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Il mondo è attraversato da una profonda, grave e diffusa crisi economica.
Questa crisi si è resa evidente, nel suo aspetto "finanziario", nel corso del 2008; si prevede funesterà, con i sintomi della recessione e della disoccupazione, i maggiori paesi industrializzati nel 2009. Uno stimato commentatore economico dice che le ragioni di questa crisi sono molto semplici: le banche (in particolare le banche statunitensi) hanno prestato danaro a chi aveva scarse o nulle possibilità di restituire il prestito.
Attorno a questi prestiti, spesso mutui per la casa, si è poi costruita una complessa "organizzazione" finanziaria che ha coinvolto differenti attori della finanza, in tutto il mondo. Sin qui la spiegazione "tecnica" di una crisi che ha manifestato le sue prime avvisaglie con il decremento dei prezzi delle case negli USA.
Già, ma quale è il motivo per cui le banche hanno commesso l’"errore" di concedere prestiti a chi non aveva alcuna possibilità di restituire il danaro prestato? E perché questo ordine di motivi può interessare da vicino la psicologia clinica? Un banchiere italiano giustifica questo comportamento delle banche statunitensi, attribuendo loro l’intento di finanziare il “sogno americano”, l’”american dream”. Tutta l’operazione, a detta degli esperti, si fondava sulla convinzione che il mercato edilizio statunitense si potesse espandere all’infinito: il sistematico aumento dei prezzi delle abitazioni avrebbe, di fatto, finanziato l’interesse di quei mutui sulla casa che i contraenti non sarebbero stati in grado di pagare altrimenti. Ecco un primo problema; la scienza economica non è stata in grado di fare previsioni su un problema, quello del mercato immobiliare statunitense, che era sull’orlo di una voragine debitoria. E, come afferma criticamente il politologo Giovanni Sartori, una scienza che non sa fare previsioni attendibili non è una scienza.
Questi prestiti di danaro a persone che non offrivano alcuna garanzia, cosa ha comportato nell’ottica psicologico clinica? Una alterazione profonda del processo di simbolizzazione del danaro; una alterazione profonda, una distorsione del processo con cui si simbolizza la propria vita e il proprio tenore di vita. Una alterazione profonda, infine, dei valori fondati sulla produzione e sul guadagno quale espressione del proprio lavoro e della propria capacità produttiva. Le banche, in altri termini, non hanno creato soltanto una crisi finanziaria di dimensioni ancora non completamente valutabili e valutate. Sono stati profondamente alterati i sistemi simbolici collegati al danaro, al lavoro e alla produzione.
Riandiamo a una ventina d’anni fa, circa. Negli anni ’80, le banche hanno compiuto una trasformazione profonda del risparmio, contribuendo ad una mutazione del rapporto che la gente comune aveva con il danaro. Prima di questa trasformazione, le persone che avevano a che fare con le banche si dividevano in due grandi categorie: i risparmiatori, che affidavano il loro danaro alle banche per averne un rendimento, sia pur limitato e fluttuante nel tempo, ma al riparo dai rischi di perdita del proprio capitale (“è come mettere i soldi in banca”, si diceva quale metafora di quelle prassi che non contemplavano alcun rischio, sicure come l’affidare alla banca i propri risparmi); gli imprenditori, che prendevano a prestito somme di danaro per imprendere, appunto. Le banche funzionavano da intermediazione tra risparmio e impresa. Poi, le stesse banche si sono “messe in proprio”. Hanno vanificato ogni interesse sul credito, costringendo il risparmiatore a trasformarsi in investitore. Con i problemi, ben presto evidenziati, derivanti da questo “costringere” persone, senza esperienza e competenza, ad avventurarsi nel difficile e complesso campo degli investimenti finanziari. Punte dell’iceberg di questa trasformazione sono state, e sono solo alcuni esempi, la bolla speculativa dei titoli tecnologici a metà anni ’90, le vicende dei bond argentini, di Parmalat o di Cirio. Vicende ove molti ex risparmiatori hanno visto dissolversi il loro “gruzzolo”, faticosamente risparmiato, anche per via di consigli problematici da parte della banca “di fiducia”. Il “gioco finanziario” ha preso molte persone, ha creato illusorietà e delusioni in investitori senza esperienza, ha al contempo potenziato la componente finanziaria della vita economica, a scapito della dimensione produttiva. Abbiamo così assistito a complesse, spesso spericolate operazioni finanziarie attorno alle principali industrie italiane, da Montedison a Telecom, da Olivetti ai grandi gruppi bancari. Si è creata una cultura diffusa, secondo la quale è il danaro che produce danaro, molto più di quanto non ne produca il lavoro e l’impresa. La globalizzazione economica, vale la pena ricordarlo, è avvenuta più sul piano finanziario che nell’ambito dell’operato d’impresa, nell’area della produzione.
Investimento diffuso, basso costo del danaro, accesso al credito da parte di un’area della popolazione senza garanzie, aumento dei consumi e aumento dei prezzi, alto tenore di vita, tutto questo ha profondamente alterato non solo le abitudini e i modelli di riferimento di vasti strati della popolazione dei paesi industrializzati; ha altresì inciso profondamente sui valori condivisi e sui sistemi della relazione sociale. In sintesi: al solidarismo, quale fondamento ideologico o ideale della vita sociale, si è sostituito un individualismo aggressivo e competitivo. Ai valori della cultura si sono affiancati, sino a prevalere, quelli del consumo e dell’apparire. La socialità volta alla promozione della convivenza, è stata via via soppiantata dalla socialità fondata sull’appartenenza ai gruppi di potere. La condivisione di valori e di passioni civili, l’aggregazione sociale, l’associazionismo, il confronto e il dibattito ideologico, tutto questo ha lasciato il passo all’unico valore riferito alla famiglia, ma anche al familismo quale propensione ad appartenenze acritiche e passive. A proposito di familismo va ricordata, quale conseguenza della crisi finanziaria e economica in atto, la nazionalizzazione delle banche in difficoltà, conseguente al loro salvataggio operato dai governi dei paesi ad economia forte. Nazionalizzazione che affiderà ai grand commis statali, legati strettamente ai partiti politici, le decisioni future sul credito alle imprese. Con le gravi e problematiche conseguenze che si possono facilmente immaginare, in particolare nel nostro paese.
Le ragioni del cambiamento culturale possono essere individuate nella rapida evoluzione del mondo economico e finanziario, la cui principale componente è riassunta nel termine “globalizzazione”. Siamo consapevoli dei limiti e delle imprecisioni di quanto sino ad ora detto. Rimane, d’altro canto, la crisi economica con le sue ferite e l’ingravescenza dei problemi ad essa associati; rimane la crisi di immagine e di prestigio del sistema bancario, ove imprenditori osannati e idealizzati hanno mostrato i loro limiti di competenza e di prudenza. All’importante funzione del controllo, le banche sembrano aver preferito quella di distributori di sogni artefatti e pericolosi; al contempo quella di enormi e facili guadagni, anche se volatili e orientati ineluttabilmente alla bancarotta.
La psicologia clinica, come è implicata in questi problemi? Si è detto del profondo cambio di valori associato alle vicende economiche e finanziarie degli ultimi vent’anni. Un analogo cambio di valori sta avvenendo, a nostro modo di vedere, anche per gli psicologi clinici e per gli psicoterapisti. Più volte, sulle pagine di questa Rivista di Psicologia Clinica, abbiamo approfondito i temi di una psicoterapia volta a correggere deficit e di una psicoterapia volta a promuovere sviluppo. Le due tematiche, e il rapporto tra loro, sono strettamente dipendenti dal contesto culturale entro cui la psicoterapia viene praticata. Il sistema di valori che orienta, consapevolmente o inconsapevolmente, lo psicoterapista ha una stretta connessione con la cultura entro la quale si lavora, con i modelli valoriali ai quali si aderisce. Pensiamo, ad esempio, agli anni settanta: la psicoterapia e l’intervento psicosociale facevano riferimento a due grandi aree valoriali: il “cambiamento” da un lato, la diade “invidia – gratitudine” dall’altro. Si faceva un gran parlare, all’epoca, di resistenza al cambiamento. Il cambiamento al quale si resisteva, d’altro canto, era ideologicamente orientato: concerneva l’incremento dei sistemi di partecipazione, la democratizzazione nei modi di gestione del potere organizzativo, la valorizzazione del conflitto quale dinamica che consentiva, anche se a fatica, una maggiore giustizia e una più rapida emancipazione dei gruppi socialmente più deboli. Parallelamente, gli psicoanalisti d’impronta kleiniana utilizzavano quale criterio di sviluppo entro il lavoro psicoterapeutico, il passaggio dalla posizione schizo-paranoide a quella depressiva, quale evoluzione dell’invidia entro il transfert; con l’evoluzione riparatoria che portava il paziente a vivere esperienze di gratitudine. Il sistema di attese dello psicoterapista influenza, in modo diretto o indiretto, la pratica della psicoterapia. Tali attese, d’altro canto, non sempre derivano esplicitamente dal sistema teorico di riferimento dello psicoterapista. Sono sovente in rapporto stretto con la situazione culturale entro la quale si opera. Parallelamente, nelle varie situazioni storiche può cambiare anche la domanda. La dinamica collusiva che organizza la relazione tra la domanda dei pazienti e il sistema di attese dello psicoterapista è poco studiata, ma sembra avere una forte influenza entro l’esperienza psicoterapeutica.
La crisi economica, provocata dalla crisi finanziaria e i cui prodromi si stanno già vedendo (disoccupazione ingravescente, aumento della forbice tra ricchi e poveri, ricomparsa di una forte conflittualità sociale, diffusione della condizione di povertà, abbassamento della speranza di un’occupazione lavorativa per i giovani, ripresa della corruzione, aumento della marginalità sociale, nuove energie per la criminalità organizzata), avrà un effetto rilevante sulla dinamica culturale degli anni a venire. C’è da sperare che questo mutamento delle condizioni economiche nei paesi sviluppati, si accompagni a una ricomparsa di quel sistema di valori che la “follia finanziaria” ha contribuito a eclissare. C’è da sperare che la psicologia dell’intervento sappia riprendere la sua strada di attenzione allo sviluppo dei singoli e dei gruppi sociali, più che presiedere alla “normalizzazione” delle situazioni patologiche, alla correzione dei deficit. Quello sviluppo che la cultura affidava all’euforia dell’arricchimento, della follia finanziaria. C’è anche da sperare che il sistema di attese degli psicoterapisti possa perseguire, con più attenzione, il valore del “pensare le emozioni” e essere meno attratto dal successo sociale.
Il sistema di attese dello psicoterapista è strettamente connesso con la “cultura locale” dello stesso psicoterapista, quindi con la dinamica collusiva caratterizzante il contesto relazionale d’appartenenza. La cultura locale cui lo psicoterapista appartiene è, a nostro modo di vedere, più rilevante del modello teorico d’appartenenza, della teoria della tecnica alla quale lo psicoterapista fa riferimento. Questo per differenti motivi, che proponiamo schematicamente:
a – la scelta di uno specifico orientamento psicoterapeutico può essere condizionata dalla cultura locale del futuro psicoterapista
b – l’adattamento personale, che lo psicoterapista esercita sul modello di riferimento adottato, modificandolo in base alle proprie dimensioni emozionali e culturali, è ancora connesso con la cultura locale dello psicoterapista
c – le verifica della propria prassi psicoterapeutica, esplicitamente o implicitamente esercitata da ogni psicoterapista, è a sua volta connessa con la propria cultura locale e con quella dei pazienti; spesso le due culture locali sono in stretta relazione.
Il sistema di attese dello psicoterapista ne può condizionare le aspettative in ordine agli obiettivi e allo scopo perseguito con la prassi psicoterapeutica. Può condizionare anche le condizioni di lavoro proposte e contrattate con il paziente all’inizio o nel corso della psicoterapia. Si pensi, è solo un esempio, al problema sollevato dal pagamento delle sedute mancate dal paziente entro la cura psicoanalitica. La prassi vuole che il paziente paghi, sempre, anche le sedute mancate, indipendentemente dalle “ragioni” che può portare a giustificazione della sua assenza. Pensiamo che tutti gli psicoanalisti si attengano a questa “norma”? Ciò che dà senso alla frequente disattesa di questa prassi va ricercato più nella cultura locale dello psicoanalista come del paziente che lavora con lui, meno nella lacunosa preparazione tecnica del terapista o nella incompleta efficacia della sua analisi didattica. L’analisi didattica può affrontare problemi collegabili alle dinamiche interne dello psicoanalista, ma ha scarse possibilità di influenzare la sua cultura locale, a volte in conflitto con la cultura locale dell’analista didattico o con quella del sistema societario psicoanalitico d’appartenenza. A riprova di quanto si sta affermando vale la considerazione circa la scarsità numerica e culturale dei trattati di tecnica psicoanalitica: quelli esistenti appaiono inesorabilmente datati e connotati dalla cultura locale dell’estensore.
Note
* Professore ordinario di Psicologia clinica presso la Facoltà di Psicologia 1 dell’Università “La Sapienza” di Roma, membro della Società Psicoanalitica Italiana e dell'International Psychoanalytical Association. Torna su
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