1.
Sembra che gli psicologi, almeno in Italia1, non siano particolarmente interessati a conoscere le attese che gli “altri” hanno nei confronti della loro professione; poco attenti a conoscere quale sia la domanda sociale, quale la modalità di rappresentazione o se si vuole l’immagine dello psicologo e della sua professione; poco orientati a delineare come queste dimensioni si stratifichino nella cultura entro cui lo psicologo opera professionalmente. Le ricerche realizzate nel recente passato hanno avuto spesso, quale oggetto di studio, la rappresentazione dello psicologo da parte della stessa categoria di psicologi o di studenti di psicologia. Gli “altri”, interpellati sull’immagine dello psicologo sono stati, nella gran maggioranza, insegnanti.
Abbiamo quindi un primo dato: poche ricerche sulla rappresentazione della professione e della figura dello psicologo; pochissime quelle che interpellano gli “altri”, i laici per così dire, la popolazione di un luogo specifico, le persone che si propongono quali potenziali committenti e clienti dello psicologo. Un secondo dato, non meno rilevante; quanto è emerso dalle ricerche effettuate propone, sostanzialmente, una costante nei risultati: l’identificazione della professione psicologica, da parte degli psicologi, con la psicoterapia.
I pochi dati che fanno riferimento alla domanda rivolta agli psicologi, nella popolazione del Lazio (Carli & Salvatore, 2001), della Toscana (Carli, Paniccia & Salvatore, 2004) e, più recentemente, in un campione rappresentativo della popolazione italiana (Summo, 2005) dicono, di contro, che l’attesa è orientata ad una funzione professionale volta all’integrazione delle differenze entro il contesto sociale.
L’offerta psicologica ha a che fare con la psicoterapia. La domanda, con i processi di integrazione.
La psicologia, più e prima che gli psicologi, è vista come una scienza che si occupa di relazioni. Di relazioni, non di individui. Interessante che situazioni tendenzialmente viste come oggetto di interventi individuali (si pensi ai temi degli extracomunitari, degli handicappati, delle devianze violente nei più differenti contesti) vengono associate ad altre situazioni, tradizionalmente oggetto di attenzione sociale (ad esempio, ai temi dello sviluppo entro le organizzazioni di produzione e, soprattutto, di servizio; alla formazione del personale volta a promuovere l’orientamento al cliente). La domanda che si coglie ha, evidentemente, bisogno di uno sviluppo di competenza da parte degli psicologi; di una risposta coerente da parte delle istituzioni preposte alla formazione degli psicologi stessi.
Qui è utile una integrazione al dato delle ricerche sull’interesse degli psicologi per la psicoterapia. Indagini effettuate dalla cattedra di Psicologia Clinica della Facoltà di Psicologia 1, Roma “La Sapienza”, entro la popolazione degli psicologi di Arezzo nel 1999, e di tre Asl del Lazio (1998 -2004)2, evidenziano un dato interessante. Gli psicologi che lavorano nell’ambito del servizio sanitario nazionale sembrano, prevalentemente e prioritariamente, interessati a far parte e fruire di solidi sistemi di appartenenza. L’interesse per la psicoterapia si può definire come ciò che consegue alla creazione dell’appartenenza. L’orientamento alla relazione, per gli psicologi di cui stiamo parlando, sembra prevalentemente autoriferito. Si tratta di un interesse al rapporto tra psicologi e fa riferimento al mandato sociale, quale prevalente contenitore ed organizzatore del rapporto con il cliente. Si può allora capire perché molti psicologi, preoccupati di istituire sistemi di appartenenza, non possano che orientare il proprio interesse alla psicoterapia ed alle appartenenze che, sovente anche se non necessariamente, la psicoterapia non solo offre ma prescrive. Tempo fa si è capito che non si poteva affrontare il mondo interno degli altri, senza aver capito il proprio; oggi sembra porsi un altro problema: non si può aiutare gli altri ad avere rapporto con il contesto, senza aver acquisito competenze emozionali in proposito, con specifico riferimento alle proprie relazioni, certamente non solo familiari, ma civiche e professionali.
Questo apre al grande tema della formazione degli psicologi all’università e negli studi post universitari. Si tratta di contesti entro i quali gli psicologi sperimentano rapporti intensi, clinicamente rilevanti, fortemente influenzanti il processo di apprendimento e costituivi dell’apprendimento stesso. C’è da chiedersi: quanto l’apprendimento psicologico riguarda queste relazioni con il contesto? Quanto queste relazioni diventano oggetto di analisi per lo sviluppo della competenza psicologica, o quanto restano fuori dall’apprendimento e dalla formazione? Diventando luogo di agiti spesso violenti e fonte di dipendenza reattiva (idealizzante e/o rabbiosa) o di anomia. Ad esempio, fonte di una sfiducia radicale e diffidente nei confronti dell’ipotesi che si possa intervenire sui problemi in base ai quali gli “altri”, partecipanti alle nostre ricerche, interpellano gli psicologi. Pensiamo alla rilevante questione del rapporto con il potere; che spesso, per gli psicologi non approfonditamente formati a questo, è un ubi maior rispetto al quale non si può che inchinarsi (minor cessat). Eppure gli “altri” li stanno interpellando anche e soprattutto su questo.
2.
Due sono le strade tracciate nel processo di integrazione della diversità: quella proposta dalla cultura anglosassone da un lato, quella seguita dalla cultura francese dall’altro.
La via anglosassone è solitamente indicata come strategia della tolleranza: prevede che le singole comunità, pur ispirate da ideologie e regole differenti, si possano autogestire in completa autonomia entro il più ampio sistema sociale; con proprie rappresentanze che si facciano garanti del rispetto delle regole che governano la convivenza tra gruppi. Ciascuno è padrone in casa sua, ma deve esserci una garanzia delle regole condominiali.
La via francese, di contro, è la via della laicità. A tutti i soggetti della vita sociale, quali siano le loro differenze, è garantito un ugual diritto ad essere riconosciuti, a veder garantita la libertà di pensiero e d’associazione, la cittadinanza; ma il patto sociale prevede la rinuncia ad un’imposizione delle proprie idee sugli altri, ed è imperativa l’accettazione della legge comune.
Questo dibattito sull’integrazione della diversità e sulle regole del gioco entro la convivenza, ha confini ben più ampi di quelli segnati dall’immigrazione entro i paesi occidentali. Concerne direttamente, ed è su questo che si intende motivare l’attenzione dei lettori, la convivenza di modelli, pratiche ed ideologie della psicologia clinica e della psicoterapia.
Siamo propensi alla tolleranza, o preferiamo percorrere la strada della laicità? E’ un interrogativo rilevante, se pensiamo alla psicologia quale scienza che si occupa di convivenza e che intende intervenire sui problemi posti dalla convivenza.
Pensiamo che la difesa della laicità non sia un’ideologia come le altre, passibile di discussione e di posizioni contraddittorie. Come affermano Laoukili e Diet (2005) “Quanto dobbiamo comprendere è che la laicità, se intesa quale violenza simbolica primaria, si propone come fondatrice, quale valore e quale principio, di un contratto narcisistico sociale che permette la singolarità soggettiva e sostiene la cittadinanza ed il legame trans - soggettivo. Essa consente, in quanto garanzia offerta a tutti i soggetti dotati di potere, in particolare grazie alla scuola, di sfuggire al predominio potenzialmente totalitario del gruppo d’appartenenza primario, e di scegliere i gruppi d’appartenenza secondari; gruppi che, nelle loro credenze e nelle loro pratiche sembreranno meritarsi tale investimento e permettere ai soggetti stessi lo sviluppo del pensiero e dell’autonomia soggettiva” (p. 8).
La laicità, a ben vedere, rappresenta la garanzia valoriale del rispetto di quelle regole del gioco che presiedono alla convivenza. Se pensiamo alla psicologia clinica come ad una scienza che si occupa di convivenza e che intende intervenire sui problemi della convivenza, si può comprendere l’importanza della laicità per gli psicologi clinici. In tal senso si può riformulare anche la nozione di intelligenza: nozione che, nell’ottica qui proposta, può essere definita quale competenza a convivere ed a facilitare lo sviluppo dei sistemi di convivenza.
Oggi sembra prevalere la tolleranza, nell’ipotesi che c’è spazio per tutti e per tutti i modelli di convivenza; che basta ben poco per accettare e tollerare i modi di convivenza che le varie egemonie scientifiche, religiose, culturali, politiche o economiche vogliono imporre. E basta poco per una loro giustificazione, per poter avallare la violenza implicita in tali modi della convivenza, imposti su basi culturali, della tradizione. Ciò che la tolleranza non consente è lo sviluppo. Ciò che la tolleranza avalla, è la perpetuazione dello status quo.
Una riflessione sulla laicità, sui valori che fondano la convivenza laica, è un obiettivo che la Rivista di Psicologia Clinica intende perseguire. Un dibattito sulla laicità della Psicologia Clinica è quanto la rivista intende promuovere.
Bibliografia
Carli, R., & Salvatore, S. (2001). L’immagine della psicologia. Una ricerca sulla popolazione del Lazio. Roma: Kappa.
Carli, R., Paniccia, R.M., & Salvatore, S. (2004). Lo psicologo nella cultura locale della regione Toscana, Firenze: Ordine degli Psicologi della Toscana (supplemento a Psicologia Toscana).
Laoukili, A., & Diet, E. (2005). Éditorial. La laïcité et l’intégration, deux impératifs à défendre. Connexions, 83, 7-12.
Summo, B. (2005). L’immagine dello psicologo in un campione rappresentativo della popolazione italiana. Tesi di dottorato, Università “La Sapienza” di Roma, Italia.
Note
1. Solo recentemente l’Ordine Nazionale degli Psicologi ha istituito un Osservatorio sulla professione psicologica ove un gruppo di esperti è stato invitato a proporre ricerche ed iniziative in merito. Torna su
2. Queste ricerche non sono ancora state oggetto di pubblicazione. Torna su
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