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Il resoconto psicologico-clinico: temi e questioni per un confronto con la scrittura in ambito sociologico e antropologico
di Silvia Potì *

1. La scrittura delle scienze dell’uomo

1.1 Il “ modello antropomorfico dell’uomo”

La possibilità di utilizzare il linguaggio ha permesso all’uomo di scrivere commenti e resoconti sulle proprie azioni o sui propri progetti, dando origine ad un proliferare di diari, lettere, biografie e autobiografie.
Pensiamo alla produzione memorialistica dei grandi personaggi, condottieri, re o eroi, ma anche, con il passare del tempo e lo svilupparsi dei mezzi di comunicazione, alle biografie di persone comuni, che raccontano la singolarità e l’autonomia del proprio vissuto, in un’ottica spesso individualista.
Varie componenti, di cultura e di pensiero, hanno contribuito all’acuirsi dell’attenzione da parte dell’individuo sul tempo dell’esistenza e sulla quotidianità. Un moltiplicarsi di biografie, autobiografie e memoriali, che hanno l’intento di unire il piacere dell’affabulazione al senso di una comune appartenenza e identità. 
Con la moderna tecnologia sono intervenuti altri mezzi nel raccontare: dal registratore, alle interviste, a collage di documenti e scritti, a veloci messaggi informatici. Si è creato una sorta di laboratorio aperto…“La facilità della comunicazione tecnologica e la trasformazione in atto dei modelli culturali di cui fa parte la messa in pubblico del vissuto hanno fatto scomparire l’uso della corrispondenza e della memorialistica a carattere privato” (Ceserani & De Federicis, 1988, p. VI). 
Oggi, inoltre, abbiamo rifiutato quella concezione ingenua per cui con la scrittura pensavamo di aderire alla realtà che racconta. “Nel momento in cui la conoscenza di sé e del mondo accetta di presentarsi sotto forma di narrazione, ne accetta anche le caratteristiche di parzialità e di relatività” (Ceserani & De Federicis, 1988, p. v). Si tratta di una “finzione”, nel senso etimologico: una costruzione di realtà con valenze simboliche, in cui il significante non è il significato. Le stesse parole sono dotate di una doppia referenza, secondo la teoria di F. Fornari (1976; 1979), e veicolano, oltre al significato intenzionale, anche uno emozionale, inconscio, condiviso simbolicamente dagli attori che condividono lo stesso contesto (Carli, 1987).
La scrittura, sia che il destinatario sia il grande pubblico che un intimo interlocutore, è considerata comunque un atto sociale.
Harrè e Secord (1972) hanno proposto un modello antropomorfico dell’uomo in alternativa ad un modello positivista meccanicista, in grado di rendere conto della maggiore complessità dei processi umani. L’uomo ha infatti come caratteristica non solo quella di essere un soggetto agente ma anche una persona che osserva, progetta, critica, ripensa alla sua storia. Scrive Duranti: “Il linguaggio, quindi, non serve solo per descrivere il mondo, ma anche per cambiarlo […]quando raccontiamo una storia, un aneddoto, o perfino una barzelletta, oltre a trasmettere delle informazioni sugli eventi, forniamo anche una prospettiva, suggeriamo interpretazioni” (1992, p. 16).
Harrè e Secord (1972) nel loro modello propongono dunque l’idea di uomo come soggetto agente che osserva, progetta, critica. Agisce ed interagisce guidato da scopi consapevoli e non, che regolano il comportamento consentendone il controllo, la modifica e l’adattamento all’ambiente; sviluppa una serie di capacità, quali la decodifica delle aspettative degli altri, il confronto delle immagini di se stesso con le norme sociali, e apprende categorie che gli consentono di ricomporre coerentemente queste esperienze nei propri resoconti.
Il resoconto, quindi, viene concepito come strumento che consente di conoscere il comportamento dell’uomo, l’agire e l’interagire delle persone1. Attraverso il linguaggio parliamo, commentiamo, facciamo resoconti, piani, anticipazioni, progettiamo. Restiamo dentro e fuori la scena. Harrè e Secord affermano inoltre che nei commenti diventano chiari i nostri piani e scopi e che possiamo controllare quindi anche il controllo, attraverso una “consapevolezza della consapevolezza” che guida e corregge il controllo.
Il controllo alla terza ci viene invece dal riscontro fornito dagli altri.

1.2 La costruzione di rapporti di ricerca nelle scienze sociali

“La ‘fameuse’ angoisse devant la page banche touche aussi le chercheur2: inizia così un articolo di Martyne Pierrot e Martin de la Soudière su un numero della rivista Communications dedicato alla scrittura delle scienze dell’uomo (1994, p. 5). La scrittura “pubblica”, formata da articoli, comunicazioni, rapporti di ricerca, libri, rappresenta per il ricercatore in scienze sociali un momento importante del proprio lavoro, fondante la sua stessa identità professionale. La questione della scrittura è legata anche alla storia delle scienze umane e all’identità stessa di ciascuna di essa. Se si suppone, infatti, seguendo il pensiero di alcuni studiosi, che le scienze umane siano un’apparecchiatura teorica che organizza solo un insieme di dati, la scrittura non sarà allora altro che ciò che Roland Barthes, sempre su Communications, definì come una vaga operazione finale, rapidamente portata a termine grazie a qualche tecnica d’espressione appresa al liceo, il cui solo sforzo sarà di sottomettersi ai codici del genere (chiarezza, rispetto delle leggi del ragionamento), sprofondando così nell’illusione che la ricerca si espone ma non si scrive (Barthes, 1972).
In un resoconto si alternano gli intertesti (IT) e ciò che va fuori il testo (HI), ciò che viene in altre parole lasciato da parte nella fase di transizione della redazione. È possibile ricostruire i dispositivi IT/HI nei taccuini o journeaux de recherche di Malinowski, Margaret Mead, Ferenzci, Wittgenstein, come ha tentato di fare Lourau (1994). Se si considera la scrittura del resoconto come parte integrante dell’analisi e della raccolta dati, si possono individuare quindi una serie di fasi intermedie indipendenti ma anche collegate al rapporto di ricerca finale, che consistono in appunti del ricercatore, osservazioni personali, memo, riferimenti bibliografici. La scrittura diaristica come “cantiere” della ricerca reintroduce la dimensione nascosta di quest’ultima, ossia  la temporalità del processo, la continuità del lavoro, a fronte di una relazione incentrata sull’esito. Una scrittura che avviene dunque nel tempo ma anche all’interno di un contesto. 
A questo proposito riportiamo un aneddoto di D. Percheron3 il quale, dovendo redigere un resoconto di un film di Roberto Rossellini per un giornale, aveva piuttosto cercato di riportare ciò che più aveva colpito il suo sguardo nel film, e probabilmente, si dice l’autore, non solo il suo. “Je crus donc bon d’écrire que “cette petite chose avait accroché mon regard”. J’aurais du me douter que ce n’était pas le genre de la maison. J’aurais du, de moi-même, rédiger plus neutre, y aller d’un « le regard », comme ce fut imprimé. Ou peut-être aurais-je du appeler le journal pour bien leur expliquer que « hein, attention, si j’ai mis mon, ce n’est pas par hasard » (1994, pp. 119-120) 4.
Il rapporto con la committenza e la comprensione di quello che D. Percheron chiama “l’esprit maison” hanno a che fare con la domanda dei lettori, all’interno del “sacro campo” della pubblicazione (Percheron, 1994).
Il domandarsi a chi si scrive un resoconto e perché, dunque chi sono i destinatari, qual è l’obiettivo, ma anche il contesto del resoconto, richiama alla mente le questioni della chiarezza della scrittura di un articolo scientifico e l’eterno scarto tra il dire e il voler dire. Percheron a tal proposito mette l’accento sulla prosa e sul continuo lavoro di revisione finale di un articolo o di un resoconto da pubblicare, che arriverà infine alla stampante- o su internet- con l’illusione di aver raggiunto finalmente il prodotto finito. A quel punto ogni imprecisione, ogni errore verrà ignorato o perdonato. Perché si possa dire...“un texte existe, je l’ai rencontré dans une bibliographie”5 (p. 126).
Lo stile del resoconto o del rapporto di ricerca, il linguaggio, il tempo dei verbi, la chiarezza espositiva, la ripetizione delle informazioni sono tutti accorgimenti segnalati anche da Banister (1994) e ripresi da Cicognani (2002). Presentare i risultati di una ricerca alla comunità scientifica pone dunque alcuni problemi, essendo quelli formali strettamente connessi a quelli contenutistici.
Se la ricerca etnografica si è da subito posta il problema della resocontazione dei risultati e dei processi, risolvendo la questione con l’elaborazione di modelli e stili di scrittura “etnografici” che spesso sconfinano nei generi letterari (Ricolfi, 1997), non sempre questa riflessione ha accompagnato il resto della ricerca scientifica nelle scienze sociali.
“La stesura di un rapporto di ricerca, nel caso di ricerche qualitative, segue in buona parte le convenzioni che guidano la scrittura di un qualunque resoconto di indagine scientifica, anche se alcuni aspetti sono più specifici. Il modello più tipico che si può considerare è l’articolo destinato a riviste scientifiche. Occorre ricordare però che metodi diversi di ricerca qualitativa (ad esempio etnografia, grounded theory, storie di vita e ricerca narrativa, analisi della conversazione, analisi del discorso, analisi del contenuto) richiedono stili di scrittura un po’ differenti (rispetto ai quali sono state fornite indicazioni puntuali in letteratura, cfr. ad esempio Strauss, Corbin, 1990) e che, nel caso di pubblicazione in rivista, vanno considerate anche le preferenze di queste ultime (ad esempio le riviste principali di psicologia richiedono il rispetto di criteri standard, prevalentemente “oggettivi”, validi per tutti gli altri tipi di ricerca, mentre quelle dell’area “qualitativa” lasciano in genere margini di discrezionalità più ampia circa lo stile di presentazione, contemplando anche l’adozione di stili più “narrativi” ed un intervento più personale e creativo del ricercatore) e il pubblico al quale l’articolo è destinato” (Cicognani, 2002, pp. 114-115).
Il resoconto di una ricerca, inoltre, secondo quanto sottolinea Cicognani (2002), varia a seconda dell’impostazione teorica e dei metodi utilizzati. Ci sembra un’informazione fondamentale, collegata agli scopi del resoconto ma anche agli obiettivi che si vogliono raggiungere con la ricerca stessa. 
La scrittura è dunque (Banister, 1994; Cicognani, 2002) un’attività che richiede un tempo di elaborazione ed una riflessione sui destinatari, il contesto di resocontazione, lo stile, l’obiettivo.

1.3 Verifica, soggettività vs oggettività/generalizzabilità e scopi del resoconto

La stesura di un resoconto della propria ricerca per la comunità scientifica richiama inevitabilmente la questione della verifica della ricerca.
Mentre nell’ambito delle scienze positiviste i criteri di validità sono fissati a  validità interna (che riguarda, lo ricordiamo, la dimostrazione delle relazioni causali ipotizzate tra fenomeni), esterna (la possibilità di generalizzare i risultati a persone, contesti, situazioni diverse) e attendibilità (l’eventualità che gli strumenti usati misurino adeguatamente il fenomeno studiato), “molti ricercatori hanno in realtà sostenuto l’inadeguatezza dei criteri tradizionali per valutare le ricerche qualitative, perché essi non tengono conto delle peculiarità del processo6di ricerca qualitativa e non sono coerenti con le premesse epistemologiche su cui i diversi approcci qualitativi si fondano” (Cicognani, 2002, pp. 118-119).  Nel tentativo quindi di rivendicare un ruolo più significativo alla ricerca qualitativa, fin dalla metà degli anni ’80 alcuni autori hanno tentato di elaborare criteri di validità specifici nell’ambito di alcuni approcci qualitativi (ad esempio per la grounded theory cfr. Henwood & Pidgeon, 1992; per la ricerca narrativa cfr. Lieblich et al, 1998). Altri invece, come coloro che si riconoscono nel paradigma costruttivista, mettono in crisi la possibilità di adottare criteri definiti e stabili e privilegiano criteri flessibili legati alle più ampie caratteristiche specifiche di ogni ricerca: l’ottica costruttivista sottolinea come anche nel caso della formulazione del resoconto si tratti sempre di una co-costruzione tra assessed e assessing people, che fonda la conoscenza (Westmeyer, 2003). A ciò si lega la secolare questione che divide scienze nomotetiche da una parte e scienze idiografiche dall’altra.
“Il problema della trasferibilità (o generalizzabilità) dei dati- scrive Cicognani- è uno dei nodi più spinosi della ricerca qualitativa, perché la sua focalizzazione prevalente su contesti e situazioni specifiche e su casi particolari e unici rende quasi impossibile stabilire se i risultati sono validi indipendentemente dal contesto in cui sono stati raccolti” (2002, p. 121).
Le questioni concernenti la standardizzazione delle procedure, la generalizzabilità dei risultati, la validità delle interpretazioni, la replicabilità della ricerca sono connesse all’uso dei resoconti. La questione dell’oggettività e della soggettività del rapporto di ricerca e del resoconto in generale è una delle prime che si pone all’attenzione del ricercatore. In sostanza, si può affermare che è ancora dominante un approccio alla formulazione e alla resocontazione del caso clinico di tipo psicometrico o diagnostico alla ricerca di oggettività (Bell, 1992; Westmeyer 2003a; 2003b).
Vi è certo una differenza tra il resoconto di dati statistici e ad esempio il resoconto di ciò che succede in ambito psicoanalitico. Liotta (1995) a questo proposito insiste sull’esigenza di usare cautela nel trarre conclusioni e nello sviluppare un sistema tecnico che imbriglia il processo analitico nella raccolta verbale del materiale delle sedute come se fosse la verità, nell’utilizzo della parola del paziente o dell’analista come dato oggettivo. L’attenzione si sposta verso l’unicità della relazione, i dubbi, le ipotesi da verificare piuttosto che verso la replicabilità e la generalizzabilità dei risultati. Possiamo affermare che in ambito psicoanalitico questa ricerca di oggettività fa da sfondo ad una soggettività estrema del materiale di lavoro. In relazione a questo l’oggettività e l’attendibilità del racconto sembrano diventare aspetti importanti in ragione del fatto che l’evento psicoanalitico originario non può essere osservato direttamente.
Vari autori si sono interrogati ed espressi circa la validità del racconto clinico. A questo proposito, Merendino (1984) propone di considerare il testo del racconto clinico come documento pubblico. Il racconto-testo assumerebbe una funzione mediatrice tra l’esperienza psicoanalitica dentro il setting e l’operazione di elaborazione teorica e di verifica fuori dal setting. Esso viene proposto come elemento che informa e costruisce una rete di significanti e significati, con valore di conoscenza. Merendino ribadisce il valore del racconto clinico come documento pubblico che consentirebbe di verificare o confutare la teoria tratta dall’esperienza in esso descritta e di costruire un discorso scientifico. Gori (1990) afferma tuttavia che nessun resoconto è in grado di riprodurre la ricchezza gli eventi emotivi vissuti nell’esperienza analitica.
Nell’ambito della ricerca ci si è dunque posti il problema di come raccogliere e portare fuori dalla stanza di analisi i dati relativi ai colloqui clinici. Spesso la risposta che ci si è data è quella della registrazione audio come metodo utile per fare ricerca, ma anche per discutere dei casi in supervisione. La questione della registrazione dei dati è fortemente connessa alla prima questione trattata, quella della verifica, e alla correlazione dunque tra processo ed esito terapeutico. Il ricorso alla tecnologia per la resocontazione dei casi clinici sembra proporne un uso frammentato e parcellizzato e, se fatto con intenti di ricercare un’oggettività, potrebbe far perdere il ricco materiale che può essere tratto da una riflessione sulla dimensione relazionale e sul processo.
Le questioni finora trattate sono strettamente legate agli scopi del resoconto nel contesto dell’intervento e del processo di conoscenza; le domande che sembrano interessanti a questo proposito sono: quale uso se ne fa? Chi sono i destinatari? Quali sono le parti alluse o esplorate? Quali modelli culturali veicola? Quanto si tiene conto del processo istituente la relazione?

2. Il resoconto nella prassi dell’antropologo, dell’etnografo e del sociologo

2.1 La resocontazione in ambito antropologico ed etnografico: l’uso del taccuino

Un utilizzo molto diffuso del resoconto si riscontra nella ricerca antropologico-etnografica.
Tra il XIX° e il XX° secolo nasce all’interno di tale contesto la tecnica dell’osservazione partecipante. Fu l’antropologo Malinowski, nell’Introduzione ad argonauti del Pacifico occidentale, definito il libro di genesi dell’antropologia moderna (Van Maanen, 1988), a codificare questa tecnica, mettendo in crisi il modello tradizionale dell’antropologia ottocentesca che vedeva i nativi come selvaggi primitivi da educare alla civiltà occidentale7.
Con la scomparsa delle società primitive l’antropologia ha spostato i suoi interessi verso lo studio delle società moderne, mettendo a fuoco specifiche aree sociali e culturali: si pensi allo sviluppo dell’antropologia urbana, dell’antropologia della medicina, alla sociologia autobiografica, agli studi di comunità o agli studi di subculture, i cui oggetti sono la marginalità sociale, l’immigrazione o l’urbanizzazione (Corbetta, 1999). Ma si pensi anche all’uso dell’osservazione partecipante all’interno al filone della cosiddetta “etnografia organizzativa”, che mira ad un’analisi delle organizzazioni intese come culture, siano essere istituzioni sanitarie o politiche8.
La tecnica dell’osservazione partecipante è caratterizzata da un coinvolgimento diretto del ricercatore con l’oggetto studiato. Il ricercatore, oltre che guardare e ascoltare, deve partecipare alla vita dei soggetti studiati, al fine di sviluppare una visione “dal di dentro”, in una prospettiva “emica” (che descriva come funzionano le interazioni, utilizzando le categorie di significato usate dai partecipanti), piuttosto che “etica” (che utilizzi categorizzazioni costruite a priori dal ricercatore stesso). Tale visione “dal di dentro”, che permette al ricercatore di immergersi nel contesto sociale che vuole studiare e vivere come e con le persone oggetto del suo studio, condividendone la quotidianità e scoprendone le credenze, le concezioni del mondo, le motivazioni all’agire, è secondo gli antropologi il presupposto della comprensione e si alterna ad una distanza e ad una condizione di estraneità che caratterizza il lavoro antropologico (Corbetta, 1999). L’equilibrio in questo processo di coinvolgimento è tra due casi estremi che Davis (1973) ha chiamato del marziano e del convertito, i quali costituiscono gli opposti del continuo dilemma tra coinvolgimento e distacco9.
Il modello di comunicazione che sostanzia il processo di conoscenza è un modello “dinamico”, in cui la comunicazione non solo serve a descrivere la realtà ma anche a costruirla e a cambiarla, ad offrire una prospettiva nuova e suggerire interpretazioni. Qual è l’obiettivo che si intende raggiungere con una ricerca etnografica? “L’interesse dell’etnografo di interpretare non è diverso da quello dei nativi, ma cambia la coscienza del processo interpretativo e la volontà di renderlo esplicito, per cogliere elementi utili al discorso conoscitivo dei comportamenti umani” (Duranti, 1992, p.25).
La ricerca di impostazione etnografica è, come la definisce Corbetta, un “incontro di culture” (1999, p. 371): ecco che si pone dunque il problema dell’esplicitazione o meno del ruolo dell’osservatore. Il fatto è che l’essere umano, se sa di essere osservato, potrebbe comportarsi in maniera diversa da come si comporterebbe abitualmente. Labov (1972) ha definito questa condizione come il “paradosso dell’osservatore”, sostenendo che il lavoro antropologico vorrebbe osservare come la gente si comporta quando non viene osservata. Che fare? Celare la propria identità e comportarsi con l’inganno? Scrive Corbetta: “Ci sono tuttavia forti controindicazioni in proposito. La prima è di carattere morale” (1999, p. 376). Dello stesso avviso è il sociologo F. Dubet (1994). Altre volte si può risolvere il problema non con l’inganno quanto piuttosto l’omissione, ossia la non esplicitazione del proprio ruolo di ricercatore.
L’incontro tra culture, dunque, non si presenta come questione semplice. “Una volta scelto il caso da studiare e stabilita la modalità di osservazione (dissimulata o palese), il primo problema che il ricercatore si trova ad affrontare è rappresentato dall’“accesso”. La conquista dell’accesso all’ambiente studiato rappresenta probabilmente uno dei passaggi più difficili dell’osservazione partecipante. Patton (1990, p.250) dice che i resoconti dei ricercatori a questo proposito gli fanno venire in mente Il castello di Kafka, quando il protagonista, indicato con la sola iniziale K. senza altre identità, girovaga attorno al castello: vuole diventare parte di quel mondo, ma qualsiasi sforzo per entrare in contatto con le invisibili autorità che ne regolano l’accesso provoca solo frustrazione ed ansia. Immagina che ci siano delle regole per entrare, ma non le trova. Egli dubita di se stesso, entra in crisi e si colpevolizza per le sue incapacità” (Corbetta, 1999, pp. 377-378). Corbetta sostiene che mentre il protagonista di Kafka non riuscì mai a entrare nel castello, l’osservatore partecipante di solito riesce a guadagnare l’accesso al campo studiato, anche se il problema non è mai semplice, richiedendo a volte l’intervento dei cosiddetti “mediatori culturali”: il ricercatore ricorre alla credibilità e al prestigio di uno dei membri del gruppo per legittimare la sua osservazione e farsi accettare dal gruppo. Altra figura interessante è costituita dagli “informatori”, individui appartenenti alla comunità che l’osservatore utilizza per acquisire informazioni e che instaurano così rapporti privilegiati con il ricercatore. Elementi centrali del lavoro dell’antropologo sono dunque la raccolta dei dati e delle informazioni.
Uno strumento prezioso di cui si serve a questo scopo è il taccuino, la stesura di appunti fatta giorno per giorno, un giornale di bordo in cui é riportato attentamente e con ricchezza di particolari e di riflessioni personali tutto quanto il ricercatore abbia osservato nel corso della giornata. Nell’osservazione partecipante, propria della ricerca sul campo, il taccuino è dunque uno strumento importante in quanto permette di annotare tutte le esperienze significative, fornendo un resoconto di usi, costumi e credenze locali10.
La stesura delle note sul taccuino è parte integrante dell’osservazione partecipante. La metodologia della ricerca sociale implica un’osservazione ed una trascrizione attenta e sistematica del materiale, selezionandolo “ad imbuto”, per arrivare ad una “descrizione densa”, come la definisce C. Geertz (1973), arricchita di significati e interpretazioni, composta da descrizioni dei fatti, riflessioni teoriche, resoconti, materiale dei nativi e del ricercatore.
Il passaggio dunque dal terreno al testo, che avviene attraverso il linguaggio, rappresenta un lavoro di costruzione. Il terreno, in questo senso, non è un’entità a sé stante, che esiste al di fuori di chi vi partecipa: il lavoro antropologico comporta infatti un lavoro simbolico di costruzione di senso in un ambito di interazione discorsiva e di negoziazione di punti di vista tra antropologo e soggetti studiati. In questo senso, la conoscenza antropologica è il risultato di un processo dialogico, di un lavoro simbolico a due o più voci. Come scrive Kilani (2004):
«Au temps de terrain succède le temps de l’écriture, la finalité du travail de l’anthropologue étant en effet de fournir un texte élaboré à travers le quel il communique à un lecteur potentiel, généralement un collègue (mais pas seulement) son expérience de la connaissance des membres de la société dans la quelle il a vécu » (p. 45) 11. Ancora « Le texte plutôt que la culture devient ainsi l’objet de connaissance. C’est pourquoi en anthropologie on utilise de plus en plus l’analogie de la « culture comme texte » (Geertz, 1973) » (p. 57) 12.
La costruzione del testo antropologico comincia, come abbiamo detto, sul terreno, e per mettere in forma la conoscenza si serve di commentari descrittivi, metafore, modelli. Il terreno in questo senso è una versione della realtà sociale inseparabile dalla rappresentazione testuale. E’ possibile quindi tradurre il termine etnografia come “scrittura di una cultura” (Atkinson, 1992). Il ruolo dell’etnologo è dunque quello di decifrare (construct a reading of) (Geertz, 1983).
“Le note etnografiche rappresentano la prima formalizzazione dell’incontro tra due culture, quella studiante e quella studiata: di ciò il ricercatore deve essere consapevole, e questa consapevolezza deve orientare il suo stesso modo di stendere le note e di organizzare il materiale osservato” (Corbetta, 1999, p. 386). Si legge in Lofland e Lofland, 1995: “il resoconto giornaliero è, in senso pieno e reale, il “dato”, e ciò significa che i dati non sono costituiti dai ricordi del ricercatore […]. Essi consistono piuttosto in ciò che è stato giornalmente registrato” (pp. 67 e 89). La stesura delle note nasce dall’interazione tra osservatore e realtà osservata, la cui redazione avverrà il prima possibile per non correre il rischio della “perdita” delle informazioni. La cosiddetta “pratique de l’agenda” rappresenta quel livello di scrittura intermedia che prelude il passaggio da un uso privato dello scritto ad uno pubblico (Achard, 1994). Alla stesura di queste note verranno assemblate altre parti che costituiranno il resoconto etnografico finale.
La stesura del resoconto si compone di più fasi: la prima è costruita dalla descrizione; il passaggio successivo è quello della classificazione di ricorrenze e similitudini, infine si passa ad individuare le dimensioni della tipologia, ossia alla costruzione di una struttura concettuale della classificazione, che permetta di individuare le caratteristiche che rendono i tipi differenti tra loro. Infine, vi è l’individuazione di ciò che Spradley (1980, p. 140) definisce i temi culturali che attraversano la società studiata, le linee generali, i principi che danno senso al tutto. Un aspetto interessante che arricchisce le interpretazioni del ricercatore è dato dalle interpretazioni dei soggetti studiati, che possono emergere da frasi ascoltate, conversazioni informali. Scrivono Hammersley e Atkinson (1983, p. 126): “i resoconti prodotti dalle persone studiate devono essere trattati nella stessa identica maniera di quelli prodotti dal ricercatore”.
Il resoconto dunque è costituito da una descrizione dettagliata e particolareggiata di fatti, di luoghi, di persone, ma anche da impressioni, reazioni, da una riflessione teorica e l’interpretazione del ricercatore riguardo questi avvenimenti. Anche la più oggettiva delle descrizioni non può non risentire della specifica angolatura culturale di chi descrive (Geertz, 1973). L’interpretazione del ricercatore in genere sarà composta da due parti: riflessioni teoriche e reazioni emotive. La prima è direttamente legata alla finalità primaria dell’osservazione e rappresenta un primo sforzo riflessivo finalizzato ad accumulare materiale e spunti – che, se non fissati immediatamente, andrebbero in buona parte perduti- i quali verranno poi amalgamati nel rapporto finale.
“Ma anche la seconda componente, quella dei sentimenti del ricercatore, non va trascurata. L’osservazione partecipante richiede un coinvolgimento del ricercatore che va oltre il puro impegno intellettuale: anzi, sappiamo come la partecipazione emotiva sia uno dei tramiti della comprensione. L’esplicazione e la registrazione dei propri sentimenti, quindi, rappresenta non solo una forma di autoanalisi per il controllo di sé nel corso del lavoro sul campo, ma anche una documentazione utile per una ricostruzione a posteriori della dinamica che si è venuta creando tra osservatore e osservati, attraverso una rilettura critica dei dati raccolti, anche al fine di individuare possibili distorsioni generate dalle emozioni del ricercatore” (Corbetta, 1999, pp. 386-387).
Il lavoro dell’antropologo consiste quindi nello scrivere e descrivere scene di vita quotidiana, situazioni culturali tipiche, produrre resoconti di azioni e avvenimenti al fine di rendere una cultura intelligibile per lettori lontani. Si tratta di una modalità di rappresentazione culturalmente e storicamente determinata, che si avvale di convenzioni narrative e che segue lo stile dei romanzi. Dalle note del taccuino si passa in sintesi ad una socializzazione del lavoro di ricerca13.
Per quanto riguarda lo stile di scrittura dei resoconti di ricerche condotte con l’osservazione partecipante, in genere si tratta di un modo di scrivere riflessivo e narrativo. Riflessivo nel senso che il ricercatore è parte del mondo che si sta studiando, e dunque non potrà redigere note neutre e impersonali. Lo stile di scrittura sarà legato alla personalità e alla cultura del ricercatore, diversamente dall’inchiesta campionaria, tipica ad esempio della ricerca quantitativa. La ragione del carattere riflessivo del resoconto sta nel tempo in cui la sua scrittura si sviluppa: la scrittura del rapporto etnografico infatti non viene realizzata alla fine, come fase ultima e separata dal momento della ricerca, dopo la raccolta e l’analisi dei dati, come avviene ancora una volta nella ricerca quantitativa. Si tratta piuttosto di una scrittura che si sviluppa nel corso dell’osservazione stessa, attraverso la stesura di note e appunti personali del ricercatore. “Da qui il coinvolgimento del ricercatore anche nella scrittura, con le emozioni e le reazioni personali che diventano parte viva del racconto” (Corbetta, 1999, p. 393)14. Il prodotto finale deriva in parte dall’unione di questi testi. Nel resoconto conclusivo della ricerca compaiono spesso un’appendice autobiografica nella quale il ricercatore racconta il suo personale itinerario di lavoro, l’origine della ricerca, l’individuazione dello specifico caso studiato, l’accesso e l’accettazione del gruppo, i mediatori culturali, gli informatori, gli sviluppi della riflessione teorica, i cambiamenti di prospettiva, le sue reazioni emotive, le difficoltà incontrate. I lettori sono soprattutto gli altri membri della comunità scientifica, così che il resoconto riveste un’utilità non solo informativa ma anche metodologica.
Lo stile inoltre deve essere narrativo, prossimo allo stile letterario del racconto e della cronaca giornalistica, in quanto tale lontano dall’astrazione concettuale dell’elaborazione teorica e dall’astrazione numerica della ricerca quantitativa. Si tratta di un modo di scrivere concreto, diretto, ricco di descrizioni dettagliate e cronache di eventi con dovizia di particolari, brani che riportano espressioni riprese dalla viva voce dei protagonisti.
“Il fine è quello di trasmettere al lettore il più possibile della propria esperienza osservativa, offrendogli l’opportunità di una lettura immaginifica della cultura studiata, tramite un resoconto ricco di sentimento e di colore, capace di trasmettere la ricchezza di particolari e la vitalità del mondo osservato” (Corbetta, 1999, p. 394). Ecco che lo stile di Malinowski è molto vicino a quello dei romanzi di Conrand, o che i racconti di studiosi della realtà urbana inglese di fine secolo come Booth e Rowntree si avvicinano ai racconti di Dickens. Un modo di scrivere, quindi, che è un po’ come “raccontare una storia” (Van Maanee, 1988).
Se da una parte lo stile narrativo concepisce il resoconto come un racconto di una storia, dall’altro quello riflessivo fa sì che esso abbia anche come scopo l’enunciazione di una teoria:
“Non va dimenticato che il fine ultimo della ricerca sociale- e dunque anche dell’osservazione partecipante- è l’elaborazione di una qualche forma di generalizzazione e teorizzazione. Dal che consegue la necessità, se non altro nella fase conclusiva del rapporto di ricerca, che il livello dell’analisi si sollevi al di sopra del contingente e del particolare per giungere a quella individuazione di tipologie e temi culturali, e più in generale alla formulazione di elaborazioni teoriche” (Corbetta, 1999, p. 394).
La tecnica dell’osservazione partecipante è oggetto di un ampio dibattito all’interno delle scienze sociali. A chi obietta che esistano dei problemi che essa pone, tra cui la soggettività del processo osservativo, l’unicità del caso studiato e l’irripetibilità del processo di ricerca seguito, Corbetta (1999, p.402) riferisce che queste caratteristiche possono anche essere trattate come risorsa. Solo attraverso il coinvolgimento personale si può arrivare alla comprensione, e la conoscenza autentica è solo quella che passa per l’esperienza diretta.
Viene ora la curiosità di sapere chi si cimenta in un tale processo conoscitivo, chi è la figura professionale dell’antropologo o dell’etnografo, il quale, armato di penna, taccuino e in alcuni casi di registratore, si apre alla conoscenza di un’altra cultura. A che cosa va incontro? Corbetta sottolinea le difficoltà di questa professione, e come spesso i ricercatori siano giovani, poco più che ventenni, che studiano nell’ambito di un dottorato di ricerca e che si apprestano a scrivere la loro tesi, con grandi disponibilità di tempo e di entusiasmo, liberi da impegni familiari o da altre responsabilità (cfr. anche Madge, 1962).  Ma si tratta anche di una ricerca solitaria: tutto passa attraverso gli occhi e la personale capacità di vedere e di capire del ricercatore, senza percorsi stabiliti o procedure statistiche: “da ciò un possibile senso di solitudine e disorientamento, che può anche condurre allo smarrimento” (Corbetta, 1999, p. 403). Le risorse psicologiche da investire per questo tipo di ricerca non sono poche: il ricercatore può anche incontrare situazioni difficili, e dover ripensare alle proprie emozioni e ai rapporti interpersonali. La soggettività del ricercatore, strumento e filtro della conoscenza, la sua sensibilità e la sua capacità di immedesimazione, scrive sempre Corbetta, orientano il processo di conoscenza, come anche l’appartenenza culturale: si tratta sempre di una cultura che conosce un’altra cultura: un ricercatore indiano ed uno norvegese, di fronte allo stesso oggetto di studio, ne darebbero descrizioni profondamente diverse.

2.2 La scrittura in ambito sociologico: autobiografie, biografie e storie di vita

Anche nel caso delle biografie o autobiografie lo stile è letterario, tanto che la filosofa spagnola Maria Zambrano parla di “Confessioni come genere letterario” (1943), considerando la confessione come una continua fuga e recupero di se stessi, una quête che si realizza attraverso il ricorso alla memoria e ai ricordi.
 Se nella letteratura si fa riferimento alle celebri autobiografie di Sant’Agostino, Alfieri, Cellini, Vico, Rousseau, Joyce, in sociologia il racconto della propria vita o la confessione di sé sono utilizzati come strumento per la raccolta di informazioni. Il materiale documentario viene quindi analizzato per ricostruire le dinamiche e le relazioni sociali.
Le biografie costituiscono dunque documenti personali che permettono di avere testimonianze di vita da parte degli individui. L’analisi di tale materiale scritto diventa funzionale all’individuazione degli aspetti soggettivi dei processi sociali. L’obiettivo connesso all’utilizzo e alla redazione di tale materiale nella ricerca sociologica è coerente con l’indagine su ruoli, azioni sociali e processi di interazione dell’individuo in rapporto dialettico con il gruppo, la società; indagine in cui l’individuo è posto sullo sfondo del suo ambiente sociale, che viene esaminato a partire dalla persona.  Cavallaro afferma: “La storia di vita può quindi essere considerata come totalità la cui struttura, composta dalle regole sociali e culturali (linguaggio compreso) dell’individuo e del gruppo, si frammenta nella trama delle singole azioni sociali narrate” (citato in Macioti, 1995, p. 58).
Attraverso le biografie raccolte è possibile seguire dunque il processo di sviluppo della vita del soggetto nelle varie situazioni sociali, e nello stesso tempo avere una rappresentazione di questi ambienti, collettività ed istituzioni.
Esistono però vari modi di concettualizzare le biografie. Uno di questi é intenderle come “récits de vie”. L’espressione “récit de vie”, racconti di vita, fu introdotta in Francia qualche decina di anni fa (Bertaux, 1976), sostituendo quella fino ad allora adottata di “historie de vie”, traduzione letterale dell’americano life history. L’idea della storia di vita presentava, a detta di alcuni sociologi (cfr. Bertaux, 1997), alcuni inconvenienti: primo fra tutti il non poter distinguere tra la storia vissuta dalla persona e il racconto che di questa la persona fa al ricercatore, il quale le chiede di narrarla in un momento particolare della sua esistenza.
Quella tra récit e histoire è una distinzione essenziale, che ha visto contrapporsi due correnti in Francia: da una parte i réalistes e dall’altra gli antiréalistes: i primi affermano che il racconto costituisce una descrizione della storia realmente vissuta, i secondi invece sostengono che la relazione tra racconto e storia è molto incerta, e che non ha senso parlare di storia realmente vissuta.
Bertaux (1997) definisce il récit de vie il risultato di una forma particolare di intervista, l’intervista cosiddetta “narrativa”, nel corso della quale un ricercatore domanda ad una persona che costituirà il “soggetto” da intervistare di raccontargli tutta o una parte della sua esperienza vissuta. L’uso dell’intervista narrativa è comune anche alla psicologia (Paolicchi, 2002) e fa riferimento all’approccio che utilizza la narrazione come modalità  di resocontazione, a partire dall’importanza attribuita alla comprensione dei significati nel contesto degli scambi comunicativi e a ciò che è stato definito “il sé narrato” (Bruner, 1990).
Lo scopo è, come abbiamo detto, studiare un particolare frammento della realtà sociale e storica, mettendo l’accento sulla configurazione dei rapporti sociali, sui meccanismi, i processi e le logiche dell’azione che la caratterizzano.
Si tratta, in ogni caso, di una tecnica utilizzata in sociologia e sviluppatasi soprattutto negli ultimi due decenni (Heinritz & Rammstedt, 1991), oggetto di numerosi dibattiti. È giusto parlare di récit de vie? Quanto è importante che venga raccontata tutta la vita? Possiamo fidarci di quello che ci racconta il soggetto? Si tratta piuttosto di una ricostruzione soggettiva dell’esperienza vissuta? Come analizzare questi racconti? Come raggiungere conclusioni generalizzabili? Come articolare la qualità intimista, letteraria ed etica di un racconto di vita personale con lo stile e la rielaborazione della ricerca in scienze sociali?
La funzione dei récits de vie nella ricerca sociale si puo’ individuare su tre livelli: innanzitutto esploratorio, quindi analitico (dal momento che attraverso la ritrascrizione o l’ascolto e l’analisi di quanto narrato il ricercatore inizia a fare ipotesi sulla società), infine, espressivo attraverso la comunicazione. A quest’ultimo è possibile secondo Bertaux (1997) attribuire la maggior parte delle reticenze che concernono il loro utilizzo e la loro pubblicazione in ambito scientifico. Il ricorso alle narrazioni di vita, sottolinea Bertaux, non è tuttavia esclusivo e può essere accompagnato dal ricorso ad altri fonti anche statistiche.
Per ricercare “frammenti della realtà sociale e storica”, come scrive Bertaux, di cui non si sa granché a priori, occorrono tecniche di osservazione che non siano orientate alla verifica delle ipotesi quanto piuttosto alla loro costruzione. Il ricercatore dunque si presenta sul terreno consapevole della propria ignoranza.
Non sempre i récits de vie si presentano come narrazioni autobiografiche complete: Bertaux arriva dunque a concludere che “[…] il y a du récit de vie des lors qu’un sujet raconte à une autre personne, chercheur ou pas, un épisode quelconque de son expérience vécu »15 (1997, p. 32). Il verbo “raccontare” rimanda dunque alla produzione discorsiva del soggetto, che prende una forma narrativa.
Il contributo delle narrazioni di vita lungo una dimensione diacronica permette di considerare le logiche dell’azione in un processo storico, considerando la riproduzione e le dinamiche di trasformazione. Tali narrazioni si sviluppano all’interno di una prospettiva etno-sociologica, che mira a studiare le culture dal particolare al generale, attraverso lo studio dei rapporti sociali, dei processi ricorrenti, delle logiche dell’azione, all’interno di una stessa società in cui i mondi sociali sviluppano ognuno una propria subcultura (Laplantine, 1996).

3. Il resoconto in psicologia clinica

Abbiamo ricordato come la scrittura che consente una riflessione sulle proprie azioni sia una caratteristica dell’essere umano (Harrè & Secord, 1972).
Il “rendersi conto” di quanto avvenuto è una pratica utilizzata anche in ambito psicologico clinico, in cui il resoconto costituisce uno strumento fondamentale della prassi professionale.
La resocontazione in ambito psicoanalitico risale alla nascita e allo sviluppo della psicoanalisi, dunque a Freud, la cui mirabile capacità di raccontare le storie cliniche gli valse nel 1930 il “Premio Goethe”.
Fin dall’inizio l’utilità attribuita in ambito clinico alla scrittura fu legata alla comunicazione alla comunità scientifica e alla trasmissione di sapere. Attraverso un lavoro di connessione nel racconto, si produrrebbe infatti la conoscenza (Merendino, 1984).
A questo proposito alcuni autori hanno sottolineato la funzione del resoconto come strumento di comunicazione della propria prassi alla comunità scientifica (Semi, 1985), ipotizzandone le caratteristiche di “documento storico” (Sarno, 1990). Di fronte alla spinosa questione dell’oggettività e generalizzabilità di quanto resocontato, Lancia  (1990) e Lo Verso (1991) sottolineano la scientificità del  modello qualitativo rispetto a quello sperimentale che mira a spiegare cosa è accaduto, a mettere il lettore in condizioni di rifare l’esperimento,  a trasmettere dunque una tecnica. Questi autori incitano invece a usare il resoconto come modalità di confronto tra colleghi, attraverso l’analisi del processo istituente e della dimensione simbolica della domanda e l’interpretazione delle simbolizzazioni affettive inconsce.
Il resoconto clinico differisce dunque sostanzialmente da quello sperimentale.
Il resoconto riveste un’utilità anche per chi lo scrive. Attraverso il resoconto è possibile collegare la prassi ai diversi modelli teorici utilizzati dallo psicologo clinico e stabilire le connessioni tra essi, esplicitando così i modelli che hanno orientato l’intervento stesso. Ogni resoconto è infatti strettamente collegato al modello interpretativo che si adotta e alla consapevolezza che il campo di osservazione è influenzato dall’osservatore, in senso diacronico e sincronico, come ricorda Carli (1987). Il resoconto in questa ottica non può essere una relazione dell’evento in sé, ma la “rappresentazione di uno stato emotivo” (Carli, 1987) che concerne la relazione, sul quale durante la stessa viene avviato un processo di riflessione e interpretazione. Esso dunque permette di collegare teoria e prassi, e di rileggere la relazione e il materiale offerto dal paziente secondo categorie “meta”.
Non si intende in questo senso il resoconto come un “diario di vissuti” di un evento emozionalmente denso da parte del terapeuta. Le emozioni non sono concepite come reazioni a fatti, non pensate, ma essecostruiscono significati e organizzano le relazioni all’interno di una cultura (Carli & Paniccia, 2005).
Il resoconto non è inteso neppure come una diagnosi dei sintomi portati dal paziente o una descrizione delle sue caratteristiche individuali.
Relazione e contesto permettono di dare senso ad un processo trasformativo. Relazione tra paziente e terapeuta in un contesto/setting con regole del gioco e obiettivi concordati con il cliente, la cui domanda nella sua formulazione e caratteristica simbolica è elemento di analisi (Carli, 1987); ma anche relazioni in contesti organizzativi con modelli psicosociologici che sostanziano le tecniche e la teoria della tecnica di intervento (Di Ninni, 1989).
Ipotizziamo una connessione tra i rapporti esistenti tra psicologo e cliente (sia esso un individuo, un gruppo o un’organizzazione) e la relazione tra psicologo e comunità scientifica. Quanto detto della relazione tra terapeuta e cliente è valido dunque anche per la relazione tra comunità scientifica e psicologo. Se l’attenzione è verso le appartenenze teoriche e non verso l’esplorazione delle estraneità e delle possibilità di cambiamento e trasformazione della teoria stessa in base all’esperienza, il rischio è di rimanere incistati in logiche di appartenenza definitorie e rassicuranti, che senza arricchire confermeranno la professionalità dello psicologo davanti alla comunità scientifica (Carli, 1987).
Da una parte dunque una relazione terapeutica ancorata a quelli che, come ricorda Carli (1987), Bion definiva “moti rigidi”, caratterizzata da interpretazioni ripetitive, senza possibilità di verifica, in cui lo stesso resoconto è una descrizione di eventi non confutabili dall’esperienza ma impliciti nella teoria utilizzata. Potremmo definire questo tipo di resoconti come “assertivi”, secondo la categoria utilizzata da alcuni psicologi che hanno condotto una ricerca sul resoconto negli anni ’90 (Gandini, Gheduzzi, Montixi, & Ruggiu, 1990; Sesto, 1993), contrapposti a quelli “indagatori-esploratori”. Dall’altra, forti logiche di appartenenza professionale – a fronte di una varietà polimorfa di teorie e prassi non sempre in raccordo tra loro- che hanno il vantaggio di garantire scientificità per il loro presentarsi come “scuole” caratterizzate, come notava C. Sesto nella sua ricerca iniziata alla fine degli anni ’80, da forti dimensioni difensive di appartenenza collusiva e, certamente, da guerre al nemico “altro”.
In questo tipo di relazione sia con il cliente che con la comunità scientifica sono azzerate le dimensioni di pensiero e di innovazione che producono cambiamento, così come difficili appaiono la definizione di un prodotto e la possibilità di una verifica.
A proposito della verifica, una questione posta dal documento proposto dal Circolo del Cedro “Tre tesi e sei questioni per la psicologia clinica” è: “Quali criteri e quali strumenti possono consentire una verifica dell’intervento psicologico clinico? La funzione di verifica implica un riferimento ai processi della progettazione e della realizzazione dell’intervento: quindi in primo luogo a come, in uno specifico contesto, l’analisi della domanda ha consentito la definizione di uno specifico contratto professionale, d’individuazione degli obiettivi e dei metodi ovvero delle strategie messe in atto all’interno della relazione. Lo strumento principe per questo tipo di verifica è costituito dal resoconto” (1991, p. 257).
La verifica consente dunque di poter pensare al prodotto professionale, comunicarlo ad altri e costruire un’identità fondata sull’utilità sociale della professione. Legandolo alla questione della verifica, Carli e Paniccia hanno ripensato all’uso del resoconto in ambito formativo psicologico clinico nei contesti della lezione, della prova di esame in psicologia clinica e della verifica attraverso l’esame di stato (Carli & Paniccia, 2005).
Pur presentandosi come strumento fondamentale della prassi professionale, il resoconto non sempre è stato tuttavia oggetto di dibattito e riflessione in ambito psicologico-clinico.
C. Sesto (1993) nella sua ricerca riscontrava la mancanza di concettualizzazione, l’assenza del termine resoconto negli indici analitici, il suo uso non sempre utile ai fini del pensiero negli articoli, le definizioni vaghe e astratte derivanti dalle interviste. In generale, in letteratura è evidente la difficoltà a rendere pubblica una prassi professionale, a “renderne conto” per la produzione di conoscenza, a esplicitare gli obiettivi del processo e a riflettere sul resoconto come strumento. Esiste infatti una quasi totale assenza di letteratura europea sull’argomento.
L’ipotesi è dunque che resoconto sia uno strumento dell’intervento, ma senza una teoria della tecnica che ne fondi l’uso. Può essere letto come un “agito” senza un “pensiero su” che ne permetta un uso e sviluppo.
In quanto strumento della prassi psicologico-clinica, cambia tutto a seconda dell’uso, perché lo strumento non è al di fuori della relazione che lo orienta. In un’annotazione sugli strumenti che caratterizzano gli interventi psicosociologici Di Ninni (1989), riprendendo il pensiero di Freud del 1911 a proposito de “L’impiego della interpretazione dei sogni nella psicoanalisi”, ricorda che Freud non intendeva discutere il modo con cui devono essere interpretati i sogni, ma piuttosto quale uso fare dell’arte di interpretare i sogni, richiamando alla mente di tutti gli analisti la seguente questione: qual è l’obiettivo che perseguono e la motivazione che li sostiene nel fare quello che fanno? È questo continuo richiamo alla professione che rende l’uso dello strumento non una pratica a se stante, elemento centrale o unico dell’analisi. Lo strumento, infatti, non garantisce di per sé nessuna professionalità al di fuori delle motivazioni e degli scopi di chi lo adotta. Il rischio altrimenti è quello di una relazione caratterizzata da una tecnicalità forte e dalla fantasia dell’ “esperto” (Carli, Paniccia & Lancia, 1988), scissa dagli scopi dell’intervento. Il metodo che orienta l’uso di uno strumento si collega alle teorie e ai criteri della prassi clinica. “All’interno dell’ottica proposta, definire uno strumento è tutt’uno col dichiarare l’uso in base ad una tecnica dell’intervento che sia fondata su una teoria della tecnica stessa […]. Riprendendo l’interrogativo postoci, è ancora possibile parlare di “strumenti” propri della professione dello psicologo clinico? È ancora possibile parlare di gestione del rapporto di committenza, colloqui, riunioni di lavoro, gruppi, seminari, ricerche, resoconti o documenti di analisi come altrettanti strumenti dell’intervento nelle organizzazioni, come la tradizione psicosociologica ci ha abituato a pensare? La risposta è ovviamente no e sì al tempo stesso” (Di Ninni, p. 310 e 314). No se pensiamo agli strumenti come mezzi di controllo delle variabili in gioco, sì qualora pensiamo alla categoria strumento come fondante la conoscenza di quelle stesse variabili. In altre parole, se si pensa agli strumenti come strumenti di pensiero, e non mezzi per agire le fantasie di controllo.
E’ possibile dunque individuare due possibili modi di intendere un colloquio clinico o un intervento psicosociologico, fin dalla sua fase istituente (Carli, 1987; Carli & Paniccia, 2005):
- da una parte secondo una dimensione diagnostica di conformismo, in cui non interessa istituire una relazione, convenire su obiettivi, ma piuttosto “correggere” un comportamento, secondo una logica modello/scarto dal modello. Un colloquio inteso in questo modo non ha bisogno di informazioni, tutt’al più potrà giovarsi di una relazione empatica in cui sarà importante la relazione di dipendenza, il prescrivere consigli, dare compiti, enfatizzando la dimensione della fiducia. La relazione viene prontamente liquidata, a scanso di possibili riscontri. Si può arrivare, in questa ottica, anche ad inventarsi la relazione, consapevoli del fatto che il setting riguarda solo chi ha un potere forte autoriferito e senza competenza. Si pensi al libro di di Dumont e Corsini (2000), in cui lo stesso caso clinico viene analizzato secondo ottiche psicoterapeutiche diverse. Anche in alcuni resoconti di situazioni inventate è evidente come l’interesse sia quello di applicare una tecnica, in un processo in cui il rapporto è irrilevante, si vanificano i riscontri, perché l’esito del processo è dato dalla diagnosi, da prescrizioni e da consigli.
- dall’altra secondo una dimensione di sviluppo. Pensare alla relazione come non data, ponendo attenzione al processo istituente, alla condivisione di obiettivi, in un’ottica di sviluppo, con interesse a capire quello che accade nel rapporto, non alla sintomaticità, costruendo quindi, condizioni di intervento all’interno di un contesto, con ruoli ed obiettivi. Pensando al colloquio come evento con un obiettivo trasformativo, attraverso il resoconto si può comunicare ad uno staff un processo, leggendolo ed organizzandolo attraverso categorie conoscitive, in cui il progetto diventa un cantiere ed il resoconto diventa riorganizzazione categoriale di un’esperienza.
Queste due modalità di intendere il prodotto della professione psicologico clinica sono connesse a due modi di intendere il resoconto. Il resoconto riflette infatti la teoria del cambiamento assunta dal suo estensore e la sua struttura è organizzata da tale teoria (Carli, 1987, p. 305).
Nel primo caso si utilizzerà il resoconto come descrizione, in un’ottica dimostrativa, di fatti avvenuti o di emozioni sperimentate. Nel secondo caso il resoconto si pone come strumento di riflessione rispetto al simbolismo della domanda, alla modalità di analisi e al progetto di cambiamento. L’obiettivo in questo secondo caso é l’esplorazione di un nuovo senso con cui costruire interpretazioni da verificare nell’ambito della relazione, e il resoconto rappresenta una riflessione su come si declina l’intervento e sugli obiettivi perseguiti.  In questo senso, considerando l’inutilità di un’ottica a-tem porale e astorica, il resoconto può servirea formulare ipotesi dentro la costruzione di un rapporto, ad esplicitarne gli obiettivi e a permetterne la verifica in riferimento ad un interlocutore. Può essere uno strumento utile per leggere un percorso in itinere. Il resoconto permette di considerare dunque la logica processuale dell’intervento, senza un’esclusiva focalizzazione sugli esiti, dando senso alla durata del percorso trasformativo, alle sue modalità peculiari proprie della relazione. Di passare dunque dalla dimensione mitica a quella storica, riducendo la polisemia emozionale propria della relazione e favorendo un pensiero.
Un particolare modello di resocontazione in ambito clinico è quello che fa riferimento all’uso della narrazione come modalità di resocontazione, sia pure con diversi scopi. Il paradigma “narratologico” introduce infatti l’idea delle storie multiple del paziente, con cui egli stesso si racconta. La rete di significati che si costruisce tra terapeuta e paziente permette di leggere e trasformare i significati stessi in una struttura narrativa portatrice di nuove prospettive. Accanto ad un pensiero logico-scientifico si ipotizza l’esistenza del pensiero narrativo, che si attua soprattutto nel racconto e lascia spazio alle possibilità interpretative dell’interlocutore, consentendo una nuova costruzione narrativa della realtà (Angus & McLeod, 2004; Bruner, 1990; Montesarchio, 2002; Hermans, 2001; Salvatore, 2004). A questo proposito Spence (1982) opera una distinzione fondamentale tra verità narrativa costruita nel lavoro analitico e verità storica aderente ai fatti accaduti. Afferma a questo proposito Corrao (1991): “I resoconti clinici, le interpretazioni in seduta, le teorie esplicative o ermeneutiche del campo analitico, appartengono tutti insieme alla categoria dei gruppi di trasformazione a carattere narratologico o narrativo” (p. 52). Smorti (1994) sottolinea come il pensiero narrativo consentirebbe l’interpretazione di una realtà risultante da un insieme di costruzioni narrative.
Nel contesto psicologico clinico, Montesarchio sottolinea la dimensione relazionale e l’implicazione dello psicologo rispetto alla narrazione all’interno del setting, individuando tre tipi di narrazione di cui si occupa lo psicologo: la narrazione del cliente, ossia il testo delle sue esperienze emotive e cognitive, il mondo di fantasie, sogni e rappresentazioni; la narrazione dello psicologo, che ripensa al materiale offerto dal paziente e crea connessioni sulla base della propria prassi professionale e dei propri modelli teorici; infine, la narrazione comune, che dà significato alla trama del testo relazionale in riferimento agli obiettivi dell’intervento, aprendo a possibilità di cambiamento (Montesarchio, 2002). Il resoconto si presenta in questo senso come un’occasione per riflettere e costruire un pensiero e dare senso alla relazione.

Riflessioni conclusive

Calvino, in un’analisi della soggettività e dell’oggettività, scrisse che le avanguardie di inizio ‘900 erano tutte perse in un magma dirompente di soggettività, che pareva inondare tutto, mentre negli anni ’60 si era affermata una tendenza opposta, in cui l’oggettività era assurta a mito. Non c’era però, né nell’una né nell’altra tendenza, la fiducia di indirizzare il corso delle cose, perché si riteneva che esse andassero avanti da sole; lo sforzo più eroico poteva essere solo quello di cercare di avere un’idea di come sono fatte, di comprendere e accettare questo insieme complesso:“tra conoscere il mondo e cambiarlo cent’anni fa pareva ci fosse un divario, adesso pare che si sia perso ogni rapporto tra i due termini” (Calvino, 1980).
Pensiamo al resoconto in un’ottica “oggettiva” come ad una diagnosi, o in un’ottica “soggettiva” come ad un diario di vissuti.
Quale il modello di cambiamento perseguibile in psicoterapia o in psicologia clinica?
Quando si ha come obiettivo la modificazione del comportamento, per esempio far smettere di fumare una persona, il terapeuta può fare quello che vuole, essendo fuori da una realtà che tiene conto di una psiche e dentro una realtà di pressione sul comportamento. Convincere qualcuno a comportarsi in modo diverso è molto vicino alla dimensione conformistica. L’obiettivo, reificato, della terapia è raggiungere una normalità, intesa come riduzione di sintomi, perseguendo un modello medico in ambito psicoterapeutico. La prospettiva diagnostica non tiene conto della valenza emozionale della realtà. D’altra parte, anche gli approcci intrapsichici fondati sulle caratteristiche del paziente lasciano fuori la relazione dal processo di conoscenza. Non basta infatti che l’evento sia “emozionale”: deve avere un senso, obiettivi, scopi condivisi, promuovere una competenza organizzativa, attraverso un’azione orientata a scopo di sviluppo.La dimensione organizzativa deve essere connessa quindi a quella emozionale, e d’altra parte non c’è sviluppo senza dimensione interna.
La modificazione del comportamento si contrappone alla possibilità di esplorare i fenomeni emozionali che caratterizzano la relazione sociale.
E’ interessante ripensare alle pratiche di scritture proprie delle cosiddette “scienze dell’uomo”, a partire dal presupposto di un modello antropomorfico dell’uomo, per rintracciare terreni comuni, relativi soprattutto a temi e questioni che si pongono nei resoconti scritti per la comunità scientifica e per la trasmissione di sapere, ma anche peculiarità e differenze. Interessante perché, come abbiamo visto, l’antropologia si è posta il problema del ripensare un’altra cultura e resocontarla ad altri, con tutti i problemi che abbiamo evocato, legati per esempio alle emozioni del ricercatore o alla necessità di raccogliere dati e informazioni precise, laddove la dimenticanza non è una risorsa da comprendere quanto una lacuna da colmare.
La sociologia ha posto l’accento sulle narrazioni di vita come testi che resocontano una società. Un tema, quello delle storie di vita, ripreso anche dalla corrente della psicoterapia narrativa, che concepisce la narrazione come un resoconto co-costruito.
Il lavoro clinico, invece, a differenza di altri approcci, è orientato all’intervento e alla trasformazione della realtà. Lo stesso paradigma della psicologia clinica, fondato sul rapporto individuo-contesto, implica un diverso uso del resoconto rispetto ad approcci fondati su ottiche individualiste.
L’excursus sulla letteratura nel presente contributo non ha la pretesa certo di essere esaustivo, quanto di riproporre riflessioni sull’argomento, a partire da connessioni e peculiarità delle diverse discipline. Tutte accomunate da una stessa metodologia, dalle diverse sfaccettature: la resocontazione. In tutti i casi analizzati, l’accento è sul fatto che la scrittura è comunque una ricostruzione di senso, perfino quando essa si presenta sotto forma di traduzione. Viene alla mente la figura dello scrivano, che nelle società tradizionali ad alto tasso di analfabetismo si occupava di scrivere lettere, redigere formulari, compilare richieste, una prassi che aveva luogo di solito nella piazza principale, rivolta a coloro che non sapevano scrivere. Tahar Ben Jelloun (1983), ricordando e immaginando questa figura, scrive che non poteva esimersi dal rendere più belle le lettere, più pregnante il significato, più avvincenti i finali, secondo il senso personale proprio di colui che esercitava l’attività della scrittura, impegnato com’era emozionalmente in una ricostruzione di senso. Ma in quel caso forse la prassi si spingeva un po’ più in là degli obiettivi convenuti…e ciò senza possibilità di verifica.
Se ci riferiamo quindi ai resoconti clinici, dunque a tutti quei resoconti che non rientrano nell’area “sperimentale” della psicologia, abbiamo potuto notare una certa eterogeneità di concettualizzazioni, una scarsa letteratura sull’argomento, risalente soprattutto agli anni ’80-’90, ed uno spostamento della questione a volte in ottiche acontestuali e astoriche. In questo panorama è possibile tuttavia rintracciare una tradizione di resocontazione di casi clinici come pensiero “meta” sulle simbolizzazioni affettive della relazione tra psicologo e cliente, portatore di una domanda, e una riflessione sul prodotto stesso della psicologia clinica e la verifica (Circolo del Cedro, 1991; Carli & Paniccia, 2005).

 

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Note

* Dottore di ricerca in psicologia clinica, collaboratrice della cattedra di psicologia clinica dell’Università “La Sapienza” di Roma, perfezionanda all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Torna su

1. Ricordiamo la teoria degli atti linguistici di Austin (1962) e l’approccio etogenetico degli anni ’70, in cui viene presentata un’idea di uomo come agente, costruttore, mosso da scopi ed intenzioni, capace di autoconsapevolezza oltre che autocontrollo ed interazione simbolica. Torna su

2. “La famosa angoscia davanti la pagina bianca concerne anche il ricercatore”. Torna su

3. Tra le altre cose, anche redattore della rivista Communication. Torna su

4. “Ho pensato bene di scrivere “questo dettaglio aveva colpito il mio sguardo”. Avrei dovuto capire che non era il genere di stile scelto dalla casa editrice. Avrei dovuto io stesso scrivere in maniera più neutra, “uno sguardo”, come fu in effetti stampato. O forse sarebbe stato il caso di chiamare il giornale per spiegare che “hei, attenzione, se ho scritto così non é certo per caso”. Torna su

5. “Quel libro esiste, l’ho incontrato in una bibligrafia”. Torna su

6. Il corsivo è nostro. Torna su

7. Malinowsi condusse le sue ricerche nell’isole Trobriand in Nuova Guinea, condividendo con gli abitanti la loro vita e interrompendo ogni contatto con la società occidentale. Torna su

8. Dal punto di vista teorico, la tecnica dell’osservazione partecipante è stata utilizzata da diversi approcci in sociologia e antropologia. I lavori di Gorge Herbert Mead e di Herbet Blumer hanno fondato la scuola dell’interazionismo simbolico che conferisce un’importanza centrale al processo di interpretazione. In quest’ottica, gli esseri umani si comportano in base ai significati che le cose o le persone rivestono per loro; tali significati scaturiscono dal modo con cui gli uomini agiscono verso una cosa o persona. I significati non hanno mai valore individuale ma sociale, appresi come sono nel processo di interazione sociale dell’uomo con i suoi simili. L’insieme di significati condivisi è quello che si chiama “cultura”. I significati vengono quindi fatti propri dall’individuo attraverso un processo di interpretazione dei fatti sociali che lo circondano, che dipende dalle premesse culturali di ciascuno. La tecnica dell’osservazione partecipante, coerente con questa visione teorica, nasce appunto dall’esigenza di comprendere i significati attribuiti dagli individui alle loro azioni, di vedere il mondo con i loro occhi, ricostruendo le interazioni sociali e ponendo l’attenzione del ricercatore verso i piccoli eventi e i rituali. Questo interesse per l’analisi della vita quotidiana ha ricevuto una poderosa spinta negli anni ’60 e ’70 con l’opera di I. Goffman, e con lo sviluppo dell’etnometodologia, termine coniato da Garfinkel negli anni ’40, a partire dalle parole greche èthnos (popolo), mèthodos (metodo) e logos (discorso). Torna su

9. Per compiere questo processo di conoscenza l’etnografo deve stare dunque nello stesso tempo “dentro” e “fuori”, come ricorda G. Lapassade, avvalendosi di una prospettiva sia dall’interno che dall’esterno: assumere il punto di vista dei nativi, ma mai completamente. Torna su

10. F. de Saussure considerava lo scritto come trascrizione dell’orale: il ricercatore raccoglie quindi una letteratura orale costituita da miti, racconti folkloristici, proverbi, che costituiscono il materiale e i dati che egli utilizzerà in seguito. Torna su

11. “Al tempo del lavoro sul campo succede il tempo della scrittura, dal momento che la finalità del lavoro antropologico è infatti quella di fornire un testo elaborato che comunichi ad un lettore potenziale, solitamente un collega (ma non solo),  la sua esperienza della conoscenza dei membri della società in cui ha vissuto”. Torna su

12. “Il testo più che la cultura diviene così l’oggetto della conoscenza. E’ per questo che in antropologia viene utilizzata sempre più l’analogia della cultura come testo (Geertz, 1973)”. Coerentemente con le prospettive aperte da Paul Ricoeur (1986), quindi, è tutta la cultura che è da considerarsi, secondo C. Geerz, come un testo, costruito attraverso rappresentazioni. Torna su

13. Alcuni hanno parlato di due estremi: da una parte la scrittura scientifica o “écriture savante”, dall’altra quella soggettiva, o “écriture subjective” (Balandier, 1994, p. 28). Torna su

14. Sul ruolo della soggettività nella scrittura del rapporto di ricerca, basti ricordare il lavoro di Michel Leiris intitolato “L’Afrique fantome”. Torna su

15. “Possiamo parlare di narrazioni di vita nel momento in cui un soggetto racconta ad un’altra persona, ricercatore o meno, un episodio qualunque della sua esperienza vissuta”. Torna su