alcuna argomentazione. Ma quando effettivamente formuliamo degli enunciati osservativi, questi trascendono le esperienze che li producono. E ciò che fa sì che gli enunciati trascendano l’esperienza è il linguaggio in cui gli enunciati vengono formulati. […] Una creatura che non possieda il concetto di tavola potrà anche vedere la tavola: ma tale creatura non potrebbe apprendere da questa esperienza che qui c’è una tavola e non potrebbe formulare l’osservazione “qui c’è una tavola”.
I filosofi ne hanno tratto una distinzione fra “vedere” e “vedere-che” (o, più in generale, fra “percepire” e “percepire-che”). […] Ciò che rende possibile il vedere-che è la precedente comprensione dei concetti o del linguaggio. È il linguaggio che ci permette di vedere-che (o, più in generale, di “percepire-che”) le cose stanno proprio così, e quindi di formulare enunciati osservativi.

Come dire: chi fa un’esperienza non disponendo di categorie di rappresentazione di quella esperienza, non può trasformare l’esperienza in un enunciato osservativo: per es. può vedere un oggetto, ma non può concettualizzare l’esistenza dell’oggetto e formulare a riguardo un resoconto osservativo. In questo senso possiamo sostenere che la mancanza di categorie contestuali all’esperienza non consente alcuna riflessione sull’esperienza — e al tempo stesso, la formazione di tali categorie non può che derivare dalla riflessione sulle connessioni tra esperienze diverse e aspetti diversi di ognuna di esse.

Il divario fra esperienza e resoconti osservativi, un divario colmato dal linguaggio o dai concetti, è un’importante fonte di fallibilità dei resoconti osservativi.

Così nello sviluppo del pensiero attraverso il tempo, dall’apprendimento dei rudimenti del lessico fino alla piena disponibilità di concetti astratti operazionali, forme più complesse si sovrappongono a quelle precedenti, ma nessuna “scompare”. I due registri del “concreto” e del “simbolico” si ritrovano così a funzionare come due dimensioni complementari e non come due poli contrapposti d’un asse ideale del pensiero. “Concreto” dunque non più versus “simbolico”: occorrerà abituarsi all’idea che nello sviluppo la dimensione simbolica cresce naturalmente (in primis neurologicamente) di peso relativo e si viene organizzando e proponendo come la più evoluta e sofisticata; e la dimensione concreta compete con essa nella spiegazione del mondo secondo dati di realtà “materiale” che si impongono per la propria flagranza, e stanno lì a mantenere che, come scriveva Gertrude Stein6 (versi cari a chi studia la Sindrome Down — cfr. Bollea, 1988) «una rosa è una rosa è una rosa». Tutto sta a saper guardare oltre la siepe (noi, per la formazione in psicoterapia, e non solo, ci abbiamo provato).
Guardare oltre la siepe: azione che, merita ribadire, non abolisce la siepe.

* * *

All’Accademia di Lagado è iscritto d’ufficio un altro gigante della storia della cultura, Ludwig Wittgenstein. Le sue Ricerche filosofiche, parte prima, iniziano proprio con la citazione di Agostino sopra riportata. E proseguono (1953 [1967, pp. 9 ss.]):

1. […] In queste parole troviamo, così mi sembra, una determinata immagine della natura del linguaggio umano. E precisamente questa: Le parole del linguaggio designano oggetti — le proposizioni sono connessioni di tali denominazioni.
In quest’immagine del linguaggio troviamo le radici dell’idea: Ogni parola ha un significato. Questo significato è associato alla parola. È l’oggetto per il quale la parola sta.

Di una differenza fra tipi di parole Agostino non parla. Chi descrive in questo modo l’apprendimento del linguaggio pensa, così credo, anzitutto a sostantivi come “tavolo”, “sedia”, “pane” e ai nomi di persona, e solo in un secondo tempo ai nomi di certe attività e proprietà; e pensa ai rimanenti tipi di parole come a qualcosa che si accomoderà.

Pensa ora a quest’impiego del linguaggio: mando uno a far la spesa. Gli do un biglietto su cui stanno i segni: “cinque mele rosse”. Quello porta il biglietto al fruttivendolo; questi apre il cassetto su cui c’è il segno “mele”; quindi cerca in una tabella la parola “rosso” e trova, in corrispondenza ad essa, un campione di colore; poi recita la successione dei numeri cardinali — supponiamo che la sappia a memoria — fino alla parola “cinque” e ad ogni numero tira fuori dal cassetto una mela che ha il colore del campione. — Così o pressappoco così, si opera con le parole. — «Ma come fa a sapere dove e come deve cercare la parola “rosso”, e che cosa deve fare con la parola “cinque”?» — Bene, suppongo che agisca nel modo che ho descritto. A un certo punto le spiegazioni hanno termine. — Ma che cos’è il significato della parola “cinque”? — Qui non si faceva parola di un tale significato; ma solo del modo in cui si usa la parola “cinque”.

2. […] Immaginiamo un linguaggio per il quale valga la descrizione dataci da Agostino: Questo linguaggio deve servire alla comunicazione tra un muratore, A, e un suo aiutante, B: A esegue una costruzione in muratura; ci sono mattoni, pilastri, lastre e travi. B deve porgere ad A le pietre da costruzione, e precisamente nell’ordine in cui A ne ha bisogno. A questo scopo i due si servono di un linguaggio consistente delle parole “mattone”, “pilastro“, “lastra“, “trave“. A grida queste parole; — B gli porge il pezzo che ha imparato a portargli quando sente questo grido. — Considera questo come un linguaggio primitivo completo.

3. Agostino descrive, potremmo dire, un sistema di comunicazione; solo che non tutto ciò che chiamiamo linguaggio è questo sistema. […]

4. […]

5. Se si considera l’esempio del § 1, si può forse avere un’idea della misura in cui il concetto generale di significato della parola circonda il funzionamento del linguaggio di una caligine, che rende impossibile una visione chiara. — La nebbia si dissipa quando studiamo i fenomeni del linguaggio nei modi primitivi del suo impiego, nei quali si può avere una visione chiara e completa dello scopo e del funzionamento delle parole.

Tali forme primitive del linguaggio impiega il bambino quando impara a parlare. In questo caso l’insegnamento del linguaggio non è spiegazione, ma addestramento.

Come ha scritto E. Gellner (1961 [1971, p. 156]), «Wittgenstein fu per tutta la vita uno dei Savi di Lagado»: dall’idea del Tractatus (1922 [1964]) che le parole siano “specchi” o “simulacri” delle cose, nelle Ricerche (1953 [1967]) giunse a definirle come mosse di giochi linguistici, che come i Savi di Lagado gli oggetti, noi tutti ci portiamo dietro quali “abitudini discorsive”. Sono appunto queste abitudini — proprio perché largamente inconsapevoli, e prodotte a partire da istituzioni del discorso che non hanno nulla di “naturale” — che costituiscono le insidie del pensiero concreto. In larga misura, nella società tecnologica, le abitudini discorsive sono prodotte dai media elettronici e fra questi dobbiamo ormai contare a pieno titolo il web. Prima ancora, a produrli erano piuttosto quelli che L. Althusser (1972) chiamava “apparati ideologici di Stato”: includendovi la Scuola, le amministrazioni, i partiti e i sindacati, la stampa…

L’abitudine, come il linguaggio e i suoi modi di funzionare, è certo un campo di indagine pertinente per la psicologia. Ora, il rapporto tra Wittgenstein e la psicologia, anzi le psicologie, è oggetto di una letteratura assai ricca, che qui interessa solo dalla specifica angolazione del tema di cui si sta discutendo. Nella diversità dei punti di vista, è però chiaro che tale rapporto è piuttosto ambiguo.

Diverso è per la psicoanalisi. Wittgenstein si proclamò sempre «discepolo e seguace di Freud» (McGuinness, 1983, p. 23) al tempo stesso essendone critico severo: e per quanto tale lettura non sia condivisa da molti, nelle Ricerche sembra pervenire a un èsito sostanzialmente behaviorista. La sua idea fondamentale è che gli esseri umani impiegano una varietà di giochi linguistici, «attività concrete», scrive Gellner (1971, p. 160) «in contesti concreti, governate da varie regole contingenti». Ogni tanto accade che si faccia una mossa incoerente al gioco, come per esempio porre una domanda a cui il gioco non può dare una risposta perché privo di una procedura adeguata: la “terapia” per questa “malattia” consisterà allora nel riportare il gioco al suo corretto funzionamento; e alle metodiche di questa “terapia” — un fare riparativo che si ripromette di ripulire i linguaggi-gioco dall’errore — sono appunto dedicate le Ricerche. Come nell’esempio sopra riportato delle cinque mele rosse, il significato è ridotto all’uso. In questo senso, mi sembra, è inevitabile considerare il Wittgenstein delle Ricerche come un semiologo behaviorista allo stesso modo in cui lo sono, esplicitamente, Leonard Bloomfield o Charles Morris,7 per i quali il significato di un’espressione è sussunto all’azione/reazione che essa produce nei soggetti.

Questa parte della filosofia di Wittgenstein perviene così allo scacco di qualsiasi forma superiore di pensiero sul pensiero, e alla riproposizione della concretezza dei linguaggi come limite invalicabile al pensiero stesso.

Nel rapporto di insegnamento/apprendimento ostensivo non mancano certo le parole: ma parole e cose funzionano come se fossero tutt’uno, senza differenza, come se quella specifica parola potesse designare inequivocabilmente quella specifica cosa, e nessun’altra. Viene meno il principio classico che nomina sunt consequentia rerum8 — non sono però le parole che fanno premio sulle cose: il problema è che, nella mancata articolazione di una differenza, sembra che indifferentemente la parola ponga la cosa, o la cosa la parola.

La storia della professione psicologica in Italia è segnata da questa catena di equivoci: a partire dalla nascita di un Corso di laurea, poi Facoltà, con tanto di inquadramento dei laureati negli organici del Servizio sanitario pubblico, senza che il Legislatore riuscisse per 18 anni (1971-1989) a prendere atto dell’esistenza di questa nuova realtà, e la dotasse di un ordinamento autonomo come tutte le altre professioni. A partire da un esame di Stato, come vuole l’art. 33 della Costituzione.

Insomma, la storia “lagadiana” degli psicologi italiani… Nessuno sapeva bene cosa fossero o cosa potessero diventare, ma li si prevedeva nelle sedi istituzionali in cui veniva elaborato un nuovo mandato sociale per le professioni d’aiuto: togliere le castagne dal fuoco alle famiglie, alla Scuola, alle istituzioni assistenziali nel trattamento del disagio comune; per il disagio di interesse più spiccatamente medico costituire un “corpo ausiliario” di supporto agli psichiatri; e in altri ambiti: rivestire di ingenue astuzie pseudoscientifiche il bombardamento pubblicitario del nascente sistema oligopolistico televisivo; ammantare di rigore la selezione e la gestione del personale nelle organizzazioni; etc. La costruzione di alternative a tutto questo è stata la battaglia culturale, mai sopita, di una agguerrita respectable minority nelle Università, nell’associazionismo scientifico, nella pratica professionale.

Sembrava e sembra a molti che la psicologia dovesse e debba essere la regina del pensiero concreto: la sua divulgazione popolare non mostra altro. Dalle pagine delle riviste “femminili” colleghi e colleghe che non disdegnano l’attitudine buffonesca, dispensano consigli su “la seduzione”, “come liberarsi dai sensi di colpa”9, “comprendere gli adolescenti10, e così via.

* * *

Torniamo a cose serie. I Savi di Lagado — inclusi S. Agostino, Wittgenstein e un buon numero di “maestri” della psicoterapia contemporanea — rappresentano dunque una divertente metafora di quella forma del pensiero che Piaget ha definito “concreto”, e che così spesso incontriamo nella vita quotidiana e nella pratica clinica come formazione difensiva nei confronti dei dati di realtà: il pensiero concreto consente un’interpretazione dei dati di realtà che non impegna alcuna dimensione di contesto. Uso qui l’espressione “pensiero concreto” nel senso che le ha dato Jean Piaget nelle sue ricerche,

[…] intendendo per “concreto” che le operazioni mentali del bambino sono applicate a qualche aspetto della realtà esterna o presente fisicamente o rappresentata mentalmente. Piaget assunse poi che o gli oggetti tangibili o le loro rappresentazioni mentali hanno un ruolo chiave nel ragionamento del bambino durante il periodo delle operazioni concrete. Piaget [...]affermò che «quando il pensiero del bambino si allontana dal reale, non fa che sostituire gli oggetti assenti con la loro rappresentazione più o meno vivace; questa rappresentazione è accompagnata da convinzione, ed equivale quindi al reale». Mentre il pensatore operatorio-formale sa ragionare sulla base di un referente qualsiasi — reale, simbolico o arbitrario — il pensatore concreto è ristretto alle operazioni su oggetti o sulle loro rappresentazioni mentali che “equivalgono” alla realtà.

Piaget, lo si ricorderà, sostiene sulla base delle sue osservazioni che, nel caso, per esempio, delle operazioni logico-formali elementari, la capacità di ragionamento fra i 7-8 e gli 11-12 anni è caratterizzata

dalla costruzione dei raggruppamenti operatori di ordine logico e dei gruppi numerici, ma su un piano essenzialmente concreto, cioè relativo a degli oggetti manipolabili, rappresentabili nel dettaglio dei loro rapporti reali (1951 [1976, p. 193]).

(In questo senso, si può affermare che le operazioni di attribuzione di senso dell’adulto basate sul pensiero concreto sono letteralmente regressive).
Come già H. Wallon mostrava nel suo classico lavoro, il pensiero concreto produce “confusioni sincretiche” nella mente infantile (1963 [1970, I: pp. 365 ss.]), e questa modalità di rappresentarsi la realtà corrisponde a un’ancora immatura competenza a collocare l’esperienza entro condizioni di contesto. Esempi di confusione, si ricorderà, sono la sostituzione reciproca di qualità simultanee, l’assimilazione reciproca fra categorie diverse, l’indeterminatezza fra diversi modi di essere del reale.

La dominanza della dimensione concreta del pensiero genera forme specifiche di confusione, che come tali possono venire modellizzate e ricondotte alla loro matrice primaria — il pensiero concreto, appunto — per essere lì riconsegnate e lasciate al loro posto, in modo che non interferiscano più che tanto, si spera, con i processi di elaborazione che la psicologia clinica pone al centro della propria operatività.

Proporrò qui di seguito alcuni esempi che mi appaiono rappresentativi del problema.

Esempio 1 — L’onnipotenza divina: “tutto” è molto, moltissimo, ma non è proprio “tutto”…?

Uno psicologo che segue un corso di specializzazione di orientamento psicoanalitico, riferisce in supervisione di una paziente, una signora non più giovanissima, insegnante di lettere nella Scuola media, che ha perso di recente il fratello a cui era profondamente legata, e contestualmente ha richiesto aiuto e iniziato una psicoterapia.

La paziente è persona di accesa fede cattolica, il fratello scomparso era ateo. La paziente è in grave conflitto con la propria coscienza, perché il fratello (non ci sono altri congiunti che abbiano titolo a sbrigare la faccenda) ha lasciato detto di desiderare per sé la cremazione, mentre lei è contraria a questa pratica; al tempo stesso non vorrebbe contraddire la volontà del defunto. Bene, chiediamo al giovane collega, e perché la signora è contraria alla cremazione? La Chiesa ormai da tempo la ammette, se pure non la incoraggia. La signora aderisce a un cattolicesimo piuttosto tradizionalista, risponde il giovane collega, e al tempo stesso è persona leale e sente che il fratello «di lassù» la guarda e la giudica: come fargli questo torto?... Non sembra che ci siano molte possibilità per venirne fuori, la signora ha poco tempo per decidere, lo psicologo le ha consigliato di parlare con il suo padre spirituale, questi l’ha tranquillizzata sulla sua piena libertà di scegliere l’una o l’altra opzione senza incorrere nel peccato. La signora, però, non è affatto tranquilla, lo psicologo non sa bene che fare: il problema gli appare in realtà, anche un po’ ozioso, o quanto meno esagerato.

Ma soprattutto — cattolico egli stesso, ma di idee molto più aperte — non lo comprende, perché se lo rappresenta negli stessi termini di pensiero concreto della paziente. In fondo, osserva, se la Chiesa consente la cremazione, perché un fedele dovrebbe porsi tutti questi scrupoli? Secondo lui, il padre spirituale convincerà la signora, che così tornerà a occuparsi di “problemi reali”, che non mancano…

Qui invece c’è qualcosa da approfondire bene se si vuole comprendere il tormento della paziente. Lo psicologo, sollecitato dal supervisore, torna sull’argomento abbandonando ogni tono supportivo o consolatorio, e apprende così che il problema della signora è… la resurrezione della carne! Con la cremazione, e la repentina trasformazione del corpo defunto in un pugno di cenere indifferenziata, coma sarà possibile — quando sarà — la resurrezione della carne? Lo psicologo è stupefatto, a un problema del genere, francamente, non aveva mai pensato…

E tuttavia la fantasia della paziente non è così peregrina, tutt’altro. La questione in ballo è, letteralmente, se la signora ritiene Dio davvero onnipotente o no: sembra che nutra qualche dubbio, se la cremazione possa metterlo in difficoltà, nel giorno del giudizio!La signora è, a dirla tutta, in odore di eresia gnostica, visto che ritiene la potenza di Dio limitata da ostacoli materiali — se mai questi, ad esempio, gli siano interposti non dall’uomo ma dal grande antagonista Satana. La signora non lo sa, ma il suo è un tormento teologico della Chiesa delle origini — e di qui sarà possibile allo psicologo aprire alla riflessione su emozioni arcaiche e oscure della paziente, una sorda ostinata e inconfessata ostilità verso il padre: un uomo gonfio di insensata e un po’ ridicola ùbris, che come una divinità capricciosa elargiva e sottraeva il suo affetto, il suo consiglio e la sua protezione senza che i figli potessero comprenderne una qualche interna razionalità; ora tenero, ora collerico, ora indifferente, ora smargiasso, ora smarrito, umorale sempre, devoto in modo superstizioso a certi suoi santi prediletti, sprezzante verso le scelte agiologiche altrui, sarcastico verso ogni tentativo dei figli di costruirsi proprie categorie di comprensione della realtà, e di questi tentativi demolitore sistematico, incapace di fornire loro altro che motivi di insicurezza e di umiliazione… Quando la paziente aveva dieci anni, quest’uomo aveva lasciato la famiglia, già in gravi difficoltà economiche, per seguire un’amante; e per tornarvi anni dopo, malato di tumore e solo, a morire in casa rivendicando il diritto all’accoglienza e all’accudimento in nome del legame di sangue.

Nello scoprirsi “eretica” malgré soi, la paziente riconnetteva ora il proprio dilemma alle violente emozioni conflittuali che tutta questa vicenda, dispiegatasi nell’arco della sua infanzia e adolescenza, le aveva prodotto: e nel riconoscere di pensare finalmente il suo proprio Dio liberamente scelto da adulta come onnipotente, e svincolato dall’impedimento materiale che ella stessa gli aveva posto, poteva consentire infine la cremazione del fratello, e finalmente restituire al passato, alla storia della famiglia, l’angoscia provata per l’incompetenza paterna, e sì, anche materna (per la passività, l’acquiescenza…) nell’educazione ricevuta. La tentazione “gnostica” altro non era — meglio dire: appariva con forza e con evidenza a questo stadio della psicoterapia — espressione impaurita e ostinata di una rabbia antica verso il padre, velata di vergogna, e anche però di invidia verso il fratello che, attraverso l’ateismo, aveva trovato la strada di una ribellione morale — ciò che la paziente non aveva osato.

L’idea di “onnipotenza”, che rimanda al campo semantico di “tutto” inteso come “infinito”, è per definizione astratta, e nessuna esperienza può contenerla: così la paziente, in realtà, non sapeva bene in cosa davvero credesse, ma di questa confusione non era affatto consapevole. Superato lo scoglio che il pensiero concreto (come far risorgere un corpo polverizzato?...) frapponeva alla comprensione delle emozioni autentiche, la paziente poteva iniziare ora, davvero, un processo di riflessione analitica.

Esempio 2 — Nella successione degli eventi ogni stadio successivo sopprime il precedente, che svanisce nel nulla

Università di Chieti, lezione agli studenti del terzo anno, all’epoca non lontana in cui un ministro della pubblica istruzione (“pubblica”, “istruzione”… parole grosse!) aveva provato a cassare dai programmi di scienze della Scuola media la teoria dell’evoluzione. Negli Stati Uniti l’idea di insegnare l’intelligent design in luogo della teoria dell’evoluzione sembrava tuttora praticabile e sensata, qui da noi fu fortunosamente e pressoché unanimemente respinta dal mondo della Scuola come ridicola e impraticabile.

Dunque, a lezione dico qualcosa a proposito della censura perdurante che grava su Darwin, cui impropriamente si attribuisce la fantasia popolaresca che l’uomo “discenda” dalle “scimmie”. Mentre sto mettendo in evidenza la rozzezza di questa rappresentazione, a un certo punto accenno alle numerose verifiche esistenti a sostegno della teoria di uno sviluppo differenziato delle specie a partire da “antenati comuni”. Una studentessa molto diligente, che segue puntualmente le mie lezioni prendendo appunti anche del superfluo, alza lo sguardo e mi fissa con espressione smarrita. Tanto che io mi interrompo e le chiedo «Signorina, ho detto qualcosa che non va?»

«Vede, professore», mi spiega, «quando ero piccola, al catechismo mi hanno insegnato che Dio ha creato l’uomo così com’è, “a Sua immagine e somiglianza”… Poi alle medie mi hanno invece insegnato che no, l’uomo discende dalle scimmie. E allora io mi sono sempre chiesta: va bene, sarà così, ma se l’uomo discende dalle scimmie, come mai ci sono ancora le scimmie?»

Già, verrebbe da domandarsi, e come mai ci sono ancora gli uccelli, i pesci, gli invertebrati, i batteri?... L’evoluzione pensata come se ogni mutamento progressivo annullasse gli stati precedenti, come se esistesse solo quello che è qui, flagrante, davanti ai nostri occhi. Se c’è stata “evoluzione”, allora tutto quello che c’era prima dovrebbe essere estinto; oppure aveva ragione il catechismo, l’uomo sarebbe un “eletto”, ben altro dal regno animale… Ma l’evoluzione avrà poi riguardato gli animali stessi? Il gatto di casa che non sta fermo un attimo e la tartaruga che ozia beatamente in giardino, saranno eredi di qualche strana forma di vita arcaica che possa definirsi come un loro “antenato comune”?

Pongo queste domande, e vedendo in giro facce interessate ma anche alquanto smarrite, benché l’argomento della mia lezione sarebbe tutt’altro mi metto a spiegare così come posso un po’ di biologia teorica. Parlo del concetto basilare di fitness, termine che nell’uso corrente ha ormai più a che fare con palestre e “centri benessere”che con Darwin. E poi, fosse così semplice!... Nessuno ormai sostiene più un modello lineare dell’evoluzione: ci sono comunque, nel continuum evolutivo, troppi “salti” difficilmente spiegabili, e da una trentina d’anni o poco più, anche ipotesi che si iscrivono in quella darwiniana come movimenti di controtendenza, che appunto tentano di colmare i vuoti della concezione classica.

Provo a parlare di tutto questo, e cito la “teoria dell’handicap” di Zahavi (1975), che in Italia abbiamo conosciuto attraverso Il gene egoista di Dawkins (1976 [1979]) che qui di seguito brevemente riprendo per maggior chiarezza. La questione, si ricorderà, parte dalla difficoltà già di Darwin di spiegare la sussistenza specie-specifica di caratteristiche non vantaggiose, tipicamente nei maschi, che — secondo l’idea di Darwin della “selezione sessuale” — svolgono la funzione di richiamo dei partner per l’accoppiamento e la riproduzione. È il caso, per es., della coda spropositatamente lunga del maschio dell’uccello del paradiso: per quanto ingombrante e come tale mal-adattiva, potrebbe avere rappresentato agli occhi delle femmine la dimostrazione di una capacità dei maschi di procurarsi nutrimento ad alto contenuto vitaminico, o di essere particolarmente veloci nello sfuggire ai predatori (una coda corta potrebbe essere così perché strappata dal predatore nell’inseguimento). Scrive Dawkins (pp. 135-6):

[…] Come per le mode di abiti femminili o di modelli di macchine americane, la tendenza evolutiva ad avere una coda lunga prese quota e guadagnò terreno velocemente. Si arrestò solo nel momento in cui le code diventarono così grottescamente lunghe che i loro chiari svantaggi cominciarono a superare il vantaggio di costituire un’attrattiva sessuale.
[…] Fra coloro che non credono a questa teoria c’è A. Zahavi […] Egli fa rilevare che il semplice fatto che le femmine cerchino di scegliere tra i maschi quelli che portano buoni geni apre la porta all’inganno da parte dei maschi. I muscoli forti possono essere realmente una buona dote da scegliere da parte di una femmina, ma che cosa poi può trattenere i maschi dal farsi crescere dei falsi muscoli, che non abbiano più sostanza reale delle spalle imbottite in uso tra gli uomini? Se un maschio paga un prezzo minore nel farsi crescere muscoli falsi anziché veri, la selezione sessuale dovrebbe favorire i geni che determinano la produzione di questi muscoli falsi. Non passerà tuttavia molto tempo prima che una controselezione porti allo sviluppo di femmine capaci di scoprire l’inganno. La premessa fondamentale di Zahavi è che il falso richiamo sessuale alla fine sarà individuato dalle femmine, per cui la conclusione finale è che avranno successo quei maschi che non lanciano richiami falsi, quelli che dimostrano in modo tangibile di non star ingannando le femmine.[…] Zahavi è convinto che un vero maschio non debba solo sembrare uno di grandi qualità, ma che debba anche esserlo realmente, altrimenti non verrà accettato come tale dalle femmine scettiche. Si svilupperanno quindi forme di esibizione che solo un genuino vero maschio è in grado di compiere.

Qui viene il bello:

[Zahavi] ipotizza […] che la coda dell’uccello del paradiso e del pavone, gli immensi palchi delle corna di cervo e le altre caratteristiche selezionate sessualmente, apparse sempre come un paradosso perché sembrano essere d’ostacolo a chi le possiede, evolvono proprio in quanto handicap. Un uccello maschio con una lunga e ingombrante coda mette in mostra agli occhi della femmina il fatto di essere un vero maschio abbastanza forte da sopravvivere nonostante la sua coda. Immaginiamo una donna che stia osservando due uomini che fanno una gara di corsa; se tutti e due arrivano al traguardo e però uno dei due si era volutamente sovraccaricato, mettendosi un sacco di carbone sulle spalle, la donna tirerà naturalmente la conclusione che il corridore più veloce è in realtà l’uomo che porta il peso.

Questa faccenda dei maschi ingannatori che alla fine vengono sbugiardati è piaciuta molto alle mie studentesse, e in aula si è aperto una specie di forum improvvisato, con il confronto tra diverse esperienze di fidanzamento dagli èsiti più vari. Meno propensi ad accettare la teoria dell’handicap gli studenti di sesso maschile, per altro una esigua minoranza come è ormai la regola nelle nostre Facoltà. Un po’ per completezza, un po’ per solidarietà, ho fatto presente all’aula che anche Dawkins nel suo libro si mostra un po’ diffidente verso Zahavi, benché la teoria dell’handicap evidentemente lo incuriosisca:

Non credo in questa teoria, sebbene io non sia più così scettico come la prima volta che l’ho sentita. Allora io rilevai che ne dovrebbe derivare come logica conclusione l’evoluzione di maschi con una gamba sola o con un occhio solo. Zahavi, che viene da Israele, replicò all’istante: «Alcuni dei nostri migliori generali hanno un occhio solo!»

Ovviamente le ragazze e i ragazzi presenti dovevano ancora nascere all’epoca in cui Moshe Dayan era divenuto, oltre che l’eroe della guerra “dei sei giorni” (giugno 1967) anche quella che qualcuno oggi definirebbe una “icona pop”, e la battuta di Zahavi non è stata apprezzata come invece avrebbe meritato.

Comunque, questa discussione è servita ad aprire a tutti gli allievi, con una svolta inattesa e in qualche modo creativa, una visione del problema che in partenza nella loro testa era tanto concreta e angusta quanto può esserlo solo la didattica delle scienze nella Scuola media italiana11.

 

Esempio 3 — Nomina non sunt consequentia rerum, ma al contrario: in principio era (solo) il nome

Ho avuto occasione, negli ultimi dieci anni circa, di occuparmi di una modalità di intervento (e, ciò che appunto fa lo stesso, di un nome) di recente introduzione nella pratica psicologica e, contestualmente, in quella forense: la così detta “mediazione familiare”. Ho partecipato a progetti e convegni, e insegnato in corsi organizzati sul tema da numerose associazioni sia di psicologi che di giuristi italiani e francesi: cercando sempre di portare avanti e di condividere una riflessione che provo qui a ricapitolare brevemente.

Questa metodica di intervento nelle crisi che portano alla rottura dei legami e dei contratti di coppia, ha come obiettivo la costruzione di accordi di separazione-divorzio che consentano la continuazione di una funzione genitoriale sufficientemente armonica da non far gravare più che tanto sui figli il peso del disaccordo coniugale.

Un secondo obiettivo sarebbe quello di deflazionare il contenzioso che opprime i Tribunali civili a causa della elevata litigiosità che caratterizza molte rotture coniugali, con il corteo di consulenze, perizie, affidamenti in prova, richieste di modifica del regime di affidamento iniziale, omessa corresponsione dell’assegno di mantenimento etc. che ne consegue.

Fin qui tutto bene. Il problema è che le condizioni immaginate dagli psicologi e dai giuristi che negli Stati Uniti, in Argentina, in Gran Bretagna, in Francia hanno dato vita in origine ai modelli che pur nelle loro diversità, tutti vengono denominati “mediazione familiare”, sono molto differenti dalle nostre: per es. negli Stati Uniti — dove è quasi impossibile accedere a un giudizio in alcune materie di diritto civile se non si può dimostrare di avere prima esperito un serio tentativo di accordo extra-giudiziale — i centri di mediazione sono court-annexed o comunque in vario modo accreditati presso i Tribunali. Vi è insomma una cultura dell’ADR (Alternative Dispute Resolution) così profondamente consolidata che nessuno degli interessati penserebbe di poter eludere un passaggio preliminare prima di presentarsi davanti al giudice. Questi si occuperà quindi solo delle questioni che non hanno potuto essere risolte da accordi privati “amichevoli”.

In Italia trascinare una controparte in Tribunale e farsi dare ragione da un’autorità costituita a dispetto di ogni possibilità di pervenire a un accordo ragionevole, sembra invece l’unico modo di risolvere un contenzioso in materia familiare come di consumi, di successioni o di lavoro. Questa ultima materia — il lavoro — prevede appunto, in attesa della prima udienza dinanzi al Tribunale, un tentativo obbligatorio di conciliazione preventivo presso gli uffici territoriali del Ministero competente. Qualsiasi avvocato vi dirà che questo tentativo si risolve sempre in una pura formalità, che in quanto tale paradossalmente allunga anziché abbreviare i tempi del processo. In Italia la domanda di “giustizia” come emanazione di un provvedimento dall’alto anziché come prodotto di una negoziazione assistita, prevale ed è coerente a una cultura autoritaria — non solo giuridica — consolidata.

Questi i termini per così dire “oggettivi” della faccenda. Fra le condizioni soggettive poste dagli importatori italiani della mediazione familiare vi erano le seguenti: i soggetti — due coniugi in fase di rottura — devono essere persone disposte a mettere in discussione le proprie ragioni; devono essere consapevoli che l’interesse dei figli è prevalente sul proprio; devono desiderare di pervenire a un accordo che permetta loro di continuare a esercitare congiuntamente e in armonia la funzione genitoriale; e proprio per questo, non devono ancora essersi rivolte a un Tribunale; la richiesta di mediazione deve essere pertanto in qualche modo spontanea, al più sollecitata dai rispettivi legali; questi ultimi si faranno da parte per tutta la durata della mediazione; questa non dovrà durare più di un certo numero limitato di incontri. Tutto ciò allo scopo di “facilitare” la separazione e il divorzio.

Ora, mi chiedevo e proponevo alla riflessione dei miei interlocutori, persone che rispondono a tali requisiti hanno proprio bisogno di un intervento esterno di mediazione? Così descritti, questi soggetti sembrerebbero perfettamente in grado di accordarsi da soli. Per non parlare dell’elusione potenziale del diritto alla difesa previsto dalla nostra Costituzione: in qualsiasi momento l’aver rinunciato all’assistenza del proprio legale porrebbe le premesse perché una delle parti rinneghi l’accordo raggiunto; e ancora, difficile mediare senza assistenza legale sui diritti cosiddetti “indisponibili”; e ancora, quali strumenti di verifica si potrebbero implementare nel follow-up, atteso che il senso di questi accordi sia proprio di reggere nel tempo, dato che riguarderebbero comportamenti che non si limitino a un singolo atto (come per una compravendita, o una cessione di società, o un risarcimento di danni), ma si svilupperebbero nel tempo? — E infine, più in generale: quanti ostacoli di natura politico-confessionale si dovranno mai superare per riuscire a introdurre proprio in Italia un metodo per “facilitare” separazione e divorzio? Tutto questo meglio esposto, per chi avesse curiosità di un approfondimento, in Stampa, 2001.

Per alcuni anni si è parlato così di mediazione familiare accomunando in una unica dizione modelli diversi, ognuno dei quali tendenzialmente si auto-proclamava “l’unico”: nascevano centri, associazioni, si stipulavano accordi con gli Enti locali, qualche Magistrato richiedeva un intervento, e ben volentieri gli prestava la sua consulenza qualcuno dei mediatori che avevano sostenuto la condizione inderogabile della non-sussistenza di un giudizio in corso; circolavano proposte di Legge, finché una, la n. 53 del 2000 (Disposizioni a sostegno della maternità e della paternità), introduceva l’art. 342-ter del Codice Civile, che trattando di “ordini di protezione” come «l’allontanamento dalla casa familiare del coniuge o del convivente che ha tenuto la condotta pregiudizievole prescrivendogli altresì, ove occorra, di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati etc.», prevedeva poi al secondo comma:

Il giudice può disporre altresì, ove occorra l’intervento dei servizi sociali del territorio o di un centro di mediazione familiare […]

Ma la mediazione familiare non doveva riguardare solo soggetti altamente risposabili, intenzionati spontaneamente a trovare un accordo per salvaguardare la funzione genitoriale…?

Così la vicenda è proseguita tranquillamente, con una pervicace azione politica tendente a far passare la denominazione di mediazione culturale nei numerosi piccoli aggiustamenti alle norme del Codice Civile e di Procedura Civile promosse in sede legislativa con le motivazioni più fumose. Offrono mediazione familiare i Municipi, le parrocchie (per facilitare il divorzio?...), gruppi di psicologi afferenti a Istituti di terapia familiare, associazioni di avvocati specialisti in diritto di famiglia, con l’assistenza o meno di psicologi.

Non voglio qui sostenere che queste iniziative siano meno che rispettabili: ma solo che a nessuno è chiaro di cosa si stia parlando quando si parla di mediazione familiare — se non che a molti avvocati, psicologi, assistenti sociali, educatori etc., questa denominazione è apparsa e appare come l’apertura di nuove prospettive occupazionali.

Per fare cosa? Con questa confusione (letteralmente: interscambiabilità presunta tra nomi e cose), nessuna domanda reale è stata indagata seriamente: e nessuno si è ancora posto il problema di provare a calcolare quanto il fallimento di una “massa critica” di accordi di mediazione produrrebbe in prosieguo di tempo l’effetto perverso di allungare i tempi dei contenzioso civile anziché abbreviarli. Se mai questa pratica prenderà piede, visto che, se non ha potuto costruire committenza, anche la costruzione di un mandato sociale sembra tuttora di là da venire.

Esempio 4 — “Normalità” = conformismo; se normalità = salute, allora conformismo = salute

In un articolo apparso alcuni anni fa su questa rivista (Grasso & Stampa, 2006)12, si cercava di mostrare come alcuni concetti di uso corrente in psicologia e in psichiatria facciano riferimento a rappresentazioni della “salute mentale” che, nella migliore delle ipotesi, potrebbero definirsi banalizzanti e conformistiche, ma più propriamente sembrano semplicemente puerili — nel senso tecnico dell’espressione, appunto in quanto sottendono una dominanza del pensiero concreto. Così uno psichiatra della NASA, il capitano Perry (1965) selezionatore degli astronauti per le missioni Apollo:

Questo studio ha sottolineato sia l’importanza della salute mentale che i suoi legami con il senso comune. I sette astronauti effettivi non avevano solo curricula lavorativi esemplari, ma erano anche capaci di amare. Tutti provenivano da famiglie intatte e felici di piccole cittadine. Intorno ai trent’anni, tutti si erano sposati e avevano avuto figli. Sebbene fossero avventurosi piloti collaudatori, avevano subito insolitamente pochi incidenti nei loro anni di attività come piloti, e anche nel periodo precedente. Potevano tollerare con facilità sia la stretta collaborazione interdipendente che l’estremo isolamento. Si fidavano degli altri e non si lamentavano in situazioni di disagio. Tolleravano bene sia le emozioni positive che quelle negative. Non essendo particolarmente introspettivi, gli astronauti indugiavano di rado sulle proprie emozioni interiori, ma erano capaci di descriverle se richiesto. Erano consapevoli dei sentimenti degli altri, ed evitavano le difficoltà interpersonali.

Buon per loro. Noi però abbiamo pensato che da Tennessee Williams a Philip Roth, passando per tanta letteratura e tanto cinema americano, l’immagine delle famiglie “intatte e felici” della provincia americana ha subito non pochi scossoni da parte di osservatori forse meno “scientifici”, ma di certo intellettualmente più raffinati del capitano Perry…

* * *

Questo intervento vuole essere il primo di una serie dedicata al medesimo tema di fondo. Perciò:

1. / segue

 

 

Bibliografia

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Note

* Psicologo clinico libero professionista, Roma. Professore incaricato di Psicologia delle organizzazioni e delle istituzioni, Università di Chieti. Torna su

1. Smullyan, R. (1983), 5000 B.C., and Other Philosophical Fantasies. New York: St Martin’s Press— Trad. it. (1987), 5000 avanti Cristo e altre fantasie filosofiche. Bologna: Zanichelli, p. 21. Torna su

2. Jonathan Swift, Gulliver Travels into Several Remote Nations of the World, 1726-27 — Trad. it. Viaggi di Gulliver, Milano: RCS Libri, 1997, pp. 307-308. Torna su

3. Diagnosi di gran moda negli ultimi 20-25 anni, quasi quanto “disturbo borderline”. Mentre quest’ultimo, tuttavia, è stato sostanzialmente una voce-rifugio nella classificazione nosografica, l’altro sembra piuttosto una sineddoche, la speciale metonimia che designa la parte per il tutto: come uno dicesse “febbre” a significare l’influenza, o (come capita in medicina legale) “arresto cardiaco” a significare la causa ultima di un decesso, qualunque ne sia la causa prima. Lo studio della sineddoche nella diagnostica meriterebbe una riflessione ad hoc, che prima o poi mi riprometto di tentare. Un altro caso interessante è rappresentato dai disturbi del comportamento alimentare, normalmente descritti come entità autonome piuttosto che come elementi di un più ampio e complesso quadro isterico, oppure ossessivo, o depressivo, o paranoide, o un mélange di questi…Torna su

4. Passaggio marcato da una considerazione che meriterebbe una rilettura e una meditazione quotidiana da parte degli psicologi, come usava fare Robinson (ispiratore di Swift per i Viaggi) sull’isola deserta aprendo a caso, ogni sera, la sua amata Bibbia: «Et ecce infantia mea olim mortua est, et ego vivo», che tradurrei «Ed ecco che la mia infanzia è da gran tempo scomparsa, e io sono vivo»… Il mio primo supervisore, Claudio Modigliani, disse a un paziente che gli aveva raccontato la propria terribile storia familiare — ubriachezza dei genitori, maltrattamenti, abusi, malattie, lutti… — e che gli domandava, in esordio di analisi, quali risorse con una tale esperienza alle spalle avrebbe mai potuto mettere a disposizione per un cambiamento: «Intanto, vede, Lei è ancora vivo: Le sembra poco?» Evocava una base, quella che Giorgio Agamben (1995) avrebbe chiamato, più di recente, la nuda vita: la base biologica di ciò che per convenzione chiamiamo “esistenza”. Le parole di Agostino sembrano davvero ben adattarsi a qualunque infanzia, a qualunque esordio di analisi che di lì riparta.
Ma si veda ancora: «[…] ita imbecillitas membrorum infantilium innocens est, non animus infantium. Vidi ego expertus sum zelantem parvulum: nondum loquebatur et intuebatur pallidus amaro aspectu conlacteneum suum. Quis hoc ignorat? Espiare se dicunt ista matres atque nutrices nescio quibus remediis. Nisi vero et ista innocentia est, in fonte lactis ubertim manganate atque abundante opis egentissimum et illo adhuc uno alimento vitam ducentem consortem non pati. — […] dunque l’innocenza dei bambini risiede nella fragilità delle membra, non dell’anima. Io ho visto e considerato a lungo un piccino in preda alla gelosia: non parlava ancora e già guardava livido, torvo, il suo compagno di latte. È cosa nota, e le madri e le nutrici pretendono di saper eliminare queste pecche con non so quali rimedi; ma non si può ritenere innocente chi innanzi al fluire del latte dal fonte materno non tollera di condividerlo con altri, che pure ha tanto bisogno di soccorso e che solo con quell’alimento si mantiene in vita» (2000, p. 15) Torna su

5. Et memini hoc. Et unde eloqui didiceram, post adverti. Non enim docebant me majores homines praebentes mihi verba certo aliquo ordine doctrineae sicut paulo post litteras, sed ego ipse mente, quam dedisti mihi, Deus meus, cum gemitibus et vocibus variis membrorum motibus edere vellem sensa cordis mei, ut volutati pareretur, nec valerem quae volebam omni nec quibus volebam omnibus. Prensabam memoria, cum ipsi appellabant rem aliquam et cum secundum eam vocem corpus ad aliquid movebant, videbam, et tenebam hoc ab eis vocari rem illam, quod sonabant, cum eam vollent ostendere. Hoc autem eos velle ex motu corporis aperiebatur tamquam verbis naturalibus omnium gentium, quae fiunt vultu et nutu oculorum ceteroque membrorum actu ac sonitu vocis indicante affectionem animi in petendis, habendis, reciendis fugiendisve rebus. Ita verba in variis sententiiis locis suis posita et crebro audita quorum rerum signa essent paulatim conligebam measque iam voluntates edomito in eis signis ore per haec enuntiabam. Torna su

6. Sacred Emily, 1913; pubblicato nel 1922 in Geography and Plays. Torna su

7. Del primo si segnala soprattutto il classico Language (1933, 1961 [1974]), del secondo Signes, Language, and Behaviour (1946 [1963]). Torna su

8. Giustiniano, Institutiones, libro II, 7, 3. J. Lacan nel suo seminario dell’8 marzo 1977 si trova dentro questo paradosso nel cercare di porre quello che chiama il “reale”, che nel suo pensiero è l’inimmaginabile, l’inattingibile — e dunque ciò che sfugge alla rappresentazione, al linguaggio e alla filosofia, restando semmai opzione territoriale della religione: «Non seulement les "nomina non sunt consequentia rerum", les noms ne sont pas la consequence des choses, mais nous pouvons affirmer le contraire» (Lacan, 1978). A muovere il desiderio, in Lacan, è la "logica della mancanza" sul registro del "reale" si presenta nella forma negativa (qualcosa che non c’é e non può nemmeno essere pensata, ma irrompe come compromesso nel sintomo); è sul registro dell’immaginario che la mancanza si dà la veste positiva del sogno, come qualcosa che c’è, e d è suscettibile di un’interpretazione (per certi versi la esige). Torna su

9. Visto che ormai m’è venuto in mente Lacan, riporto qui per puro divertimento un frammento di una sua conversazione con il giornalista Paolo Caruso (1969, p. 178), pubblicata all’epoca in cui lo psicoanalista francese non era ancora gran che conosciuto, almeno da noi. «Quali sarebbero, secondo Lei, le principali conseguenze di una radicale applicazione della psicoanalisi alla morale oggettiva, alla morale sociale? La chiamo così per distinguerla dalla morale delle intenzioni, del senso di colpa ecc. — Vede, io non credo affatto che la psicoanalisi avrà l’effetto di eliminare la dimensione della colpevolezza. Comunque ci tengo a precisarlo, perché ci sono molte persone che credono che la psicoanalisi libererà l’umanità dalla colpevolezza. La colpevolezza, caro Lei, è la principale protezione contro l’angoscia. E siccome in tal senso funziona benissimo, sarebbe un vero sbaglio rinunciarci». Torna su

10. Lo psichiatra-sociologo televisivo Paolo Crepet ha pubblicato nel 2001 un volume dal titolo Non siamo capaci di ascoltarli, uscito nello stesso periodo in cui avvenne l’efferato pluriomicidio di Novi Ligure, commesso dai giovanissimi Erika e Omar. Il libro fu presentato anche nella cittadina, presenti molti compagni di scuola dei due. Tra i commenti successivi a quell’animatissimo incontro, ricordo quello di un noto giornalista, che cì stigmatizzava il punto di vista di Crepet: d’accordo, non sappiamo ascoltare gli adolescenti; ma questi due cosa avrebbero dovuto fare più di quello che hanno fatto, perché li si possa definire psicopatici? Torna su

11. Ma non solo delle scienze. Il modello lineare sotteso al pensiero concreto inquinava e inquina oggi ancora più che ieri tutte le discipline scolastiche. Ricordo le lezioni di storia dell’arte al liceo, e il libro di testo di cui non faccio menzione per rispetto ad anziani professori ormai certamente defunti. La successione degli stili architettonici: prima il romanico, poi il gotico, poi viene il rinascimento, poi il manierismo, poi il barocco, poi il rococò… Ma che ci fa una chiesa gotica a Milano, costruita nel ‘600? Se ne parlava come di un cantiere nei Promessi sposi che avevamo letto in quinta ginnasio (l’arrivo di Renzo in città, mentre serpeggia la rivolta per la chiusura dei forni). Chiedo spiegazioni alla professoressa, che mi risponde: «non ci badare, il duomo di Milano è un’eccezione». L’eccezione, cominciavo a comprendere malgrado la professoressa, non conferma affatto la regola, come vorrebbe il proverbio: mostra invece che la regola è falsa, o quantomeno debole. Un altro bel problema di sfumature, o meglio di categorie... Torna su

12. Ma si veda anche Grasso & Stampa, 2007 e 2008. Torna su

13. Faremmo torto al lettore non avvezzo ai giochi di parole così frequenti — e fondanti — nella scrittura di Lacan, se lo lasciassimo nel dubbio di trovarsi davanti a un colossale refuso. In francese, come rileva il traduttore di questo testo (p. 9, note 1 e 2), «c’è omofonia fra L’insuccès (l’insuccesso) e L’insu que sait (l’insaputo che [complemento oggetto] sa)»; mentre la seconda omofonia è fra il tedesco unbewusst (inconscio) e il francese une bévue (una svista). Torna su